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Valentina De Marchi, professione antropologa, regista, e mille altre cose. E la sua avventura in Pakistan e in Kyrgystan

valentina de marchi cristina de calUn brindisi con latte di cavalla fermentato in sacche di cuoio e non poter rifiutare, perché ritenuta il must delle bevande, nella vallata Chong Kemin nel Kyrgystan, a 3.500 metri di altitudine. Ma non è ciò che di peggio possa capitare. Parola di Valentina De Marchi, antropologa, che ha raccontato la sua avventura professionale post laurea, poco più che ventenne, in Asia centrale alla ricerca degli usi e costumi e della cultura dei pastori nomadi, perduta dopo 70 anni di dominio sovietico. La ricca serata, con filmati e immagini, si è svolta questa sera in sala Muccin al centro Giovanni 23mo, all’interno del ciclo di incontri “Lavori al femminile” promosso dall’Associazione Fidapa-BPW Italy, Sezione di Belluno, presieduto da Cristina De Cal. Cosa abbia spinto la giovane bellunese in luoghi e villaggi remoti, mai raggiunti da occidentali è presto detto, Valentina è figlia del compianto medico e alpinista Giuliano De Marchi. E dunque la sete d’avventura ce l’ha nel dna.

A scatenare il suo indomabile interesse per l’Asia, le minoranze, le questioni religiose, la voglia di conoscere popolazioni diverse, è stato una vacanza di un mese con la sua famiglia nel 2001 in Pakistan, come lei stessa ha raccontato. «Ma l’approccio del turista non mi bastava più e dopo quella vacanza decisi di studiare antropologia. Volevo tornare in Pakistan dove c’erano le donne pastore». Così si iscrive all’Università di Siena, e dopo la triennale ritorna in Pakistan con una Ong (Organizzazione non governativa) pakistana che si occupa del sostegno delle famiglie povere e dell’istruzione. «Il mio compito era quello di verificare se nelle scuole il progetto era stato ben accettato. Dormivo negli ambulatori e nelle famiglie. E devo dire che non mi sono mai trovata così bene come in Pakistan. Ero in una comunità di ismailiti, con una grande cultura dell’ospitalità. L’istruzione è ritenuta importatissima, tutti infatti ambiscono studiare. La precedenza allo studio viene riservata alle donne, benché sia un società maschilista. Le ragazze sono più istruite degli uomini, ma non ci sono posti di lavoro per loro. E questo crea delle frustrazioni. Oltre che frequenti fenomeni di possessione in cui le donne parlano con gli spiriti. Ho partecipato ad un matrimonio in un villaggio a 3500 metri di altitudine. Il rituale dura tre giorni e prevede che la sposa sia triste. E forse lo è davvero, visto che finita la cerimonia va nella casa del marito e non rivedrà più la sua famiglia di origine finché non nascerà un figlio. Nelle città e anche nei villaggi la gente parla inglese, perché il Pakistan è una ex colonia inglese. Ma le donne per loro cultura, quando sono in presenza di uomini non parlano. Non ballano in pubblico e non camminano per la strada da sole».

L’avventura asiatica di Valentina De Marchi prosegue anche dopo la laurea specialistica. «Faccio la tesi di laurea sull’istruzione in Pakistan. Ma pensavo ancora alle donne pastore».

Dopo una parentesi di ricerca sui pastori nomadi del Triveneto «tutti uomini, lavorare con loro è stato più difficile che in Pakistan – rivela Valentina – perché temevano che fossi una giornalista che poteva provocare loro dei guai» è la volta del Kyrgystan, uno stato dalla antica tradizione di pastorizia nomade. E dove Valentina mostra ai pastori del Kyrgystan i filmati dei pastori veneti. Un’avventura lunga complessivamente due anni, sommando i periodi estivi trascorsi in villaggi dai 3mila ai 4mila metri di altitudine. «Qui la situazione della donna è ancora più difficile. Vige infatti l’usanza del ratto della sposa da parte dello sposo che la porta nella sua casa dove viene convinta ad accettare il matrimonio».

Valentina De Marchi ha concluso la conferenza sottolineando alcune regole dell’antropologo: «bisogna adattarsi ad ogni situazione, fare tabula rasa dei nostri canoni partendo dal presupposto che non esistono verità assolute, né soggettività, ma solo punti di vista. Osservare l’altro, capire le sue ragioni e perché si comporta così».

Sul suo futuro è stata altrettanto chiara, «In Italia non esiste la professione dell’antropologo. E dunque faccio mille altri lavori, come tutti i giovani di oggi. In questo periodo sto lavorando sul nostro territorio, la montagna, sui giovani che decidono di vivere in montagna nell’agricoltura e turismo».

Roberto De Nart

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