Tuesday, 12 December 2017 - 16:11

Lettera dell’assessore regionale Donazzan ai dirigenti scolastici del Veneto: “La scuola faccia conoscere e capire la tragedia del Vajont”

Ott 4th, 2013 | By | Category: Cronaca/Politica, Prima Pagina, Scuola
Elena Donazzan

Elena Donazzan

“Lunedì prossimo 7 ottobre il Consiglio Regionale del Veneto, massima espressione della rappresentanza democratica del Veneto, si riunirà a Longarone per ricordare la tragedia del Vajont. Da sempre la scuola è la più alta tra le istituzioni competenti relativamente ai temi dell’educazione alla cittadinanza intesa come condivisione del destino di un popolo. Nell’ultima riforma della scuola tale compito è stato ancor più valorizzato e definito. Una nuova accezione della educazione civica come confronto sui temi dell’attualità per trattare delle origini di un territorio, della sua storia come passato, ma anche quale proiezione nel futuro della società di cui i nostri giovani saranno i protagonisti”.

Inizia così la lettera che l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione, Elena Donazzan, ha inviato a tutti i dirigenti scolastici del Veneto nel 50° anniversario del disastro del Vajont, chiedendo loro di coinvolgere docenti e studenti, in concomitanza con la seduta del Consiglio Regionale a Longarone, per “approfondire la conoscenza di quella che fu una immane tragedia per gli abitanti di quel territorio, ma che segnò un punto fondante per la nostra società veneta ed italiana”.

“Nacque allora la Protezione Civile – scrive l’assessore –, si chiese all’Esercito Italiano ed in particolare agli Alpini di leva di intervenire in una emergenza ambientale e civile, si iniziò a riflettere in materia di legislazione ambientale in relazione all’utilizzo di un bene primario quale l’acqua e del suo sfruttamento da parte dell’uomo, si affrontò la delicata questione della fragilità delle nostre montagne. Da quel disastro nacque la grande industria veneta che grazie agli investimenti da parte dello Stato, ma soprattutto alla caparbietà e alla propensione al sacrificio della gente di montagna, crebbe fino a diventare polo di riferimento in settori strategici nel mondo”.

“Solo conoscendo, riflettendo, analizzando nell’ottica della multidisciplinarietà della scuola italiana – conclude Donazzan –, potremo costruire una società consapevole delle proprie fragilità e delle proprie potenzialità. Il Vajont è una parte importante della storia veneta ed italiana, ma è anche un grande insegnamento e monito per il futuro”.

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7 comments
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  1. A che serve sta lettera?

  2. “Un grande insegnamento e monito per il futuro”? Ma scherza? Nel Bellunese continua imperterrito il saccheggio dei nostri fiumi e torrenti, per realizzare centraline idroelettiche i cui proventi non hanno la minima ricaduta economica positiva per le nostre Comunità. E questo col fondamentale sostegno del Consiglio e Giunta veneta a cui competerebbe la tutela del nostro territorio. Le ricordo che Eva Valsabbia, società interessata alla costruzione della centralina in Valle del Mis, ha chiesto danni per 38 milioni di € la mancata realizzazione. E questo a fronte di un ‘offerta a suo tempo fatta al Comune per l’affitto del terreno di poche decine di migliaia di € ! Certo, gli speculatori hanno imparato bene fin dalla lezione del Vajont! Siamo noi che ancora non abbiamo imparato un….

  3. Il Vajont continua senza sosta. Che vuole questa?

  4. Come al solito si dimenticano che non fu una”immane tragedia” ma un “immane omicidio”.

  5. Concordo con helmut “un Immane omicidio di mafia”

  6. Ancora questa?

    Porti risposte per la montagna, non retorica inutile.

