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sabato, Agosto 8, 2020
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“Penalizzata l’area cattolica e ambientalista. Ora starò alla finestra” Ecco le ragioni dell’addio al Pd di Marco Perale

marco peraleNon è una questione locale, di Belluno. O almeno non solo di Belluno. Alla base della decisione di Marco Perale di lasciare il Partito democratico vi sono una serie di ragioni che partono da lontano e che spiega nel dettaglio nella lettera che segue.

Ad esempio le regole delle primarie non chiare, varate all’ultimo momento, con una serie di deroghe tra l’altro non uniformi.

La sistematica esclusione dell’area cattolica ed ambientalista. Una serie di lotte interne che si protraggono da una quindicina d’anni.

 

 

Ecco il documento d’addio al Pd

 

La riflessione sull’ultima evoluzione del PD, dalle primarie alla stesura delle liste, mi ha portato ad una lettura personale dolorosa ma ineludibile: quando si è scelto di “fare politica” ogni gesto diventa pubblico e quindi non mi sottraggo, tentando di trarre una serie di conclusioni, che ho già condiviso con alcuni dirigenti nazionali.

Ho visto le liste e non mi hanno stupito, mentre ho trovato imbarazzante e illuminante – ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il mio vaso – il clamore dato alla scelta di “inserire quattro cattolici”, come se si trattasse di una categoria di “diversi” da esibire – a fianco del gay e dell’industriale – come prova di tolleranza.

Credevo in un partito in cui ci sono regole e vengono rispettate

E invece abbiamo visto un regolamento per le primarie, varato al lunedì sera e al giovedì avevano già concesso le deroghe, senza un criterio unitario – consiglieri regionali in certi casi si e altri no, sindaci over 5000 in certi casi no (Campania) in certi casi sì (come in Veneto). Oppure c’è chi ha dovuto fare le primarie (magari uscendo in posizione critica, come i due migliori parlamentari uscenti, alla camera Miotto e al Senato Stradiotto…) e chi non le ha dovute fare (Baretta, Zoggia, Dal Moro, Filippin, etc.) trovandosi lo stesso con il biglietto per Roma già pagato… Tutto questo non è serio, e la fretta non è una scusante.

Credevo in un partito inclusivo, in cui ci doveva essere spazio per tutte le storie, le anime, le componenti

Nel PD, invece, tutti gli spazi si sono progressivamente chiusi. Credevo fosse un caso locale, e invece scopro che il problema è nazionale. Mi sono domandato se fosse un problema personale, e infatti anche in queste primarie non mi sono candidato io ma abbiamo presentato una donna. E invece il problema era ed è un altro: le primarie si sono dimostrate uno strumento “facile” ma distorsivo: vince SOLO e dovunque la maggioranza (e non è certo un caso, ma una strategia ben precisa). Come ha scritto due giorni fa Paolo Giaretta, con queste primarie: “in molti territori le minoranze interne scompaiono e si realizza una sorta di monocolore che non corrisponde alla composizione elettorale del Partito Democratico. Questa divaricazione costituisce un aspetto molto delicato nel momento in cui divenisse competitiva nei confronti dell’elettorato moderato e di radice cattolica la proposta della lista Monti, certamente più attrattiva di ciò che poteva offrire l’UDC cinque anni fa. Il punto politico non va trascurato, non si tratta di preoccuparsi di fuga di dirigenti ma piuttosto del rischio di una fuga di fasce elettorali indispensabili per vincere”.

A questo si aggiunge una vistosa contraddizione interna: la riforma elettorale del PD di cui parla sempre Bersani non prevede il maggioritario secco, ma il doppio turno di collegio. Perché non nelle primarie? Forse perché rischiava di vincere qualcuno dei “secondi” o “terzi”?

Credevo in un partito serio, fatto di persone serie.

Le settimane delle primarie invece mi hanno ferito ma mi hanno aperto gli occhi, sia pure lasciandomi una profonda delusione umana. In queste primarie ho visto azioni che non avrei mai immaginato e persone la cui parola ho scoperto non valere nulla. Io quando prendo un impegno, lo rispetto. E mi aspetto lo stesso dagli altri. Non è serio, per me, restare a discutere e tantomeno a lavorare con gente che non mantiene la parola data.

 

Non è un problema di candidatura personale, non lo è e non lo è mai stato, e infatti mi sono tranquillamente fatto da parte sia alle ultime comunali che in queste primarie. C’è invece un problema politico serio:

Qualcuno nel PD nazionale ha usato lo strumento delle primarie per chiudere la partita con le minoranze interne. E non parlo solo del mondo cattolico. E’ successo con gli ambientalisti come Roberto Della Seta, con Stefano Ceccanti, Roberto Reggi, Salvatore Vassallo o peggio con Marco Stradiotto.

E allora forse è ora di rileggere la storia degli ultimi vent’anni, che sta già girando pagina.

Il Muro di Berlino aveva costretto la DC a governare con un modello ingessato per troppi decenni, e infatti dopo la caduta del Muro anche la Dc, balena non più indispensabile, si è finalmente decomposta. Ma il bipolarismo europeo che troppo a lungo era mancato all’Italia si è subito scontrato, nei successivi vent’anni, con la presenza in campo di Berlusconi che ci ha costretti ad una sorta di CLN in cui De Gasperi ha convissuto con Togliatti.

Ora che il campo torna ad assumere un aspetto europeo, con la galassia Monti al posto di un sempre più grottesco Berlusconi avviato sul definitivo viale del tramonto, anche questa ingessatura può spezzarsi: non ci sono più schieramenti forzati o obbligati, soprattutto se qualche compagno di viaggio si dimostra non solo insensibile, ma insofferente all’idea stessa che possano esistere minoranze interne. I toni al momento della presentazione delle liste erano chiarissimi: con queste primarie – è stato detto – non esistono più le vecchie correnti. Esatto, perché una sola ha fatto piazza pulita delle altre, salvando per facciata solo i “generali” delle minoranze (Bindi, Letta, Franceschini, Realacci e qualche renziano) ma tenendoli in ostaggio e lasciandoli senza truppe, come trofei da mostrare all’elettorato.

Il Pd a questo punto sta diventando solo l’ennesima mutazione genetica del Pci, Pds, Ds e ne ha già riesumato la prassi, come la risibile cooptazione dei “quattro cattolici”, che è la più plateale ammissione pubblica che il “vero” Pd è invece qualcosa di strutturalmente altro.

Non è quindi più la mia storia.

Si apre una stagione nuova.

Marco Perale

 

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