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Società partecipate: la riforma nelle mani dei sindaci. Il sottosegretario Rughetti: “La Regione Veneto ha fatto di tutto per ostacolare la Legge Delrio”

Feb 23rd, 2016 | By | Category: Cronaca/Politica, Riflettore

pdLa riforma delle società partecipate in provincia di Belluno è nelle mani dei sindaci. Il deputato Roger De Menech ha accolto ieri a Belluno il sottosegretario alla Funzione Pubblica, Angelo Rughetti, esortando i sindaci e gli amministratori locali a essere protagonisti di una riforma che contribuirà a rendere più efficiente la pubblica amministrazione, più efficaci e meno costosi i servizi erogati. Anche attraverso il sistema di aziende a controllo pubblico che, però, dovrà cambiare profondamente. Nell’incontro organizzato dal Partito democratico provinciale, Rughetti ha illustrato le linee della riforma davanti a una platea che ha accolto molti sindaci e amministratori di società, saliti a Belluno anche dal trevigiano per non mancare all’appuntamento.

Rivedere il sistema delle partecipate significa anche ridefinire gli ambiti territoriali di erogazione dei servizi.

La Regione Veneto, ha detto Rughetti, «ha fatto di tutto per ostacolare l’attuazione della legge Delrio in tutto il Veneto e in particolare a Belluno che deve avere le funzioni rafforzate». Nonostante questo, la partita in provincia «è tutta nelle mani dei sindaci», ha ribadito De Menech. «Dobbiamo definire bene gli ambiti e farlo noi, in maniera autonoma, senza aspettare che sia la Regione o lo stato centrale a farlo per noi. Decidiamo qual è il modello più adatto al nostro territorio e applichiamolo».

Per stare nel concreto, ha spiegato il deputato del Pd, «nel campo dei rifiuti è evidente che si deve andare verso una gestione provinciale più coerente con il bacino unico già istituito. Attualmente ci sono più di 10 gestioni diverse, la norme e il buon senso ci dicono di lavorare per una gestione unica in ambito provinciale. Altro esempio è quello delle banche dati: attualmente sono gestite dal consorzio Bim tramite la società Sit e dalla Provincia su cui ricade la competenza. In futuro queste entità dovranno dialogare di più».

Sapendo che difficilmente verranno rimossi i paletti posti dal governo: alle partecipate si applica il diritto civile e non quello pubblico; le società con fatturato inferiore a un milione di euro l’anno dovranno fondersi o essere liquidate; stessa sorte toccherà alle aziende il cui numero di dipendenti è inferiore al numero dei consiglieri di amministrazione (in Italia sono almeno 3.500); come pure dovranno essere liquidate le partecipate che in quattro degli ultimi cinque anni hanno presentato bilanci in perdita (nel 2014 sono costate 1,3 miliardi di euro alla fiscalità generale dello stato).

Al netto dei limiti imposti per ridurre l’abnorme numero di società, il campo è aperto e viene garantita ampia autonomia agli enti locali perché, ha sottolineato Rughetti «nello scrivere la riforma della pubblica amministrazione il nostro faro è stato l’articolo 3 della Costituzione. Vogliamo una Repubblica che rimuova gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. E desideriamo che a rimuovere gli ostacoli siano tutte le articolazioni e gli enti espressione dello stato. A ogni livello».

Il processo di riforme avviato dal governo Renzi è infatti arrivato alla stazione delle società partecipate. Una galassia di oltre 10 mila aziende che si sommano agli altrettanti enti pubblici e che, insieme a questi costituiscono oltre 35 mila differenti centri di costo, contano oltre 10 mila diverse banche dati e ciascuna ha sviluppato nel tempo procedure e prassi singolari e apparentemente incompatibili con ogni altro ente o società. Questa complessità fa dire a Rughetti, che «non si può parlare di pubblica amministrazione, bensì di pubbliche amministrazioni», ovvero di tante organizzazioni indipendenti e non comunicanti tra loro.

Questi alcuni dei motivi che spingono il governo a rivedere l’intero settore dei servizi pubblici, come ha spiegato lo stesso Rughetti. La riforma «non ha un’impronta ideologica», ha affermato il sottosegretario, «non dice che il privato è meglio del pubblico nella gestione dei servizi, né il contrario. Ma intende favorire la riduzione del numero di società, l’accorpamento e il rafforzamento di quelle rimanenti per renderle più solide».

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One comment
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  1. Da come i sindaci stanno amministrando l’area vasta, e da come hanno amministrato BIM e quant’altro, siamo proprio in una botte di ferro 🙂