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Torna nelle librerie “I delitti di Alleghe” di Toni Sirena. L’intervista all’autore.

Ago 6th, 2014 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina

alleghe-leggeraTorna nelle librerie “I delitti di Alleghe” (Cierre edizioni), il libro del giornalista Toni Sirena sul noto caso giudiziario che, con la sentenza del 1960, si concluse con la condanna all’ergastolo per tre persone e a 30 anni di detenzione per una quarta. Il libro, esaurito da tempo nelle librerie, era continuamente richiesto e l’editore quindi ha risolto per una nuova pubblicazione. Si tratta di una nuova edizione, nella quale sono state ridotte alcune parti non essenziali e aggiunte altre che illuminano alcuni aspetti importanti. In particolare un singolare episodio avvenuto la notte del delitto del 1946, quando, in una stradina accanto al centro Alleghe, furono uccisi a colpi di pistola i coniugi del Monego. Episodio che era stato riferito ai carabinieri, la mattina dopo, dal fratello di una delle due vittime e sul quale, inspiegabilmente, non si era nemmeno indagato. Quell’episodio porta dritto al vero assassino. C’è quasi pure il nome…
Ci sono ancora misteri da risolvere quindi?
“In realtà i misteri sono un’invenzione. Quando si vuole cercare misteri a tutti i costi, si finisce per inventarli. Diamo per scontata la buona fede, ma Il meccanismo psicologico è chiaro: se la mia fervida immaginazione mi porta a convincermi di un fatto, ma nessuno conferma le mie ipotesi, allora ci deve essere qualche mistero; quindi la gente tace non perché non sappia nulla di cose inesistenti, ma perché ha paura, c’è sotto un mistero, c’è una cupola di potenti che domina un intero paese col terrore e così via”.

La bibliografia sui delitti di Alleghe sembra andare però nella direzione opposta

“Sul caso sono stati scritti altri libri, girati anche dei film. Però la versione è sempre una sola, perché tutti hanno sempre attinto dal libro di Sergio Saviane, uscito nel 1964, che è un libro pieno di errori e che non rispecchia nemmeno la sentenza. In quel libro sono contenute cose già accertate come false nel corso delle indagini, frutto della fantasia esagerata della gente. Saviane voleva fare un romanzo, scrivere un racconto. Lavora di fantasia. Lo scrive egli stesso nella presentazione alla prima edizione del 1964, e lo ripete poi nelle ultime edizioni: “fantasia ed ingegno”. Non si tratta di giornalismo d’inchiesta”.

In che modo sono diversi questo libro e l’approccio ai fatti?

“Il mio libro ricostruisce la vicenda, per la prima volta, attraverso i documenti, gli atti giudiziari. Non c’è spazio per la fantasia. Non sono partito da una posizione precostituita, e solo alla fine mi sono fatto una convinzione precisa”.

Quale?

“Sono un innocentista convinto. Penso che si tratti di un clamoroso errore giudiziario”.

Eppure c’è una sentenza passata in giudicato

“L’errore giudiziario è sempre possibile. Non a caso nel nostro ordinamento esistono tre gradi di giudizio. E anche dopo si può sempre riaprire il caso, in presenza di nuove prove. Il fatto è che lo si può riaprire solo in caso di condanna, ma nella vicenda di Alleghe si sarebbe dovuto, per affermare l’innocenza dei condannati, sostenere la colpevolezza di altri, oltre che ammettere gli abbagli di carabinieri e giudici, che erano stati arrestati e poi assolti in istruttoria. E non si può processare due volte una persona per lo stesso reato”.

Fu un errore anche quello?

“Un errore all’origine degli altri. Basti pensare che l’assoluzione derivò da una perizia balistica fatta su una pistola sbagliata: una Beretta 34 calibro 9 corto anziché una Walther P38 calibro 9 lungo. Non scoperto il colpevole, lo si cercò e lo si volle trovare a tutti i costi da qualche altra parte. Aggiungendo poi anche altri delitti mai esistiti. Esistono i morti, non i delitti. O meglio, ne esiste uno solo, quello del 1946, ma fatto da altri, non da quelli che vennero ritenuti colpevoli. Le due morti precedenti sono dei suicidi”.

Come giustifica la distanza tra la sentenza e l’indagine storica?

“Tra l’attività del giudice e quella dello storico ci sono dei punti di contatto. Entrambi cercano la verità. Ma il giudice deve attenersi strettamente ai fatti accertati, lo storico ha più libertà, se ci sono zone d’ombra può fare, documenti alla mano, delle ipotesi ragionate. Ma se un giudice condanna sulla base di ipotesi, piegando i fatti alla sua convinzione, e ritiene la confessione la ‘prova regina’, allora l’errore è inevitabile”.

 

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