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“Come la luce differita delle stelle”, il film sulla memoria del Vajont, venerdì sabato e domenica a Longarone fiere

Il film “Come la luce differita delle stelle” sarà presentato a Longarone fiere alle 16,30 di Venerdì,  e replicato alle 12,30 di sabato e alle 17 di domenica.

 

Trailer del film
Il film finito dura 39 minuti.

Cartello introduttivo al film

Come la luce differita delle stelle. Un film sulla memoria del Vajont tra Erto, Casso e Spoon River 1963-2013

Da un soggetto di Marco Tonon

Un film di Manuele Cecconello

Con la partecipazione della compagnia teatrale Se Queris dell’Alpago (BL)

Immagini di M. Cecconello e Pier Paolo Giarolo

Assistenza tecnica di Andrea Trivero

 

La notte del 9 ottobre 1963 il cielo era terso e si vedevano le stelle. Capricorno, Acquario e Sagittario le costellazioni.

Saturno brillava. La luce di quei corpi celesti raggiungeva gli occhi degli abitanti di Erto e Casso, Longarone

e altre decine di insediamenti dopo un viaggio di secoli, millenni.

Oggi, come la luce differita delle stelle, gli occhi dei defunti del Vajont impressi sulle fotografie di sepolcri e cenotafi

ci guardano ancora dopo cinquant’anni, in cerca di memoria e verità.

La valle del Vajont oggi è bianca e verde chiaro, riempita dalla frana staccatasi dal monte Toc alle 21.39 di

quella notte. L’acqua dell’invaso costruito per dare energia alle industrie di Porto Marghera si sollevò, polverizzò

terre, case sparse e uomini, scavalcò la diga e si incuneò nella forra a valle per abbattersi su Longarone,

cancellandolo dal mondo.

Il paesaggio di quella periferia d’Italia in pieno boom economico – ma ancora contadina nell’anima – cambiò

per sempre. E con esso cambiò la Storia del Paese, marchiata dal più grande sacrificio umano alla modernità

dal Dopoguerra. Ferita quella Terra, feriti quegli Uomini e fattasi la Catastrofe, ai sopravvissuti, a noi – eredi

morali abitanti del presente – rimane il dovere della memoria, la missione di salvare quel Tempo dalle altre

fragili tentazioni del progresso.

Un film sulla memoria del Vajont nasce dal lungo lavoro storico e antropologico di Marco Tonon intorno a quel

luogo e a quegli eventi. L’incontro con Manuele Cecconello – regista di formazione sperimentale orientato alla

poetica della memoria – ha scaturito la possibilità di una scommessa: dare corpo al tempo passato della tragedia

lavorando con suoni e immagini su quel terreno fratturato, dentro alle case sventrate, negli occhi delle

vittime rendendoli presenti.

L’idea del film prende avvio dalla cerimonia notturna che gli sfollati di Erto e Casso – i deportati del Vajont –

insieme ai parenti dei defunti celebrano la notte del 9 ottobre di ogni anno. Nelle frazioni limitrofe, lungo le aree

di sedime delle case distrutte dall’onda, vengono accesi lumini, uno per ciascuno degli scomparsi. Viene

lasciata una luce – anche una lampadina – accesa nelle case “perché i morti escono dal cimitero e tornano a

casa”. Portate in processione o semplicemente poggiate sui davanzali delle finestre vuote, sugli stipiti di porte

mai chiuse, queste piccole stelle incarnano nel loro baluginare il ritorno di un simbolo e la necessità di ancorare

nel tempo un punto luminoso, un istante. Delle oltre 220 persone svanite quella notte tra Erto e Casso, solo

16 corpi furono ritrovati. Per tutti gli altri la grande frana è un immenso cimitero, un sacrario silenzioso il cui dolore

è inciso per sempre nella gigantesca ferita rocciosa del monte Toc. Mostrate le carni, il corpo del monte

abbattutosi nell’invaso ha trasformato in terra uomini e cose, famiglie e storie, saperi e mestieri.

