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Commemorazione del Vajont: il discorso di Giovanni Piccoli in Senato

Ott 8th, 2013 | By | Category: Cronaca/Politica, Prima Pagina
Giovanni Piccoli, senatore Pdl

Giovanni Piccoli, senatore Pdl

Grazie Presidente, onorevoli colleghi,

è portando in animo una profonda emozione che mi accingo a ricordare in quest’Aula uno degli eventi più drammatici e significativi della storia recente del nostro Paese. Un evento che ha segnato la vita di moltissimi miei conterranei e che in pochi minuti ha trascinato una valle, una Provincia, un’ intera nazione dal sogno e dalla sfida quasi pionieristica delle grandi opere del secondo dopoguerra, all’incubo di una tragedia senza precedenti nel mondo.

Sono trascorsi cinquant’anni da quando, alle 22 e 39 del 9 ottobre 1963, 260 milioni di metri cubi di roccia e detriti si staccarono dal monte Toc – al confine tra le Province di Belluno e Pordenone – e scivolarono alla velocità di circa 100 km/h, nel bacino artificiale creato con la costruzione della diga sul torrente Vajont, affluente di sinistra del fiume Piave.

260 milioni di metri cubi: circa 100 volte il volume della Grande piramide di Cheope.

Il bacino fu sommerso, quasi scomparve.

Una breve scossa di terremoto risvegliò la valle.

Per un attimo i paesi furono illuminati a giorno e poi l’elettricità si interruppe ovunque ed essi rimasero completamente nell’oscurità.

Un silenzio irreale si insinuò tra le abitazioni, un silenzio rotto solo dal rumore di un vento inaspettato e sempre più forte.

D’improvviso dal silenzio e dall’oscurità emerse la tragedia.

Un’onda alta più di 100 metri superò la diga e si schiantò sull’abitato di Longarone con una violenza inaudita.

Il ritorno dell’onda lambì Castellavazzo e portò distruzione in molte altre frazioni, mentre anche a monte una seconda lingua d’acqua devastava gli abitati di Erto e Casso.

Dopo qualche minuto il silenzio fu definitivamente sostituito dal sordo rumore del Piave che scorreva ad un’altezza paurosa, portando con sé un’intera valle e con essa la tragica quiete di 2000 morti.

Lo sbarramento del Vajont – progettato dalla Società Adriatica di Elettricità – fu costruito con il fine di creare, nell’ambito del sistema idraulico del Piave, un bacino che costituisse il principale serbatoio ad uso idroelettrico ed irriguo di raccolta delle acque del fiume e degli altri maggiori corsi d’acqua della Provincia di Belluno.

L’opera fu colossale.

In tre anni, dall’estate del 1958 all’estate del 1960 e con l’impiego di centinaia di addetti, venne realizzata una diga in calcestruzzo armato a doppio arco, alta 261 metri (due volte l’altezza della cupola di San Pietro), con uno spessore alla base di 22 metri e 3,4 metri alla sommità, capace di creare un invaso di quasi 160 milioni di metri cubi d’acqua.

Un solo dato aggiuntivo: il consolidamento delle spalle richiese all’impresa Torno di Milano la realizzazione di circa 170 chilometri di perforazioni e iniezioni.

Sotto il profilo ingegneristico si trattò di un’esperienza senza precedenti: ancora oggi è la quinta diga più alta del mondo.

Un’opera così ben realizzata da reggere il tremendo impatto della frana e dell’onda senza crollare.

Un’opera che ben si può definire altamente rappresentativa delle capacità e delle competenze costruttive italiane.

Quella del Vajont è una storia tremenda, una drammatica vicenda che è iniziata ancor prima di quella fatidica notte del 9 ottobre 1963 con gli studi, le polemiche, le paure e le sfide.

Una vicenda che non si è conclusa con il lento defluire dell’acqua e la definitiva chiusura dell’esercizio del bacino.

E’ piuttosto un avvenimento senza tempo, poiché in tre drammatici minuti si sono concentrati molti degli aspetti della vita civile, sociale, economica e politica, che portiamo ancor oggi con noi.

Il Vajont non è uno spaventoso dramma solo da libro di storia.

Il Vajont per molti nostri concittadini, così come per me, è “La Storia”.

Nella storia ci sono l’uomo, il suo ingegno, la sua ambizione, la sua presunzione, i suoi limiti.

Ci sono il territorio e la natura: deboli e poi furiosi. C’è la montagna, quella montagna verso la quale è il caso di rivolgere attenzione più di frequente e non solo nelle occasioni di memoria, come quella che oggi si racconta.

Nella storia ci sono le famiglie: quelle scomparse, quelle dei superstiti, quelle dei sopravvissuti.

Ci sono le imprese: quelle imprese che dalle macerie hanno fatto un miracolo, portando al Paese una delle realtà industriali e produttive più avanzate d’Europa.

Ci sono i volontari, quei volontari che proprio da quell’esperienza drammatica ci hanno fatto conoscere lo straordinario valore della solidarietà. Una dote incarnata innanzitutto dalla nostra protezione civile, un corpo d’azione che oggi le altre nazioni guardano con ammirato interesse e al quale va il nostro costante ringraziamento per il quotidiano impegno volto a prevenire, proteggere e soccorrere il territorio dalle piccole e grandi calamità, che lo hanno colpito anche nel recente passato.

