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lunedì, Luglio 6, 2020
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Bellunesi verso l’autoannientamento * di Tomaso Pettazzi

Tomaso Pettazzi
Tomaso Pettazzi

I Bellunesi sembrano anelare al proprio annientamento? In questi ultimi anni sembrano aver lavorato con impegno verso questo risultato, dentro e fuori le istituzioni.

Hanno eletto rappresentanti politici che si sono distinti nel servire le segreterie partitiche e non il territorio. Ultimi esempi De Menech che tuona contro il ministro Delrio e la sua proposta di eliminazione dell’ente Provincia elettivo, ma venerdì lo accoglierà con tutti gli onori, affermando che quanto egli ci proporrà (una lenta agonia per due anni fino alla eliminazione) sarà quanto di meglio potremmo aver mai immaginato. Affiancato in ciò dai Sindaci Massaro e Perenzin, dimentichi anch’essi della loro parola contraria espressa in più occasioni (Perenzin solo due sabati fa a Soverzene).

Oppure Piccoli che fa il percorso inverso; prima auspicava una Provincia modello Bim (chissà perché?!), ma ora, folgorato sulla via di Damasco verso l’opposizione parlamentare, diviene paladino del suo mantenimento col massimo dei poteri.

Per non parlare di Reolon, ondivago tra autonomia regionale, nuova regione Dolomiti con Trento e Bolzano, primo o secondo grado, e avanti con le contraddizioni; prodigo di laide espressioni nei confronti di quei giovani e quegli abitanti della montagna che duramente hanno espresso la loro volontà di lotta e resistenza nel nome della montanità.

Accolgono con tappeti di palme il figlio ingrato della nostra terra, Gianclaudio Bressa, ogni qual volta giunge qui dalla sua dorata residenza bolzanina, per raccontarci la storia dell’autonomia possibile e progressiva; espressione del patto scellerato del Pd trentino/bolzanino a sostegno dei governi di centrosinistra, nel quale i bellunesi sono le vittime sacrificali, novelli Isacco sulla pira predisposta dal padre degenere.

Rinunciano a fondare in Valbelluna una Cassa rurale che avrebbe potuto segnare una svolta nella storia del credito e dell’ economia locale, aumentando anzi i loro depositi presso gli istituti bancari più lontani dalla nostra terra. Che centellinano il credito alle nostre aziende, ma lo elargiscono a piene mani agli amici degli amici, lasciando a noi in cambio carta straccia come Bond argentini o Parmalat o prodotti derivati coi quali si sono infettati anche alcuni nostri Comuni.

Hanno presidenti e direttori delle Associazioni produttive, commerciali, culturali che a parole tuonano contro tagli e disservizi, ma quando si tratta di protestare realmente e solidalmente con chi si batte per il territorio, disertano la chiamata e partoriscono una pagina di giornale ove ripetono stancamente una parte che recitano da dilettanti. Ad essi si accodano addirittura i sindacati, alcuni dei quali hanno già abdicato alla loro veste provinciale.

Rinunciano a protestare in massa per la difesa dei posti di lavoro, non solo di quelli altrui, ma pure dei propri. Vedasi la scarsissima partecipazione alla manifestazione per l’Acc di Mel lo scorso 10 novembre. E dimenticano che il comparto manifatturiero occupa la metà dei nostri attivi, con una prospettiva deleteria per l’occupazione.

Rinunciano a penalizzare l’ente Poste italiane, che ogni secondo giorno chiude uno sportello nei paesi più disagiati, anzi anche in questo caso aumentano i propri depositi.

Rinunciano a contestare la ristrutturazione scolastica provinciale che elimina classi e scuole sul territorio e di fatto delega all’Ufficio Scolastico di Treviso le competenze su Belluno. Quanto più la direzione scolastica è lontana dai nostri Circoli ed Istituti comprensivi, tanto più lo è dai loro specifici problemi, che nulla hanno da spartire con le realtà di pianura.

Rinunciano ad urlare con forza che la nostra acqua deve servire principalmente alle nostre collettività, al nostro territorio, alla nostra economia, dopo un secolo di sfruttamento coloniale che ci ha lasciato duemila morti e saccheggi ambientali inauditi. E ciò è ancora più assurdo se si pensa che il nostro pil idroelettrico (pari al 20% della produzione italiana) ammonta a circa un miliardo e trecento milioni di €, ma le nostre linee ferroviarie sono così antidiluviane che non sono elettrificate.

E anzi rinunciano a contestare la carneficina ferroviaria in atto nei nostri confronti, disertando in massa gli incontri promossi sul territorio per contrastarla; ultimo ad Agordo con la presenza di sole venti persone.

Rinunciano a contrastare la legge regionale sul turismo dove i B & B locali, generalmente con due o tre letti, sono parificati a realtà metropolitane ben più dimensionate, imponendo loro incombenze amministrative che ne vanificano la già minima redditività, magari penalizzando e cancellando di fatto l’unica realtà ricettiva in un paese sperduto nelle nostre magnifiche valli minori.

Non si preoccupano degli ultimi dati statistici che indicano il Comelico come zona a rischio spopolamento (-30% le nascite anno su anno), il nostro territorio tra le comunità più anziane d’Italia, il comparto turistico in estinzione con un ulteriore -10%, la disoccupazione salita in tre anni al 15% contro la media nazionale del 12,5% (in una provincia che solo poco tempo fa era additata ad esempio di piena occupazione!)…

Non si preoccupano dei veri tagli alla nostra sanità, che comportano lo svuotamento di risorse e servizi negli ospedali di Agordo e Pieve di Cadore, in vista della loro futura cancellazione. Andare dal Cadore o dall’Agordino a Belluno diverrà così un’impresa come nell’ottocento.

Non si preoccupano se le nostre foreste vengono vincolate dalla Regione o dallo Stato ai fini di compensazione quote co2 ed ossigeno nell’ambito del Protocollo di Kyoto e natura 2000, senza che privati e Comuni siano informati dell’operazione e senza alcun ritorno economico a nostro favore. Sembra quasi che affermino: “Ma cosa c’è di nuovo? Da secoli Venezia ha vincolato i nostri boschi alle sue esigenze. Cansiglio, San Marco e Caiada hanno fatto la grandezza della Serenissima, lasciamo che continui così…”

Non si chiedono perché le Terre Alte abbiano indetto in massa referendum per il distacco da una provincia in via di estinzione. Non certo per avversione verso le altre comunità, anzi per riaffermare un principio di eguaglianza tra popolazioni che vivono in analoghe realtà territoriali; nella prospettiva di svegliarci dal torpore in cui ci ha condannato una classe politica attenta solo al proprio tornaconto. Sono tutti matti?

Chi vuole aggiunga pure altre lagnanze, ma spero anche parole di fiducia e conforto per chi nonostante ciò continua a lottare con la volontà di resistere al processo di emarginazione e indebolimento delle nostre comunità.

Tomaso Pettazzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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