Thursday, 19 April 2018 - 19:37

Il documentario sul Vajont di Nicola Pittarello commentato da Francesca Chiarelli

Apr 11th, 2015 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Gli speciali di Bellunopress, Lettere Opinioni, Prima Pagina
Notaio Chiarelli e figlia Francesca leggera

Il notaio Chiarelli con la figlia Francesca

È stato proiettato ieri, nel gremito e attento cinema Italia, un film documentario di Nicola Pittarello sul Vajont. Il giudizio sul film non può prescindere dal suo scopo primario dichiarato, che è quello di informare le nuove generazioni e in generale chi sa poco o nulla sul tema, lanciando al contempo, nel poco spazio compresso di un’ora e mezza, dei sassolini a chi volesse coglierli per approfondire in modo autonomo un tema terribilmente complesso e per certi versi ancora pericoloso da esplorare davvero. Scopo raggiunto, a mio parere, e pertanto ne auspico la diffusione e la visione.
Il docufilm ha scelto di centrare l’attenzione sulle vicende essenziali storiche, soprattutto quelle processuali: dalla prima ideazione dell’opera (quasi un secolo fa) fino alla sentenza dell’ultimo processo (1971), tagliando di proposito tutto il resto per dare una precisa connotazione e scopo al proprio lavoro. Ad altri lavori è già affidata la memoria storica di quanto patito e ricordato da tante persone coinvolte (superstiti, sopravvissuti, soccorritori, …) e ricostruzioni sulle vicende posteriori (la truffa delle compravendite di licenze, la ricostruzione delle diverse località, le strade prese dai soldi di risarcimento e di silenziamento…).
Ho apprezzato lo stile del racconto, che si è centrato sulla ricostruzione fedele di dialoghi reali (con parole esatte riportate dai testi e dai verbali ormai storici) fra il giudice istruttore e gli imputati principali. Moltissimi filmati d’epoca, alcuni dei quali inediti, girati un po’ da tutti: amatoriali generici, o girati della Sade, o per i telegiornali dell’epoca. Molti interessanti collage grafici e dinamici di foto, schemi e articoli giornalistici, scelti fra i più rappresentativi, collegati in una sorta di denso riassunto.
Commenti attuali di alcune persone competenti sul tema, selezionate in base alla loro “neutralità”, perché potessero dire fino a 9 ma non 10.
Il tema è estremamente complesso e una selezione di contenuti andava fatta per forza. Trovo che la scelta operata sia adeguata al target di utenza, ovvero menti ignare di tutto che siano desiderose di iniziare a capire qualcosa, di avere i contorni di una sagoma che starà a ciascuno identificare meglio.
Un buon punto di partenza.
Per chi invece è già avanti nella strada, il docufilm lascia il tempo che trova e non soddisfa la speranza di ben altro materiale inedito, tranquillizzando al contempo chi desidera che quel materiale non esca ancora, a turbare le coscienze, che è preferibile per taluni tenere sopite. Mi è parso un accettabile compromesso fra ciò che si può dire e ciò che ancora non si può dire troppo apertamente.
Tutti non si possono accontentare, è evidente e normale.
Un giorno il giudice Mario Fabbri (presente in sala e fra gli intervistati nel film), ebbe a dire: “Fin dall’inizio l’intento fu quello di seppellire il Vajont dalla coscienza collettiva”.
Ben vengano quindi docufilm ben fatti come questo, che ne parlano e chissà che un domani, quando tutti i coinvolti saranno morti, si possano sottolineare con voce maggiore quei particolari persi nella carrellata di grandangolo del film, ma meritoriamente presenti, a ben guardare con una buona lente. D’altronde il regista è un padovano, e può quindi avere un punto di vista più neutrale, probabilmente non notando lui stesso il peso di quei dettagli da lente che tanto clamore hanno suscitato in passato anche recente, detti con altre parole.
Al termine della proiezione è iniziato un piccolo dibattito pubblico, con domande dirette al regista e al sindaco di Longarone.
Una domanda (sintesi mia) “La gente aveva la percezione di un pericolo tanto grave? possibile che a vedere quelle crepe e segnali non siano scappati prima?”. La risposta (data dal sindaco Roberto Padrin) è, in sintesi, no, non lo sapevano con questa sicurezza che abbiamo oggi, si sono fidati delle rassicurazioni dell’Enel.
Aggiungo io qui: è appunto di fronte a questo muro di fiducia mal riposta che il giorno 9 mio padre si è scontrato quando cercò di far sì, invano, che le autorità avvisassero tutti di stare alla larga comunque quella sera, nel dubbio del risultato dell’evento franoso imminente a ore, all’insaputa dei più ancora oggi: almeno dal giorno prima era nota ai responsabili Enel la sera del 9 come quella fatale. Mio padre l’ha saputo per caso, per confidenza imprudente di quei due il giorno 8 nel suo ufficio. Non far evacuare anche Longarone è stata una precisa scelta di Biadene (e di tutti coloro che hanno accettato supinamente quella decisione), non un caso dovuto ad una data non nota. In un punto del docufilm questa mia affermazione trova conferma nelle stesse parole di Biadene.
Altra domanda dal pubblico in sala (sintesi mia): “La giustizia italiana fa una gran brutta figura e anzi come mai il film non evidenzia meglio che molta più gente dei pochi imputati ha avuto una parte negativa nella vicenda?”. La domanda lasciava intendere un senso di avvilimento e di impotenza come se tutti i coinvolti fossero stati colpevoli. La risposta del regista in sintesi ha evidenziato come questa sensazione esatta vada bilanciata con le persone che invece si sono comportate in modo diverso e retto e che anche su quelle va puntata l’attenzione.
Aggiungo io qui: persone come mio padre, che poteva tapparsi le orecchie, dimenticare quelle confidenze nel suo studio, stare con la sua famiglia a Belluno, invece di correre da una autorità all’altra, da un posto all’altro, senza effetto utile, poteva cedere alla pressione che gli intimava di non testimoniare al processo che l’ha fatto partire per L’Aquila, quel giorno del 1968 dicendo “Vado, spero di tornare”, tale era la sua preoccupazione.
Tutti coloro che hanno preso posizione contro i responsabili del Vajont, hanno pagato con vicende personali successive, chi più chi meno e in modi diversi. Compreso lui.
Altre domande e commenti sono seguiti, poi l’adunata si è sciolta e ciascuno è tornato alle proprie normali occupazioni, in molti senza collegare il proprio quotidiano operato con quanto appena proiettato. Ma forse qualcuno sì e di questo ne ha buon merito il regista, perché a questo dovrebbero servire questi lavori: ciascuno di noi faccia la propria parte ogni giorno, nel posto dov’è, nel proprio ambito, perché è di noi, di ciascuno di noi, che è fatta la società civile.

Francesca Chiarelli

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