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Vecchie e nuove contestazioni

Feb 28th, 2016 | By | Category: Prima Pagina

ciaspe-rif-venezia-1-leggeraDopo la mia solita passeggiata con le ciaspole, sabato scorso mi sono concessa una pausa su in baita e lì, mi sono riproposta di starmene tranquilla a guardare il paesaggio innevato e a contemplare il sole che filtrava tepido attraverso i vetri, ma non ho saputo trattenermi dal fare due chiacchiere con un amico incontrato lì per caso.

Lui insegna a Bologna, nella stessa università che nei giorni scorsi è stata sulle cronache per le contestazioni di un gruppo di studenti del collettivo CUA. Le dichiarazioni del professore e i suoi articoli interpretabili a favore della guerra da parte dell’Italia contro la Libia e l’IS hanno suscitato un vero e proprio vespaio tra gli studenti, e non solo.
In baita riconosco anche Giovanni, così si chiama il mio vecchio (sic!) compagno di università: non lo vedevo da una decina di anni, quando alcuni del nostro gruppo di amici di lettere hanno organizzato una rimpatriata ludica e all’insegna del buon cibo, come ci piaceva negli anni d’oro in cui si studiava storia romana o filologia greca.

Dopo i primi abbracci e sorrisi, ci siamo seduti a raccontarci in breve cosa è successo in questi dieci anni dall’ultimo incontro: ci siamo intrattenuti una mezz’ora a parlare del meglio della nostra vita privata e delle peggiori sorti dell’Italia. Al secondo caffè – io – e al terzo brulé – lui – il discorso è caduto sull’episodio di Bologna: ragazzi perdigiorno, che non hanno voglia di studiare e che contestano per impegnare il tempo, pur di non passarlo sui libri o a lezione, ha commentato il mio amico, con l’idea di liquidare in breve l’argomento. Ma poi si sono avvicinati altri due avventori della baita: due camminatori che vedo da tempo, ma coi quali stranamente non ho mai dialogato. Una coppia di amici di Udine, ci hanno detto poi conversando, in pensione dalla docenza superiore di matematica l’uno e diritto l’altro: due tipi tosti a vedere i 4 o 5 bicchieri di birra che hanno tracannato per ingoiare ciascuno un paio di fette di strudel.

Si sono dichiarati contro i ragazzi del collettivo di Bologna e non hanno usato mezze parole; termini che qui risparmio per pudore e rispetto. Anche Giovanni che pur era contrario al gesto degli studenti contestatori se n’è stupito. Il mio ed il suo sono atteggiamenti più morbidi, di chi pensa in ogni caso che non si possa zittire un professore che espone la propria idea in un articolo di giornale, se pur favorevole ad una risoluzione “forte” della questione libica. Ma dov’è finita la tolleranza che si studiava un tempo sin dal trattato omonimo dell’illuminista Voltaire, dove è migrato il rispetto dell’idea altrui che la tradizione razionalista occidentale ha sempre suggerito?

Persino un pizzico di sana tolleranza e mite sopportazione cristiane basterebbero a suggerire di non aggredire un professore nel bel mezzo di un’aula scolastica o di impedirgli di proseguire la lezione, per altro impedendo di proseguire l’ascolto della stessa agli altri studenti.
Scene da occupazioni degli anni Sessanta-Settanta: aggiunge uno dei due avventori friulani, evidente ex sessantottino in vena di pentimento o forse di invidia per i ragazzi di Bologna. Sta di fatto che abbiamo continuato a parlare di questo, delle iniziative non autorizzate, del pro-rettore che ha cercato di calmare i CUA e di far rientrare le contestazioni. Giovanni ha riferito poi che la confusione, come succede spesso tra i giovani, è sovrana, anche perché hanno affiancato il tema dell’eventuale intervento bellico in Libia alla morte del giovane ricercatore di Fiumicello (Udine) Giulio Regeni, commentando in un comunicato stampa che “le guerre sono LORO a crearle, mentre i morti sono sempre NOSTRI”. Una bella discussione senza dubbio, che però non siamo riusciti a concludere. Eppure volevo almeno accennarvi qui e dire che anche la pace della montagna a volte è compromessa dalle questioni internazionali, gli echi arrivano dalla profonda pianura anche qui in alto, e si sentono chiari e forti!
Dopo una veloce occhiata fuori dalla baita, vedo che il sole si è fatto ancora più tepido e la luce più spenta. Come al solito in montagna le ombre della sera arrivano in fretta. Sarà forse una metafora da decifrare?un monito da capire? Saluto i compagni di conversazione, dicendo che mi devo avviare: ma do appuntamento al prossimo week end. Se ci saranno, avremo di che parlare e se vorranno bere qualcosa, sarò io a offrire. Fanno un cenno del capo e se ne escono silenziosi.

Giovanni mi abbraccia e dice sottovoce: io la guerra, la odio, preferisco la pace di queste montagne…a presto, cara amica!

Bruna Mozzi

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