Scrive Tonon: “… il sacro si appoggia dove si può, dovunque si possa strappare memoria al silenzio e si accende

il fuoco, una fiamma anche se piccola che è il rovesciamento, l’antitesi della morte, esprime la rivolta,

canta la sopravvivenza; il fuoco che distrugge spanne di buio, il fuoco degli altari dei sacrifici, del sentirsi in

compagnia ancorati dentro la natura non dentro la terra, prima di tornare finalmente – oltre al lutto resta solo la

fine – alla terra madre”. Il viaggiatore che percorre la strada aperta sulla frana deve sapere di camminare su

un corpo non morto, su di un suolo-madre che partorisce ogni giorno memoria e chiede giustizia.

Le immagini si concentrano sui luoghi occupati fino a quella notte da case, stalle e fienili. L’ondata rase al suolo

quelle costruzioni di cui oggi rimangono le tracce in pianta: la marmiglia dell’ingresso, le tessere in cotto della

cucina, gli esagoni giallo e rosso scuro del soggiorno e le piastrelle chiare dei bagni. Dove ora spunta un

tubo marrone di ruggine, prima c’era un lavello; dove ora c’è erba quella sera c’era un letto e delle persone

che vi dormivano dentro.

E, poco prima della boscaglia, compare uno dei tanti cenotafi: i sepolcri senza salma, le pietose testimonianze

del lavoro della memoria e dell’amore interrotto contro natura. Un altare umile, fatto di materiali di recupero: i

fiori, i lumini, le fotografie in ceramica di un gruppo famigliare svanito nell’oscurità infuriata di quella notte.

“Qui non c’è la frana, ma l’eco sinistro della tragedia si è cristallizzato su questi pavimenti, su questi lumini, su

queste immagini di cimitero”, scrive ancora Tonon.

Nel film il tempo ha il corpo delle pietre, del terriccio, delle concrezioni terrose che la frana ha creato e degli

spazi semidesertici che l’uomo non vuole più abitare. Si vedono quelle rocce, quelle orbite vuote di case dismesse,

quei lembi d’acqua riconfinata dalla forza d’urto. Ed i suoni dell’aria, della ghiaia, dell’acqua ora cheta

si alterneranno alle interpretazioni di alcuni brani tratti dall’Antologia di Spoon River da parte della compagnia

Se Queris dell’Alpago. Gli epitaffi fantastici di E. Lee Masters risuoneranno tra le mura del cimitero di Erto nuova,

mirabile esempio di architettura funebre progettato da Glauco Gresleri, ma mai utilizzato dalla popolazione

che preferì sempre il vecchio cimitero. Uno spazio naturale che segue il pendio del monte dove i muretti delineano

terrazzi quasi fossero curve di livello. Uno spazio che si allinea al paese vecchio cui uno Stato padrone

vietò l’ingresso. Uno spazio di pace opposto al paese nuovo che si sviluppa in verticale. Un cimitero in cui le

tombe orientate al sorgere del sole avevano al capezzale una piccola siepe per interrompere la vista e ad ovest

sedili di pietra per pensare. Come la diga, il cimitero è un capolavoro inutilizzato, “sbagliato”, ed è auspicabile

che resti sempre tale senza riusi, senza orpelli e senza interpretazioni altre. Un giardino per darsi il

tempo di pensare, per ritrovare la pace.

La voce di quel posto è anche il silenzioso, paradossale monito della diga: moloch impressionante, mostruoso

capolavoro di tecnica e al contempo possente muro contro l’umanità. Le immagini della monumentale avidità

della diga evocheranno questo estremo tecnologico in contrapposizione al genius loci, in violazione al patto di

interazione tra luogo e identità.