  7. ” Natura crudele

    Stavolta per il giornalista che commenta non c’è compito da risolvere se si può, con il mestiere e con la fantasia e col cuore. Stavolta per me, è una faccenda personale perché quella è la mia terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente. E scriverne è difficile!
    Un po’ come se a uno muore un fratello e gli dicono che a farne il necrologio deve essere proprio lui.
    Conosco quei posti così bene, ci sono passato tante centinaia e forse migliaia di volte che da lontano posso immaginare tutto quanto come se fossi stato presente.
    Per gli uomini che non sanno, per i paesi antichi e nuovi sulla riva del Piave, là dove il Cadore dopo tante convulsioni di valloni e di picchi apre finalmente la bocca sulla pianura e le montagne per l’ultima volta si rinserrano le une alle altre, è soltanto una bellissima sera d’ottobre.
    In questa stagione l’aria è lassù limpida e pura e i tramonti hanno delle luci meravigliose. Ecco, il sole è scomparso dietro le scoscese propaggini dello Schiara, rapidamente calano le ombre, giù dalle invisibili Dolomiti comincia a soffiare un vento freddo, qua e là si accendono e si spengono i lumi, i buoi si assopiscono nelle stalle, gruppetti operai dalla fabbrica di faesite pedalano canterellando verso casa, un’eco di juke box con la rabbiosa vocetta di Rita Pavone esce dal bar trattoria con annessa colonnetta di benzina, rare macchine di turisti passano sulla strada di Alemagna, la stagione delle vacanze è finita. Proprio di fronte a Longarone la valle del Vajont è già buia, più che una valle è un profondo e sconnesso taglio nelle rupi, un selvaggio burrone, mi ricordo la straordinaria impressione che mi fece quando lo vidi per la prima volta da bambino, a un certo punto la strada attraversava l’abisso, da una parte e dall’altra spaventose pareti a picco.
    Qualcuno mi disse che era il più alto ponte d’Italia, con un vuoto sotto, di oltre cento metri. Ci fermammo e guardai in giù con il batticuore.
    Bene, proprio a ridosso del vecchio e romantico ponticello era venuta su la diga e lo aveva umiliato.
    Quei cento metri di abisso erano stati sbarrati da un muro di cemento, non solo; il fantastico muraglione aveva continuato ad innalzarsi per altri centocinquanta metri sopra il ponticello e adesso giganteggiava più vertiginoso delle rupi intorno, con sinuose e potenti curve, immobile eppure carico di una vita misteriosa.
    Notte. Due finestre accese nella cabina comandi centralizzati, nell’acqua del lago artificiale si specchia una gelida fascetta di luna, ronzii nei fili, giù nel tenebroso botro lo scrosciare dello scarico di fondo, a Longarone. Scheda
    Faè, Rivalta, Villanova dormono, ma c’è ancora qualcuno che contempla il video, qualcuno nell’osteria intento all’ultimo scopone. In quanto alle montagne esse se ne stanno immobili, nere e silenziose come il solito.
    No, a questo punto l’immaginazione non è più capace di proseguire, la valle, i monti, i paesi, le case, gli uomini, tutto riesco ad immaginare nella notte tranquilla poiché li conosco così bene, ma adesso non bastano le consuetudini e i ricordi. Come ricostruire ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago? E l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe?
    Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può, come nel caso del Gleno, dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento, e del coraggio umano.
    La diga del Vajont era ed è un capolavoro perfino dal lato estetico.
    Mi ricordo che mentre la facevano l’ingegnere Gildosperti della S.A.D.E. Scheda mi portò alla vicina centrale di Soverzene dove c’era un grande modello in ottone dello sbarramento in costruzione ed era una scultura stupenda, Arp e Brancusi ne sarebbero stati orgogliosi.
    Intatto, di fronte ai morti del Bellunese, sta ancora il prestigio della scienza, dell’ingegneria, della tecnica, del lavoro.
    Ma esso non è bastato. Tutto era stato calcolato alla perfezione, e quindi realizzato da maestri, la montagna, sotto ai lati, era stata traforata come un colabrodo per una profondità di decine e decine di metri e quindi imbottita di cemento perché non potesse poi in nessun caso fare dei brutti scherzi, oppure apparecchiature sensibilissime registravano le più lievi regolarità o minimi sintomi di pericolo. Ma non è bastato. Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed asciutta che la fantasia della scienza. Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alla spalle. Si direbbe quasi che in tutte le grandi conquiste tecniche, stia nascosta una lama segreta e invisibile che a un momento dato scatterà.
    Intatto, e giustamente, è il prestigio dell’ingegnere, del progettista, del costruttore, del tecnico, dell’operaio, giù fino all’ultimo manovale che ha sgobbato per la diga del Vajont, ma la diga, non per colpa sua è costata diecimila morti. I quali morti non sono della Cina o delle Molucche, ma erano gente della mia terra che parlavano come me, avevano facce di famiglia e chissà quante volte ci siamo incontrati e ci siamo dati la mano e abbiamo chiacchierato insieme. E il monte che si e’ rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita il cui profilo è impresso nel mio animo e mi rimarrà per sempre. Ragione per cui chi scrive si trova ad avere la gola secca e le parole di circostanza non gli vengono. Le parole incredulità, orrore, pietà, costernazione, rabbia, pianto, lutto, gli restano dentro col loro peso crudele.”

    Lo scrisse Buzzati 2 giorni dopo il massacro parlando di “sfortuna”, e oggi la Donazzan ripropone piu’ o meno lo stesso lacrimoso pensiero. Dopo mezzo secolo un po’ di rispetto per quei morti ancora non si vede.

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