Monday, 22 January 2018 - 20:04

La democrazia limitata dell’Italia nel dopoguerra stabilita a Yalta. Giovanni Fasanella racconta il fallito attentato a Berlinguer e i retroscena della Storia

Set 6th, 2014 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Cronaca/Politica, Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina, Società, Istituzioni

trabucco fasanella d'incà rossato«Quanti di voi sono a conoscenza che nell’ottobre del 1973 a Sofia i servizi segreti bulgari tentarono di assassinare Enrico Berlinguer (Sassari, 25.05.1922 – Padova, 11.06.1984, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 ndr)»?
Lo ha detto ieri sera in Sala Bianchi, , giornalista investigativo, scrittore, ha lavorato all’Unità e a Panorama, ospite dell’appuntamento letterario del ciclo “ estate” organizzato dall’Associazione Cittadini per il recupero della presieduta dall’ingegner . Che ha moderato l’incontro dal titolo “Moro, Berlinguer: la rivoluzione mancata“, con il contributo del costituzionalista dell’Università di Padova e dell’onorevole Federico D’Incà, deputato del Movimento 5 Stelle.

giovanni fasanellaFasanella ha raccontato i dettagli contenuti nel suo ultimo libro “” ricavati dall’esame degli atti d’archivio desecretati, contenuti al National Archives di Kew Gardens di Londra tra i 30 milioni di documenti, dall’anno Mille in poi, (www.nationalarchives.gov.uk).
A rivelare per primo la notizia del fallito attentato a Berlinguer nella capitale bulgara fu Emanuele Macaluso, all’epoca numero due del Pci, circostanza inizialmente smentita da tutti, ma confermata dalla moglie di Berlinguer Letizia Laurenti la quale disse che suo marito era certo che si fosse trattato di un attentato progettato dai servizi segreti russi del Kgb. Anche la dinamica dei fatti, del resto, avvalora questa tesi. «La Chaika blindata di rappresentanza nella quale viaggiava Berlinguer da Sofia verso l’aeroporto insieme all’interprete e due dirigenti comunisti bulgari venne centrata da un camion militare carico di pietre – racconta Fasanella – e solo per caso non volò dal cavalcavia perché si fermò su un pilastro d’acciaio. L’interprete morì nell’impatto e i due dirigenti rimasero feriti gravemente e anche Berlinguer riportò delle ferite. I servizi segreti bulgari misero a disposizione un aereo a Berlinguer per rientrare in Italia, ma dopo quello che era accaduto egli rifiutò e ritornò con un jet italiano dei nostri servizi segreti. Dall’ospedale militare a Sofia dov’era ricoverato, in relazione ai fatti accaduti, annoterà “Ecco perché è necessario un compromesso storico tra le forze di area comunista, socialista e cattolica”».

Ma perché i servizi russi volevano eliminare Berlinguer?
«Berlinguer – spiega Fasanella – sosteneva una indipendenza del Pci, secondo un modello che era inconcepibile per il blocco sovietico. Tant’è che al 12mo congresso del Pci del 1969 sosterrà tutte le sue posizioni eretiche, con la condanna dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia dell’agosto ’68. Oltre a destituire Cossutta che avrebbe dovuto prendere il suo posto e quindi rafforzare il legame con Mosca se l’attentato fosse riuscito. Insomma, il socialismo dal volto umano di Berlinguer era devastante per l’Urss per un possibile effetto domino sui paesi satelliti. Berlinguer voleva staccarsi progressivamente dall’influenza sovietica, in cambio la Dc con Aldo Moro, avrebbe rinunciato al cosiddetto fattore K ossia all’esclusione del Pci dal governo. Un progetto che non poteva essere accettato né dai russi né dagli inglesi, che con un’Italia indipendente vedevano minacciata la loro sovranità nel Mediterraneo». L’Italia dunque, doveva rimanere uno stato a sovranità limitata così come era stato stabilito alla conferenza di Yalta fra il 4 e l’11 febbraio del 1945 dai vincitori della II^ Guerra mondiale Franklin Delano Roosevelt , Winston Churchill e Iosif Stalin. Ma c’è di più. Dai documenti desecretati dell’archivio Kew Gardens di Londra consultati da Fasanella, c’è il resoconto del dialogo tra Winston Churchill e monsignor William Godfrey, delegato apostolico a Londra, datato 7 novembre 1945, nel quale il premier inglese dice che l’Italia nel dopoguerra potrà godere di eccellenti condizioni di pace e sarà sostenuta da una concreta assistenza per la ricostruzione e un periodo di benessere. Ma le saranno impedite tre cose:

1) Avere un regime politico pienamente democratico (il Pci non poteva governare);

2) Non potrà avere una propria politica estera e una politica energetica autonoma.

