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Caso Vajont. Una lettera conservata dall’Archivio di Stato testimonierebbe la “frana programmata” e le minacce al notaio Chiarelli. Pressioni anche sul giudice Fabbri

vajontIl “caso Vajont” potrebbe essere riaperto dalla Procura di Belluno. C’è la dichiarazione sulla “programmazione della frana” fatta ai giornali da Francesca Chiarelli, figlia del notaio Isidoro deceduto nel 2004. E ci sarebbe anche la prova documentale, ovvero la lettera conservata all’Archivio di Stato di Belluno agli atti dell’istruttoria del processo, nella quale il notaio Chiarelli, autorizzato dal giudice a rendere delle dichiarazioni inerenti al Vajont benché legato al segreto d’ufficio, testimonia i dialoghi dei dirigenti Sade avvenuti in sua presenza nello studio di Longarone la mattina dell’8 ottobre 1963, quindi il giorno prima del disastro. Quella mattina, infatti, aveva avuto luogo il rogito notarile per l’acquisto da parte della Sade di alcuni terreni.

“Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera – affermano i due dirigenti Sade discutendo i particolari in presenza del notaio, secondo quanto riferito dalla figlia – . Saranno tutti davanti alla tv e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove, le onde saranno alte al massimo 30 metri (l’ondata sarà alta 300 metri ndr), non accadrà niente e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo”.

Il notaio Chiarelli fa presente le sue perplessità, per il rischio che corre la popolazione, ma viene snobbato, tanta è la sicurezza che non sarebbe accaduto nulla. Chiarelli insiste, ipotizzando la presenza casuale nei prati di persone, ad esempio di una coppia di fidanzati. Ma a quel punto gli viene intimato che la conversazione è avvenuta nel vincolo del segreto professionale. E l’avvertimento si traduce poi in una sorta di isolamento della “Belluno che conta”, come ha dichiarato alla stampa la figlia Francesca.

Ma il compianto notaio Chiarelli non fu l’unico a subire pesanti pressioni.

Anche al giudice Mario Fabbri capitò un fatto singolare che ha raccontato nell’aprile del 2011 al convegno a Belluno dal titolo “Due arringhe per il Vajont”. Fabbri, innanzitutto, difende la decisione della Cassazione d’aver spostato il processo a L’Aquila «il provvedimento venne adottato perché Venezia, dove si sarebbe celebrato il processo d’appello, era considerata la corte dei Cini (proprietari della Sade ndr)». Il giudice a fine convegno parla anche di un giovane avvocato, Giovanni Leone, futuro capo di Stato, pronto a mettere sul tavolo 10 miliardi per i risarcimenti e chiudere il caso. E racconta di due parlamentari bellunesi in aereo dietro a lui che discutevano su “come togliere l’istruttoria a quel giudice”. «Mi alzai e dissi loro: siete arrivati troppo tardi, sono appena stato confermato nell’incarico. E dunque inamovibile».

Sempre nel corso di quel convegno alla Sala Bianchi di Belluno l’avvocato Sandro Canestrini autore del libro “Vajont genocidio dei poveri” afferma che quello del Vajont «Fu un processo politico»! Insieme all’avvocato Giorgio Tosi autore di ”Vajont, Mors inimica venit” all’epoca dei processi de L’Aquila erano entrambi due giovani professionisti.

«Gli avvocati di parte civile si divisero i compiti» spiega l’avvocato Tandura, penalista feltrino, moderatore del convegno «Tosi era il più giovane, e dedicò due anni a studiare le perizie riuscendo a renderle comprensibili a chiunque. Canestrini si occupò della responsabilità dei singoli imputati. Un grido che chiedeva giustizia, anche per l’intera nazione schiacciata dagli interessi privati». Tandura aggiunge anche che leggendo le arringhe di allora pare che il tempo si sia fermato, perché «la storia del Vajont continua a ripetersi sotto altri cieli». L’avvocato Tosi entra nei dettagli delle perizie e punta il dito su un avverbio: “impercettibilmente”. «Una montagna che si spostò di 4 metri in tre anni, e che Tina Merlin denunciò nei suoi articoli su L’Unità, per i quali venne processata ed assolta, secondo una relazione parlamentare era uno spostamento “impercettibile”»! E ancora. «Nel primo processo celebrato a Padova venne arrestato il geometra Rizzato perché sottrasse temporaneamente la relazione del prof. Ghetti per far conoscere la verità. Egli, invece, avrebbe meritato un premio»! Colpa, previsione, prevedibilità, Tosi scandaglia fatti e perizie e condanna l’ingegner Carlo Semenza, responsabile della Sade «perché quando vide piegarsi gli alberi sul monte Toch aveva ancora 10 ore per dare l’ordine di evacuazione. Non lo fece, e si affidò alla provvidenza».

«La tecnica pura non esiste» ha detto l’avvocato Canestini «E’ al servizio degli interessi. Guardatevi dai giudizi tecnici troppo sensibili ai quattrini. E dalle brave persone, sempre d’accordo con i potenti. Come Montanelli, che scrisse delle pagine orrende sul Vajont. Le brave persone, invece, sono quelle che si battono per la verità». Cita Brecht «se cade l’indifferenza è tutto finito» e gli ignavi di Dante «quelli che se ne lavano le mani di tutto e curano solo i loro interessi». Ed elogia l’allora pm Mario Fabbri, «l’uomo che ruppe il muro di ghiaccio. Che insieme al giudice Mandarino e l’avvocato Bertolissi, che devolse il compenso ai superstiti, portarono avanti la battaglia». Parla di Tina Merlin come “un’audace combattente per la libertà” che se ne andò con il rimorso di non esser riuscita a smuovere la maggioranza politica parlamentare.

Roberto De Nart

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