Friday, 19 October 2018 - 17:20

Visita sui luoghi della tragedia del Vajont e la testimonianza diretta della guida

Giu 9th, 2013 | By | Category: Cronaca/Politica, Prima Pagina
Anacleto Boranga

Anacleto Boranga

Sabato si è svolta la visita guidata sui luoghi della tragedia del Vajont, organizzata dalla Biblioteca Civica di Belluno e condotta dall’informatore della memoria e guida ambientale Anacleto Boranga.

La partecipazione è stata molto numerosa (circa 40 persone) ed attenta.

Con particolare interesse è stata ascoltata la testimonianza diretta della guida che in quella notte aveva raggiunto a piedi Longarone.

 

 

Quella notte sui luoghi della tragedia

Erano superate da poco le 10 di una sera che si presentava come tante altre. Non ero interessato, come qualche mio amico, a vedere alla TV, nel bar vicino a casa, la finale della Coppa dei Campioni di calcio e pertanto mi coricai leggendo qualche riga di un libro per conciliare il sonno. Ben presto si spense la luce. Pensai ad un black out, come allora ne succedevano spesso, e poco dopo presi sonno.

Passò qualche decina di minuti ed alcune urla mi svegliarono di soprassalto: “ Alzati…alzati, è crollata la diga del Vajont, occorre andare a Lambioi a mettere in salvo la nonna!” Presi la mia 500 e mi precipitai, in preda all’angoscia, verso il borgo rivierasco, a valle della città. Il Piave aveva raggiunto un livello mai visto allagando le case più basse, ma per fortuna la nonna aveva fatto in tempo a fuggire prima che culminasse l’ondata. Allora, rasserenato, con due amici decidemmo di dirigerci verso Longarone per renderci conto dell’accaduto.

Giunti ad alcuni km prima del paese ci trovammo nell’impossibilità di proseguire oltre con il nostro mezzo. Incontrammo uno straordinario assembramento di auto, ambulanze della croce rossa, camion militari, camionette di vigili del fuoco, polizia, finanza,carabinieri e alpini. C’era una grande confusione con un frenetico andirivieni di persone e comunicazioni delle radiotrasmittenti che si accavallavano di continuo.

vajontProseguimmo a piedi con molta difficoltà, in quanto il tracciato della strada era stato sconvolto diventando irriconoscibile. Ben presto apparve ai nostri occhi uno scenario apocalittico. In una insenatura della Valle si trovavano ammucchiati centinaia di cadaveri gonfi e sfigurati di persone completamente spogliate per effetto del travolgente spostamento d’aria creato dall’onda. Qua e là automobili ridotte a carcasse e molte decine di carogne di mucche di una grande stalla locale, anch’esse gonfie all’inverosimile. Ovunque si vedevano alberi sradicati e abitazioni completamente rase al suolo.

Mentre proseguivamo colpiti da queste drammatiche immagini, sul pavimento, l’unico resto di una casa, scorgemmo emergere tra il fango, una persona, evidentemente sorpresa nel sonno con la testa ancora appoggiata sul cuscino. Sembrava dormisse anche perché gli occhi erano chiusi e il volto, solo con qualche escoriazione, si presentava apparentemente sereno. In effetti si seppe poi che, per molti dei quasi 2000 morti, il decesso è stato tragico ma subitaneo.

vajont_2Giunti all’altezza del torrente Maè era impossibile proseguire in quanto il ponte era stato divelto. Allora salimmo lungo il versante e raggiungemmo la sede ferroviaria, essa pure sconvolta, con i binari contorti e resi aggrovigliati, per ben due chilometri, da una forza titanica. Superammo il ponte rimasto ancora in piedi e arrivammo nella frazione di Pirago, completamente distrutta dall’onda. Anche il cimitero, messo a soqquadro, mescolava i defunti riesumati dall’evento con le vittime della tragedia. Nella parte più alta c’era la chiesa che mostrava integro solo il campanile. Ci siamo passati vicino, ma subito ci siamo detti “teniamoci alla larga che questo può crollare da un momento all’altro”. Quello invece, dopo 50 anni, è ancora in piedi, quasi a simboleggiare un severo ammonimento del Cielo nei confronti dell’imprevidenza e avidità dell’uomo.

Poco dopo ci apparve Longarone, quasi completamente distrutta. La luna piena, impietosamente indifferente, illuminava uno scenario spettrale dominato da un silenzio agghiacciante. Qualche superstite vagava sconvolto e inebetito tra le macerie dove si capiva benissimo che non ci poteva più essere anima viva.

Il giorno dopo Il Corriere della Sera (Alberto Cavallari) riportava “Vi scrivo da un cimitero, qui non c’è nessuno da salvare o da soccorrere. Qui ci sono solo morti da portar via.” Invece altri quotidiani, meno informati, titolavano “la diga del Vajont è crollata: migliaia di morti”.

Con questa convinzione anche noi eravamo saliti a Longarone e quando abbiamo rivolto lo sguardo sulla gola del Vajont rimanemmo stupefatti: la diga era ancora là, intatta! Ma allora cosa poteva essere successo, ci chiedevamo. La risposta stava nello sfondo della diga, sopra il suo coronamento non c’era più il cielo bensì un rilievo. Era il corpo dell’enorme frana scivolata nel lago, un evento previsto dai geologi Leopold Muller ed Edoardo Semenza e denunciato con forza, ma invano, dalla giornalista Tina Merlin.

Anacleto Boranga

 

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