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giovedì, Giugno 4, 2020
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Un settembre incandescente. E dei caduti, tutti i caduti, che ne facciamo?

Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: E dei caduti che ne facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti e, soltanto per loro, la guerra è finita davvero.
(Cesare Pavese, La casa in collina, pp. 122-123)

lapide caduti saccolE dei caduti che ne facciamo? Una domanda alla quale Cesare Pavese nel lontano 1948 scrisse di non saper rispondere. E noi, uomini d’oggi, ne saremo capaci? Ne dubito.
Noi, che in questo inizio di settembre, per lo scoprimento della lapide di Saccol (domenica 13), abbiamo approvato o criticato questa presa di posizione. Noi che, per un fatto storico vecchio di settant’anni, abbiamo visto pubblicato il nome di Saccol e di Valdobbiadene sui principali giornali provinciali ogni giorno per un’intera settimana. Noi che il 13 settembre eravamo impegnati in vendemmia, ma, per curiosità, abbiamo voluto mandare alla cerimonia almeno un familiare o un amico. Noi tutti, amministratori e cittadini, cosa ne vogliamo fare di quei caduti?

Io più di una domanda me la sono posta: la storia della guerra civile a Valdobbiadene riguarda solo questo fatto del 5 maggio 1945 oppure c’è anche dell’altro? Perché si è scatenato un polverone per un evento storico così circoscritto? Su tutti i giornali sono emersi attacchi e contrattacchi tra politici e associazioni avverse, testimonianze, foto del luogo dell’eccidio… Ma, per caso, qualcuno di costoro, di tutti loro, si è fermato a pensare, almeno un istante, a cosa significhi vivere in guerra? Qualcuno ha riflettuto sul fatto che la guerra, in particolare una guerra civile, è spesso lo strumento più legale per attuare vendette personali e collettive? Forse basterebbe porre questi interrogativi ai nostri nonni: loro hanno ben presente chi erano i fascisti e i tedeschi e, allo stesso modo, non trovano scusanti per alcuni partigiani. Si ricordano benissimo le stalle e le case bruciate, le torture che hanno subito i partigiani e i loro familiari, ma non hanno dimenticato le violente requisizioni quando in casa da mangiare ce n’era ben poco oppure le tragedie di uomini e donne che, per convinzione politica, a causa dell’obbligo di avere la tessera fascista per sfamare i figli, oppure semplicemente per un sospetto o una parola di troppo, venivano prelevati da amici e conoscenti in “braghése curte” e fatti sparire per sempre.

Da entrambe le parti c’erano le “mele marce”, i criminali, gli approfittatori, ma questo non significa “fare di tutta un’erba un fascio”! La storia va conosciuta proprio per non cadere nelle provocazioni, per non dimenticare, per non strumentalizzare i fatti, per spingerci a riflettere con la propria testa. Alcuni testimoni della storia con la “S” maiuscola sono ancora in vita e ci possono essere d’aiuto: uomini e donne che l’hanno vissuta e che non possono dimenticarla perché fu una pagina tremenda della loro esistenza personale e collettiva. Ecco perché, oggi, a 70 anni da quel mai così vicino1945, negare, ingigantire o nascondere non serve più a niente. Al contrario, sarebbe opportuno rendere noti gli errori passati, spesso frutto dell’odio accumulato in vent’anni di dittatura, ed accogliere ciò che di buono si continua a fare per ricordare il nostro passato. Questo non significa né violare i principi della Costituzione «lasciando spazio a chi sogna impossibili ritorni o propugna forme di autoritarismo» (A.N.P.I. Montebelluna), né condannare la Resistenza e sminuirne la sua valenza storica, ma, a mio parere, uscire dagli schemi per far conoscere la Storia, con limpidezza ed onestà, alle nuove generazioni e non solo.

La parte migliore della Resistenza si ritrova ogni anno presso il cimitero di Pieve di Soligo per ricordare il comandante “Amedeo” (Marino Zanella da Segusino) e gli altri cinque partigiani della brigata “Mazzini” fucilati, senza processo, dal battaglione “Sagittario” della X Mas il 26 gennaio 1945; a Santo Stefano (26 marzo) presso il monumento in onore di Toni Adami; a Mariech di Valdobbiadene (19 luglio), presso il monumento ai 137 caduti della “Mazzini”; in Cansiglio, la seconda domenica di settembre per ricordare il tragico rastrellamento nazifascista del 1944; presso il cimitero di Valdobbiadene (9 dicembre) per ricordare il martirio del diciannovenne “Feroce” (Alberto Bortolin da Santo Stefano), ucciso dal battaglione “Nuotatori Paracadutisti” della X Mas. Lo scorso 5 settembre, inoltre, in collaborazione con i comuni di Mel e di Valdobbiadene, le locali sezioni dell’A.N.P.I. hanno inaugurato due targhe commemorative presso le malghe di Forconetta (TV) e Salvedella (BL), sedi di comando della brigata “Mazzini”.

Solo dopo aver visitato i luoghi simbolici dove perirono tanti giovani italiani, solo dopo essersi fermati a riflettere sulla loro esperienza di vita e sulle loro scelte, giuste o sbagliate, più o meno obbligate, solo allora ci si potrà confrontare pacificamente sulla storia della guerra civile.
Luca Nardi

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