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Difesa del suolo e rischio idrogeologico. Realacci: “La Camera impegna il governo a cambiare rotta sulla via della prevenzione”

Ott 3rd, 2013 | By | Category: Cronaca/Politica, Prima Pagina
Roger De Menech, deputato Pd

Roger De Menech, deputato Pd

“A 50 anni dalla tragedia del Vajont è necessario passare dalle parole ai fatti e mettere finalmente in atto serie politiche di prevenzione e tutela del territorio. Proprio per questo la Commissione Ambiente della Camera ha approvato all’unanimità una risoluzione bipartisan, sottoscritta da tutti i gruppi politici, che impegna il Governo a stanziare 500 milioni annui per la difesa del suolo e ad assumere iniziative per rivedere il Patto di Stabilità interno e consentire così agli Enti Locali che hanno risorse di investirle in interventi di prevenzione e manutenzione del territorio e di contrasto al dissesto idrogeologico. La risoluzione impegna inoltre l’esecutivo a inserire tra le priorità della politica comune europea anche la prevenzione e la tutela del territorio dal rischio idrogeologico, garantendo a tale priorità finanziamenti adeguati”, lo afferma Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera, primo firmatario della risoluzione sul rischio idrogeologico a cui ha aderito anche il deputato del Pd bellunese Roger De Menech.

“Un piano nazionale di prevenzione del rischio idrogeologico e messa in sicurezza del territorio – prosegue Realacci – è la sola ‘grande opera’ che serve al Paese per tutelare il nostro fragile suolo, garantire maggiore sicurezza ai cittadini e attivare migliaia di cantieri, con ricadute importanti anche sull’occupazionale. Anziché piangere lacrime di coccodrillo a un Paese come l’Italia, dove negli ultimi cinquanta anni frane e inondazioni hanno provocato secondo dati di Protezione Civile e CNR 7.128 vittime e in cui il costo dei danni legato ad alluvioni e frane fra il 1944 e il 2012 è stimato da Cresme e Ance in 61,5 miliardi di euro, serve un deciso cambio di rotta sulla via della prevenzione”.

Ermete Realacci ambientalista e politico italiano, presidente onorario di Legambiente ed esponente del Partito Democratico, sarà a Longarone, sabato 5 ottobre.

Realacci, membro della direzione del Pd e Responsabile Green economy del Pd, ha guidato fin dai primi anni Legambiente, di cui è tuttora presidente onorario, facendone l’associazione ambientalista italiana più diffusa e radicata sul territorio. Realacci ha condotto molte battaglie in questi anni: difesa dell’ambiente inteso come intreccio inimitabile di natura, cultura, coesione sociale, creatività e punto, del paesaggio, dei beni culturali, del turismo di qualità.

Sugli stessi temi il suo impegno in Parlamento: dalla valorizzazione dei piccoli comuni alla difesa del made in Italy, dal volontariato alla responsabilità sociale d’impresa; dalla lotta ai mutamenti climatici, all’impegno per l’attuazione del Protocollo di Kyoto.

Dal 7 maggio 2013 è presidente della VIII Commissione permanente Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati.

Di seguito il programma di massima della giornata di sabato 5 – in cui Ermete Realacci sarà Longarone, accompagnato dall’Onorevole del Partito Democratico Bellunese Roger De Menech.

In Mattinata il parlamentare visiterà l’area della tragedia del Vajont con gli Ecodem -Movimento ecologista – sorto nel 2006 – che riconosce che l’ambientalismo riformista è una delle culture politiche fondanti del Partito Democratico. Gli Ecologisti Democratici si battono affinché la questione ambientale sia sempre considerata prioritaria nelle proposte politiche del PD, perché una nuova politica che si voglia autenticamente riformista non può non avere al centro anche l’ambiente.

A pranzo l’On. Realacci incontrerà alcuni sindaci della Provincia di Belluno per affrontare alcune tematiche ambientali riguardanti il nostro territorio.

Seguirà la visita al Cimitero delle Vittime del Vajont di Fortogna;

Successivamente l’esponente Ambientalista incontrerà la stampa locale per poi raggiungere Treviso dove presenterà un libro insieme a De Menech e Manildo.