3) Non potrà avere una politica propria della sicurezza. I vertici delle Forze armare risponderanno alla Gran Bretagna e alla catena di comando del Patto Atlantico. Quelle clausole segrete, insomma, già pattuite alla Conferenza di Yalta.

Ebbene, l’Italia negli anni ’70 è la quinta potenza economica, e all’orizzonte si profila un’apertura al Pci di Berlinguer verso la Dc di Moro in aperta violazione ai patti di Yalta riferiti da Churchill al nunzio apostolico che riferì alla Santa sede. Ecco allora che scatta il piano per mantenere saldi gli equilibri di Yalta. Alle elezioni del 20-21 giugno 1976 il Pci punta al sorpasso della Dc, che però non gli riesce. Ma raggiunge il 34,4% mentre la Dc ottiene il 38,7%. I servizi segreti britannici progettano un colpo di stato militare per impedire che Berlinguer attui il compromesso storico con Moro. L’idea viene però abbandonata perché considerata rischiosa. E, in accordo con gli altri paesi della Nato, si passa alla seconda opzione che un memorandum segreto del Foreign Office datato 6 maggio 1976 definisce “sostegno a una diversa azione sovversiva”.

«L’assassinio di Moro – afferma Fasanella – avrà per l’Italia lo stesso effetto di un colpo di stato. Da paese egemone, quinta potenza economica che eravamo, diventiamo via via quello che siamo oggi, un paese a pezzi, senza classe dirigente e senza credibilità.»

E’ una storia vista attraverso i documenti segreti d’archivio, quella raccontata da Fasanella, giornalista investigativo. Dove Berlinguer e Moro rappresentano dei politici di razza che lavorano per restituire la sovranità al loro Paese. Così come quei coraggiosi manager dell’industria, come Enrico Mattei, che muore guarda caso quando va nell’area del Mediterraneo a scalfire gli interessi anglo-americani del petrolio.
Sollecitato da una richiesta del pubblico, Fasanella risponde anche sulla questione Ucraina. Sono ancora validi oggi gli accordi di Yalta? L’Ucraina deve ritenersi sempre un territorio della sfera d’influenza dell’ex Unione Sovietica e dunque è un affare di Putin dove l’Occidente non può avanzare pretese?
«L’Urss non c’è più – ha detto Fasanella precisando che questa, a differenza della ricostruzione del libro fondata su documenti d’archivio, è la sua personale opinione – e dunque non so se la Russia di Putin può rivendicare a pieno titolo quei diritti nei confronti dell’Occidente e quindi dell’Ucraina».

Sul piano squisitamente giuridico della questione interviene il costituzionalista Daniele Trabucco. «Gli accordi di Yalta, come il Trattato di Osimo del 1975 – ha detto – hanno ancora piena validità. La questione giuridica è stata affrontata di recente in relazione al referendum del Veneto per l’indipendenza. Per effetto di tali trattati, infatti, l’Italia non avrebbe alcun titolo nel mettere in discussione i confini con l’ex Jugoslavia».
Trabucco completa il ragionamento di Fasanella esaminando l’Italia del dopoguerra sotto il profilo politico-giuridico. «Negli anni ’70 c’era l’esigenza che la democrazia italiana diventasse veramente pluralista, che acquisisse una maturità che ancora non aveva. Dalla democrazia maggioritaria Dc-Pci siamo passati al sistema bipolare che però ha portato una ulteriore frammentazione, la crisi dei partiti e la personalizzazione della politica. La sfida del compromesso storico era quella di allargare la rappresentanza. Oggi ho l’impressione che si stia ritornando a quella democrazia maggioritaria del primo dopoguerra». Il riferimento di Trabucco è anche all’Europa dell’euro, dove il Parlamento italiano ha solo il compito di ratificare i parametri imposti dall’economia globale.

L’onorevole D’Incà, deputato del Movimento 5 Stelle mette sul tavolo la questione morale e cita Eugenio Scalfari nell’intervista a Berlinguer su Repubblica del 28.07.1981 
D’Incà prosegue idealmente quell’intervista per chiedere a Berlinguer come giudichi la comunicazione di oggi. Quanto essa sia importante nella politica. Per arrivare a chiedere «Siamo pronti ad una democrazia diretta e con quali mezzi possiamo ottenere la partecipazione dei cittadini alla vita politica». E qui, posto che l’interrogativo proviene da un politico del Movimento di Beppe Grillo, entriamo pure noi nella finzione per far rispondere a Berlinguer: “E’ sicuro, caro collega, che la rete sia davvero il metodo più rappresentativo per la partecipazione e la selezione dei cittadini alla politica?”
Roberto De Nart

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