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Se il malato non vuol farsi curare, perché morire con lui? * di Paolo Bampo

Ott 24th, 2012 | By | Category: Cronaca/Politica, Lettere Opinioni, Prima Pagina

Morire è un dovere che definirei civico. “Come” morire è invece un diritto politico.

Paolo Bampo

A giorni il Consiglio Regionale del Veneto discuterà la risoluzione che chiede la possibilità di indire un referendum per l’indipendenza veneta. L’iniziativa promossa dal Movimento guidato dai 3 moschettieri veneti: gli avvocati Azzano Cantarutti e Morosin e il prof. di Ca’ Foscari Pizzati, sarà l’assaggio di quello che diventerà l’argomento centrale del dibattito politico dei prossimi anni. Sarà la conferma che ora finalmente di indipendenza si può parlare, ovvero che il tema, sinora tabù, è entrato nelle Istituzioni.

Il venetismo nasce come sentimento di popolo, di storia, di cultura e di tradizione, oltre che come base di un progetto politico indipendentista di assoluta modernità. E se la proposta di un veneto indipendente fa sponda al sentimento di veneticità, dall’altra parte sottolinea un rifiuto dell’italianità che si fa sempre più marcato. Forse un po’ folkloristicamente, ma sicuramente con buon effetto e grande chiarezza, i venetisti più schietti affermano infatti:”ciameme can, ma no taglian” (chiamami cane, ma non chiamarmi italiano).

Questo rigetto dell’italianità è cresciuto in virtù dell’amore per la propria terra, ma forse anche a causa dell’insofferenza verso i mafiosi, i corrotti, i corruttori, gli sperperi della politica, il disordine, la sporcizia, la burocrazia, gli scioperi, la lentezza della “giustizia”, gli errori della magistratura, la povertà dei servizi e l’oppressione del fisco, ma anche, perché no, grazie a quei personaggi ricchi e potenti , che con il proprio spirito carnascialesco e boccaccesco hanno fatto ridere il mondo intero.

A meno che, infatti, non ci si voglia nascondere dietro un dito, tutti conosciamo i tanti motivi specifici per i quali gli italiani non sono apprezzati dagli altri popoli e, di contro, sempre tutti conosciamo quali siano i pochi motivi per i quali gli italiani sono invece stimati, ad esempio nel settore delle arti, dell’ingegno, dello sport e della cucina. E’ superfluo perciò ricordare attività e passività o metterle sui due piatti di una bilancia. Niente ipocrisie, quindi, su quali siano gli ingredienti che hanno stabilito la generale considerazione negativa internazionale e perché il piatto più pesante della famosa bilancia sia quello del disprezzo e della derisione.

Nel pessimo giudizio internazionale globale ci finiamo purtroppo anche noi veneti che, forse (?!), siamo tra quelle popolazioni che maggiormente hanno contribuito a gettare pesi sul piatto delle positività. Avendo girato mezzo mondo ed avendo visto reazioni più o meno simili ovunque, mi è sembrato però che la gente del nord e quella veneta in particolare, non sia considerata alla stregua degli italiani in generale, ma fortunatamente, molto meglio. C’è poco, quindi, da dire fratelli. Forse siamo solo conviventi sotto quel medesimo tetto malato che è ora di abbandonare.

Con il tradimento dei più buoni propositi (o presunti tali) perpetrato da ogni nuovo governo e nonostante i ricchi investimenti nelle aree della mala politica, possiamo dire che questa Repubblica è sicuramente peggiore della Repubblica nata nel 46 e persino del precedente Regno sabaudo, tant’è che non stupisce che vi siano novelli rigurgiti monarchici. I mali si infatti sono moltiplicati. Le piaghe sono diventate sempre più profonde e puzzolenti. Il disagio dilaga e malaffare e clientelismo imperano. Il peggio è che a molte persone normali questa situazione faccia comodo (vedi ad esempio le 209 famiglie dei nuovi consulenti parassitariamente assunti dalla Regione Sicilia, che vanno ad aggiungersi ai già esistenti 25.000 dipendenti attuali, contro, ad esempio, i 5000 della Lombardia, che ha il doppio del PIL).

A questo punto verificata la non guaribilità del malato e, preso atto soprattutto che lo stesso malato non vuole farsi curare, sorge spontaneo il desiderio di non morire con lui. Non avrei mai pensato di giungere a tanto, ma sono costretto ad affermare che: spero proprio di non morire italiano!. Vorrei avere il diritto di morire in un mondo di cui non debba vergognarmi: le Dolomiti, quale regione autonoma di un Veneto libero stato. Affinché tutti i miei conterranei, che lo desiderino, possano esercitare il medesimo diritto, penso quindi che convenga lasciare affondare la barca vecchia e procedere al varo di una nuova. Anche se più piccola, ma più sana.

Paolo Bampo – bampop@libero.it

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One comment
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  1. Concordo. Avanti con il progetto.