 

Il testo della Risoluzione approvata in Commissione

La VIII Commissione,

premesso che:

Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso, prima di confluire nel Piave, e dell’omonima diga costruita fra il 1957 e il 1960 lungo il corso del torrente; la storia di questo territorio e delle sue comunità venne sconvolta la sera del 9 ottobre 1963 – fra pochi giorni ricorre il 50° anniversario di quella data -, quando un’enorme frana (tutta la costa del monte Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni) affondò nel lago artificiale sottostante, creando due enormi ondate d’acqua che superarono i 100 metri di altezza: la prima, a monte, sfiorò l’abitato di Erto e spazzò via le frazioni lungo le rive del lago – Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino -, la seconda, scavalcando la diga, precipitò nella vallata sottostante radendo al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova e Rivalta, e danneggiando profondamente gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna; vi furono 1910 vittime, di cui 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e quasi 200 originarie di altri comuni; la catastrofe del Vajont fu dunque provocata da una frana, ma, come è stato sottolineato in passato dalle più alte cariche istituzionali «la consapevolezza che vi fu colpa dell’uomo» «rese più tragico il dolore per le morti, per la devastazione e le rovine, per la scomparsa di intere famiglie»: venne aperta un’inchiesta e il processo si concluse con il riconoscimento di responsabilità penali a carico di chi aveva deciso di costruire la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico, di innalzare la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza, di non dare immediatamente l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione; la storia del disastro del Vajont, tuttavia, è anche la storia dello straordinario esempio di solidarietà e di virtù civiche, da molti posto alla base della nascita del sistema di protezione civile italiano, di quanti accorsero – Alpini, Vigili del fuoco, forze dell’ordine, volontari di tutta Italia – per portare soccorso alle popolazioni; la storia del Vajont è anche la storia di una positiva esperienza di ricostruzione, che ha permesso di recuperare territorio e tessuto socio economico per le rinate comunità; il modo migliore per tornare con la memoria alla tragedia del Vajont, a quell’immane “disastro evitabile”, è riconoscere, dunque, nella sua storia un monito perenne e, al tempo stesso, un valore di riferimento per ogni iniziativa concernente la salute e la sicurezza del territorio e delle comunità che in esso sono radicate, per ogni azione che implichi incidenze ambientali e territoriali; poche settimane fa, nella seduta del 26 giugno 2013, la Camera dei deputati ha approvato, con il parere favorevole del Governo, le mozioni nn. 1-00017 Speranza, Brunetta, Matarrese ed altri, 1-00112 Zan ed altri, 1-00114 Segoni ed altri, 1-00117 Grimoldi ed altri e 1-00124 Giorgia Meloni e Rampelli, che hanno posto con forza i temi della manutenzione del territorio, della pianificazione territoriale come strumento di prevenzione e di contrasto del rischio idrogeologico, delle politiche di sostegno alla residenza nelle comunità montane e rurali come elemento fondamentale dell’azione di contrasto dei fenomeni di abbandono e di degrado del territorio, dell’ammodernamento della legislazione in materia di difesa del suolo e del riordino del relativo sistema di competenze e di responsabilità, impegnando, fra l’altro, il Governo: – a contrastare ogni iniziativa di indebolimento della pianificazione territoriale, in passato pesantemente compromessa da indiscriminati interventi di condono edilizio, salvaguardando la centralità della pianificazione territoriale integrata di scala vasta nelle scelte in itinere di ridefinizione dei livelli istituzionali esistenti, privilegiando la logica della prevenzione rispetto a quella di gestione dell’emergenza, anche nell’allocazione