Impossibile, poi, dimenticare la presenza amorevole e rocciosa nello stesso tempo dei nostri Alpini e del corpo dei Vigili del Fuoco.

Nel Vajont, infine, c’è lo Stato.

Quello Stato che fu concedente del diritto alla derivazione idraulica, controllore e giudice della tragedia. Uno Stato verso il quale spesso si è rivolta la rabbia di chi aveva perso tutto e dallo Stato pretendeva risposte al proprio smarrimento.

Purtroppo di fronte ad un evento che in pochissimi istanti ha cambiato la geografia di una Provincia e ne ha stravolto la comunità sociale, lo Stato non ha saputo opporre nei tempi adeguati una forza di azione altrettanto potente.

Le umane richieste di giustizia si sono infrante contro proclami disattesi e azioni tardivamente riparatrici.

Basti pensare che le vicende legate ai risarcimenti si sono chiuse dopo addirittura 37 anni!

Non va dimenticato, infatti, che all’indomani della tragedia si è dovuto far fronte a due ricostruzioni. Una materiale, opportunamente sostenuta da una serie di leggi (le “leggi Vajont”) che permisero di infrastrutturare nuovamente le aree distrutte.

Ma un’altra, certo più complicata, di tipo sociale e morale: in uno scenario apocalittico, i superstiti dovevano essere accompagnati verso una vera e propria nuova vita, come se nulla fosse mai esistito prima, poiché nulla esisteva più.

Il dramma del Vajont ha fatto scuola anche in tal senso, dando risposte alle impreviste necessità di attivare azioni di supporto psicologico e di gestione del lutto sino ad allora sperimentate solo per i grandi conflitti mondiali.

Ciò che sento il dovere di esprimere in quest’Aula, è il pensiero che un accadimento di tale portata richiede di essere oggetto di una memoria attiva, operativa e proiettata al futuro.

Richiede di essere un reale monito.

E con ciò mi riferisco a tutti gli aspetti che esso ha inevitabilmente coinvolto.

I temi della sicurezza, della prevenzione, dello sviluppo, della ricerca (e in tale settore mi sia consentita una menzione particolare per la Fondazione Vajont, un soggetto nato nel 2003 con la precisa finalità di produrre studi rivolti a rafforzare l’efficacia e la tempestività di tali azioni), tutti questi temi con il Vajont sono divenuti quotidianità.

Non si tratta, dunque, solo di ricordare.

Vi è un processo più importante da compiere, che è quello dell’imparare e poi dell’ attuare e dell’agire consapevole.

Un processo che non è iniziato né finito con la ricostruzione di Longarone.

Un percorso senza limiti né di tempo, né di spazio, che da tre minuti di distruzione e di morte deve continuare a produrre un futuro di sviluppo e di vita.

Non è retorico dire che siamo tutti parte di questo percorso.

Tutti i giorni ci confrontiamo con un Vajont. Tutti i giorni il nostro ruolo di padri, madri, figli, cittadini, professionisti, imprenditori, membri delle Istituzioni, ci richiede di tenere a mente le cause di quel dramma assieme al valore che da esso è poi sorto.

Quanto ci ha insegnato quella tragedia è che in nessuna attività deve essere lasciato spazio alla superficialità e che nessun interesse particolare può consentire l’approssimazione nelle scelte.

Ricordiamolo, anche con fermezza se necessario, ai nostri figli quando li invitiamo alla prudenza, ai nostri colleghi imprenditori e ai nostri operai quando parliamo di sicurezza sul lavoro, ai docenti dei nostri figli quando chiediamo un’istruzione migliore, ai medici, agli avvocati, a tutti i professionisti quando ci rivolgiamo alle loro competenze.

E ricordiamolo anche a noi che, in quest’Aula, siamo chiamati ad esprimere uno dei compiti più delicati e decisivi per la nostra società: il compito di regolarla con norme giuste ed efficaci.

Quelle norme che rappresentano il primo e fondamentale atto di prevenzione.

Ciò è tanto vero se ripensiamo ancora alle recenti immagini della tragedia accaduta al largo dell’isola di Lampedusa pochi giorni or sono.

Il Vajont – e mi avvio a concludere – appare come una sorta di grande cicatrice che è stampata sul corpo della nostra Italia.

Ricucire i tessuti lacerati dalla tragedia non è sufficiente.

Fondamentale è che ogni tanto con la mano si sfiori la pelle un po’ rovinata e segnata dal dramma, per riportare all’attualità un’esperienza fatta di errori, ma anche di una straordinaria capacità di ripartire.

Nel cinquantesimo anniversario di quella tremenda notte del 9 ottobre 1963 auguro ai miei concittadini, alle nostre montagne e al nostro Paese di portare sempre con sé la solidità e la concretezza di intenti che, dopo il dramma, ci consentì di rinascere.

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2 comments
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  1. Bho

  2. A che serve sta roba mentre i bellunesi di oggi perdono il lavoro? Prendiamo i soldi del senatore?

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