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Villa Gaggia, 19 luglio 1943. Settantadue anni fa a San Fermo lo storico incontro tra Hitler e Mussolini

Lug 19th, 2015 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina, Società, Istituzioni

 

hitlermussolini-villagaggiaQuello del 19 luglio del 1943 passerà alla storia come “L’”, per un refuso dello stesso , che così lo annota nei suoi diari. In realtà Villa Socchieva (dal latino “sub clivo” dalla sua posizione sotto il colle) o Pagani-Gaggia, dimora estiva del senatore del regno Achille Gaggia (che con Volpi e Cini sarà interprete del decollo industriale nel dopoguerra della Sade, poi divenuta Enel), si trova a San Fermo, una località isolata fuori ad una ventina di chilometri da Feltre.

Il convegno inizia alle 11 del mattino dopo che i due dittatori erano atterrati all’aeroporto di Treviso ed avevano raggiunto Feltre in treno e quindi in auto fino a San fermo. prende la parola nel salone principale della villa, dove le SS avevano preventivamente fatto sostituire i mobili, per paura che nascondessero qualche ordigno letale. Perché quello era il clima di sospetto che oramai regnava nell’estate del ’43 tra e il suo alleato. Mussolini è apatico, a sono presenti il sottosegretario Bastianini, gli ambasciatori Von Mackenzen e Alfieri, il capo di stato maggiore generale Ambrosio, il feldmaresciallo Keitel, il generale Rintelen, il generale Warlimont, il colonnello Montezemolo, Schmidt ed altri del seguito. Hitler pronuncia un freddo monologo, con un lungo inventario di cose che l’Italia non aveva fatto, o aveva fatto male. Dopo mezz’ora il Duce interviene per tradurre in tedesco il messaggio del primo bombardamento su Roma. L’ “Operazione Crosspoint” o “Notte di San Lorenzo”, quando 362 bombardieri pesanti B17 e B24 e 300 bombardieri medi (146 B26 e 154 B25), scortati da 268 caccia Lighting colpiscono quella stessa mattina la capitale, ed in sei ondate successive provocano 3 mila vittime. Alle 3 del pomeriggio, “i colloqui di Feltre”si concludono con un nulla di fatto. E la colonna d’auto riparte con un Mussolini insoddisfatto, nascosto dietro gli occhiali scuri sulla Mercedes scoperta, alla sinistra di Hitler. La mattina seguente, il 20 luglio 1943, Mussolini dalla capitale comunica al generale Ambrosio la sua intenzione di scrivere a Hitler che l’Italia non era più nelle condizioni di proseguire la guerra. Ma era troppo tardi. Il generale gli fa notare che tale decisione andava presa a . Dopo qualche giorno, il 25 luglio del ‘43, il Gran Consiglio farà cadere Mussolini. Seguiranno i 90 giorni di Badoglio, l’armistizio dell’8 settembre. E la sconcertante fuga di Re Vittorio Emanuele III sul molo di Ortona a mare (Pescara) dove si accalcarono 250 alti ufficiali in fuga.

Il progetto dell’attentato ai due dittatori e il contrordine

Un centinaio di Alpini, reduci di Russia, erano pronti ad eliminare Hitler e Mussolini con un blitz kamikaze. Al momento della presentazione delle armi (che erano rigorosamente scariche), gli Alpini del picchetto d’onore avrebbero lanciato le bombe a mano contro i due dittatori, cercando poi di sfuggire alla reazione delle SS. Di motivi per farlo, quei soldati ne avevano da vendere, come spiegò una ventina d’anni fa Nino Piazza, sergente degli Alpini (atti del “Convegno Alpenvorland 1943-45” – Palazzo Crepadona 21-23 aprile 1983). “Eravamo partiti in 1800 per la Russia e tornammo in 117 – dichiarò Piazza – ai quali si devono aggiungere un centinaio di feriti rimpatriati prima della ritirata”.

Un ambiente dov’era facile, insomma, trovare uomini disposti a tutto pur di eliminare chi li aveva mandati al macello nelle distese russe a 40 gradi sotto zero. Dalla fine del 1942, inoltre, esistevano a Belluno due organizzazioni antifasciste. Il Comitato d’azione antifascista che faceva capo al Partito d’Azione PdA. E la rete del Partito Comunista PC .

A confermare il progetto dell’attentato è Armando Bettiol all’epoca 19enne studente alla Facoltà di giurisprudenza a Padova insieme a Tattoni (intervista del 2003 contenuta nel libro Belluno ieri e oggi cronache del passato di Roberto De Nart) che racconta delle riunioni che precedettero quel 19 luglio del ’43. Poiché i contatti con l’antifascismo bellunese avvennero tramite il comandante Del Vecchio, è logico supporre che dietro vi sia stata la mano dello Stato maggiore dell’Esercito. Ed infatti, come ha testimoniato Bettiol, una delle riunioni organizzative si tenne proprio nella villa di Badoglio. All’ultimo momento però c’è un cambio di programma. Il picchetto d’onore degli Alpini viene cancellato. E dunque, il blitz sarebbe stato più difficile e dall’esito incerto, perché gli Alpini avrebbero dovuto penetrare dal bosco superandola barriera di fuoco delle mitragliatrici delle SS piazzate nei fossati intorno alla villa. Per questa ragione, ma non solo, l’attentato viene sospeso per ordine delle direzioni nazionali del Pci e del PdA, rappresentate regionalmente da Concetto Marchesi e da Ugo La Malfa.  L’improvviso cambio di programma, secondo l’ipotesi di Bettiol, non è dovuto alla diffidenza di Berlino, che cancella il picchetto armato, ma piuttosto a motivi di opportunità politica maturati a Roma. Il Vaticano aveva buoni motivi per fermare il blitz, perché temeva l’avanzata del Comunismo. E preferisce attendere l’intervento degli anglo-americani, piuttosto che correre il rischio di consegnare il Paese nelle mani dell’antifascismo rosso, che con l’eliminazione dei due dittatori avrebbe rivendicato l’assoluta paternità dell’azione.

Se Hitler e Mussolini fossero stati spazzati via in un sol colpo, è molto probabile che la guerra sarebbe cessata. Ma, evidentemente, a pesare in quel momento furono le valutazioni politiche di chi nel ’43 lavorava già per il dopo Fascismo. E non volendo corre rischi di un avvicinamento a Mosca, preferì attendere la lenta risalita della Penisola degli Alleati.

 

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