delle risorse economiche che devono essere rese stabili, utilizzabili in tempi certi e ricondotte ad una gestione ordinaria delle procedure, in primo luogo salvaguardando e sbloccando le risorse previste dagli accordi di programma già sottoscritti con le regioni per gli interventi prioritari di prevenzione dal rischio idrogeologico; – ad adottare iniziative normative, per quanto di propria competenza, volte ad apportare le modifiche al quadro normativo vigente nella logica unitaria della difesa idrogeologica, della gestione integrata dell’acqua e del governo delle risorse idriche, al fine di rendere finalmente operative le autorità di bacino distrettuali secondo una governance che tenga conto delle esigenze di riequilibrio istituzionale sostenute dalle regioni, di una delimitazione più funzionale dei distretti e di un sistema di governo in grado di riconoscere e valorizzare il patrimonio di conoscenze ed esperienze delle strutture tecniche di bacino esistenti a livello regionale e locale, nonché a portare a definitiva e rapida approvazione tutti i piani di gestione dei distretti idrografici e i relativi programmi di azione, ai fini del raggiungimento degli obiettivi previsti della direttiva sulle acque n. 2000/60/CE; – a valutare l’opportunità di introdurre forme di assicurazione da rischi naturali che vedano comunque il coinvolgimento obbligatorio dello Stato anche solo nel ruolo di riassicuratore di ultima istanza; – a prevedere, nell’ambito delle proprie competenze e in stretto coordinamento con gli enti locali interessati, una mappatura degli insediamenti urbanistici nelle aree a più elevato rischio idrogeologico, individuando idonee forme di agevolazioni finalizzate alla loro delocalizzazione, prevedendo contestualmente il divieto assoluto di edificabilità in dette aree; – ad adottare e sostenere opportune iniziative volte a prevedere una normativa in materia di pianificazione urbanistica e di governo del territorio, che contenga principi irrinunciabili, omogenei e condivisi, in modo tale da costituire un quadro di riferimento certo e rigoroso per le regioni, con particolare riferimento alla necessità di riconoscere il territorio come bene comune e risorsa limitata, perseguendo l’obiettivo di limitare il consumo del suolo, anche attraverso il contenimento della diffusione urbana, disincentivando a tal fine nuovi impieghi di suolo a fini insediativi e infrastrutturali e favorendo il riuso e la riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti; – ad incentivare e sostenere la piccola agricoltura nel recuperare terreni abbandonati e nell’adottare pratiche rispettose per il territorio e per la protezione del suolo; – ad attuare politiche per la riduzione di emissioni di gas serra, in modo da ridurre nel lungo termine l’impatto del cambiamento climatico in atto; – ad assumere iniziative per prevedere un sistema di incentivi fiscali, simili a quelli per le ristrutturazioni o gli adeguamenti energetici, o un regime di iva agevolata, per chi investe nella sicurezza del territorio, delle infrastrutture o degli edifici, individuando opportuni strumenti premiali per i privati cittadini o le imprese – in particolar modo agricole e turistiche – che compiono interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, come la stabilizzazione dei versanti e il miglioramento del drenaggio, o sismico, compatibilmente con le risorse disponibili ed i vincoli di bilancio; – ad assumere iniziative per prevedere contributi al finanziamento delle reti di monitoraggio pluviometriche, nivometriche, idrometriche, sismiche, molto spesso dismesse dagli enti pubblici territoriali per carenza di fondi, compatibilmente con le risorse disponibili ed i vincoli di finanza pubblica; – ad intraprendere specifiche iniziative, anche di natura normativa, volte a prevedere il rifinanziamento del fondo regionale della protezione civile, ovvero l’istituzione di un fondo compartecipato dallo Stato, dalle regioni e dagli enti locali, finalizzato alla concessione di indennizzi e per il risarcimento dei danni provocati dalle calamità naturali connessi al dissesto idrogeologico del territorio, compatibilmente con le risorse disponibili ed i vincoli di finanza pubblica;

– a valutare la possibilità di assumere iniziative di competenza, anche normative, finalizzate a prevedere che i comuni possano concedere crediti edilizi in favore di soggetti che procedono alla delocalizzazione dei propri immobili, non abusivi, situati in aree classificate a rischio, verso siti sicuri e ad adottare provvedimenti concreti contro l’abusivismo edilizio e per la demolizione degli immobili abusivi in aree soggette a rischio idrogeologico, compatibilmente con le risorse disponibili ed i vincoli di finanza pubblica; oggi, in vista dell’emanazione da parte del Governo e dell’esame parlamentare del disegno di legge di stabilità per il 2014, è giusto riaffrontare il tema della manutenzione e della messa in sicurezza del territorio, a partire dalla riproposizione di alcuni dati essenziali relativi alla “fragilità” del territorio italiano e alla forte incidenza del rischio idrogeologico (oltre a quello sismico); in Italia, infatti, le aree ad elevata criticità idrogeologica (rischio frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10 per cento della superficie del territorio nazionale (29.500 chilometri quadrati) e riguardano l’89 per cento dei comuni (6.631);in esse vivono 5,8 milioni di persone (9,6 per cento della popolazione nazionale), per un totale di 2,4 milioni di famiglie; in tali aree si trovano oltre 1,2 milioni di edifici e più di 2/3 delle zone esposte a rischio interessa centri urbani, infrastrutture e aree produttive; inoltre, la pericolosità degli eventi naturali è senza dubbio amplificata dall’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano (oltre il 60 per cento degli edifici – circa 7 milioni – è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica per le costruzioni e, di questi, oltre 2,5 milioni risultano in pessimo o mediocre stato di conservazione e, quindi, più esposti ai rischi idrogeologici);dall’abnorme consumo di suolo vergine (tra il 2001 e il 2011 il suolo consumato è cresciuto dell’8,8 per cento e oggi si consumano circa 8 metri quadrati di suolo al secondo: questo vuol dire che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze), nonché dai gravi fenomeni di abbandono dei terreni montani, di incontrollato disboscamento, di costruzione, spesso abusiva, di immobili sui versanti a rischio, di mancata pulizia dei corsi d’acqua e di cementificazione di lunghi tratti dei fiumi e dei torrenti; il progetto IFFI (Inventario dei fenomeni franosi in Italia), realizzato dall’Ispra e dalle regioni e province autonome, ha censito ad oggi oltre 486 mila fenomeni franosi e il 68 per cento delle frane europee si verifica in Italia e, dal 1900; inoltre, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sulla base dei dati dell’Ispra, ha valutato che il costo complessivo dei danni provocati dagli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009, rivalutato in base agli indici Istat al 2009, risulta superiore a 52 miliardi di euro, quindi circa 1 miliardo di euro all’anno e, complessivamente, più di quanto servirebbe per realizzare l’insieme delle opere di mitigazione del rischio idrogeologico sull’intero territorio nazionale, individuate nei piani stralcio per l’assetto idrogeologico e quantificate in 40 miliardi di euro; la gravità del problema appare altresì evidente, se si pensa che, a partire dall’inizio del secolo scorso, gli eventi di dissesto idrogeologico gravi in Italia sono stati oltre 4.000 e hanno provocato ingenti danni a persone, case e infrastrutture, ma, soprattutto, hanno provocato circa 12.600 morti, mentre il numero dei dispersi, dei feriti e degli sfollati supera i 700 mila; tenuto conto, infine, che gli effetti conseguenti ai cambiamenti climatici in atto sono ormai tali che gli eventi estremi in Italia hanno subito un aumento esponenziale, passando da uno circa ogni 15 anni, prima degli anni ’90, a 4-5 l’anno; impegna il Governo