“Come la luce differita delle stelle” vuole porsi come una riflessione poetica per suoni e immagini sulla memoria

necessaria del Vajont. Uno film di spirito documentaristico che abbia tuttavia una libertà espressiva della

intonata alla trenodia, polarizzata dalla vibrazione morale. E questo per schiudere il ricordo della catastrofe

senza privarla del pathos presente: un film-evocazione per fare della memoria un fatto attivo nella coscienza;

una preghiera laica per immagini.

Perché questa catastrofe (da katastrophè – “rivolgimento”, “riuscita”, “fine”) “è di tutti, smette, condivisa, di essere

peculiare proprietà riservata dei parenti in lutto anche perché è così immane e ingiustificata tragedia che

non può essere superata se resta chiusa nel geloso e intimo segreto, se non si torna ad essere comunità.

Perché quei singoli eroi del ritorno non sono tali se non si fanno riconoscere, se non tramandano e condividono

memoria, se non elaborano dentro la società che li ha amputati la stessa intera esperienza”. (M. Tonon).

“A Erto e Casso, dopo la tragedia, han costruito un cimitero. Un cimitero per i morti, e per i vivi.

Glauco Gresleri ne fu il progettista. E fece un capolavoro di architettura.

Ma la comunità non ci ha mai seppellito nessuno, lì. Ha rifiutato quel posto.

Oggi la valle è fatta di quello che ha distrutto. Uomini, case, cose. Tutte storie a cui manca un racconto.

In questo cimitero privo di tombe, facciamo una recita senza pubblico e andiamo a chiamare i morti di Spoon

River.

Quando Edgar Lee Masters si inventò quelle vite, diede loro una storia.

Oggi la Storia ha bisogno dei morti del Vajont”.

 

 

Marco Tonon. Laureato in Scienze Naturali, docente di Museologia UNIPD dal 1998 al 2010, ha presieduto AVICOM, il Comitato internazionale per le nuove tecnologie

della luce e del suono dell’ICOM (1991-‘97); ha diretto i musei scientifici di Pordenone (1980-‘97), Brescia (1997-2005). Ha fondato e allestito vari musei specie

in montagna, realizzato mostre: dal mammut all’amazzono-machia; dallo spazzacamino a “Gesti fieno saperi”; da “Murer nella miniera” a “Voci del bosco” (da testi di

Mauro Corona). È autore di un centinaio di pubblicazioni e di una dozzina di premiati documentari; già impegnato in vari progetti tra cui L’”Ecomuseo Vajont: continuità

di vita” a Erto e Casso (PN). Ha in corso ricerche di museologia in Brasile; fa parte del Comitato scientifico della Fondazione Dolomiti UNESCO e ne coordina la

rete delle aree protette; è Presidente della Fondazione Mazzotti (TV).

Manuele Cecconello. Formatosi sul cinema di poesia e sperimentale, dopo un collaborazione con il Museo del Cinema di Torino intraprende un percorso professionale

focalizzato sulla didattica, l’editoria e la produzione di filmati istituzionali per l’arte e il territorio. Nel 2005 ha realizzato il primo lungometraggio per la promozione

di un luogo sacro: “Beato colui che sarà visto di tuoi occhi”; l’anno successivo è stato ospite all’Havana Film Festival con una antologica di opere. Nel 2008 il primo

capitolo della trilogia di documentari sulla civiltà contadina “Olga e il tempo” ha vinto vari premi internazionali tra cui il Gran premio della giuria al festival di Annecy.

Pier Paolo Giarolo. Dopo il diploma in pianoforte al Conservatorio di Vicenza apre un’officina grafica. Assieme ad un gruppo di amici fonda a Mantova il “Cinema del

carbone”, rimasta l’unica alternativa in città dopo l’apertura del multisala. Con “Un piccolo spettacolo” vince nel 2005 il Festival Internazionale del documentario di

Roma. Ottenuta la licenza di cinemambulante sta provando a vivere imparando questo mestiere, con propositi di rigore ed eleganza. Del 2013 è il suo ultimo film “Libri e nuvole”, sulle biblioteche rurali del Perù.