a considerare la manutenzione del territorio e la difesa idrogeologica una priorità per il Paese, in quanto finalizzata a garantire la sicurezza dei cittadini; a prevedere nel disegno di legge di stabilità per il 2014 stanziamenti pluriennali certi, pari ad almeno 500 milioni annui, per la realizzazione da parte del Ministero dell’ambiente, di concerto con i soggetti istituzionali territorialmente preposti, di un Piano organico con obiettivi a breve e medio termine per la difesa del suolo nel nostro Paese, quale vera e propria «grande opera» infrastrutturale, in grado non solo di mettere in sicurezza il fragile territorio italiano, ma anche di attivare migliaia di cantieri distribuiti sul territorio, con ricadute importanti dal punto di vista economico e occupazionale; ad assumere iniziative affinché l’utilizzo delle risorse proprie e delle risorse provenienti dallo Stato, da parte di regioni ed enti locali, per interventi di prevenzione e manutenzione del territorio e di contrasto al dissesto idrogeologico, venga escluso dal saldo finanziario rilevante ai fini della verifica del rispetto del patto di stabilità interno, che finisce per rappresentare un fortissimo freno per l’avvio di interventi concreti da realizzare sui territori; a prevedere, nell’ambito dell’Accordo di partenariato relativo alla programmazione italiana dei fondi strutturali 2014-2020, uno specifico obiettivo tematico in materia di adattamento al cambiamento climatico e di prevenzione e gestione dei rischi ambientali, riservando adeguati stanziamenti alla realizzazione di tale obiettivo tematico, con particolare riferimento alle azioni finalizzate al contrasto e/o alla mitigazione del rischio idrogeologico e alla messa in sicurezza del territorio, dando priorità agli interventi diretti a fronteggiare le conseguenze del dissesto dei territori montani; a definire gli strumenti appropriati per garantire un effettivo utilizzo delle risorse stanziate per la realizzazione del citato obiettivo tematico, sia a livello statale che a livello regionale a garantire la possibilità per il sistema della protezione civile di operare in modo tempestivo ed efficace nel campo del contrasto ai danni provocati dal dissesto idrogeologico, ivi compresa la garanzia del buon funzionamento del sistema di allerta nazionale costituito nell’ambito del sistema nazionale di protezione civile; ad individuare adeguati finanziamenti per l’attuazione del programma quadro per il settore forestale come richiesto dalla Conferenza Stato-Regioni, nell’ambito degli incontri tecnici e politici che hanno portato all’approvazione finale del programma quadro per il settore forestale già nel 2008.

(8-00016) REALACCI, DE MENECH, BORGHI, LATRONICO, MATARRESE, BUSTO, ZAN, PASTORELLI, GRIMOLDI, BRAGA, MARIANI, TINO IANNUZZI, GADDA, MAZZOLI, ARLOTTI, MARIASTELLA BIANCHI, BRATTI, CARRESCIA, COMINELLI, DALLAI, DECARO, GINOBLE, MANFREDI, MARRONI, MORASSUIT, MORETTO, SANNA, ZARDINI, ROSATO; ZANIN, ALLI, DORINA BIANCHI, CASTIELLO, DISTASO, VELLA, CAUSIN, D’AGOSTINO, DAGA, DE ROSA, MANNINO, SEGONI, TERZONI, TOFALO, ZOLEZZI, PELLEGRINO, ZARATTI, PLANGGER, ALFREIDER, GEBHARD, OTTOBRE, SCHULLIAN.

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