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Vajont . Lettera aperta al sindaco di Longarone da Giuseppe de Cesero

Ott 7th, 2012 | By | Category: Lettere Opinioni, Riflettore

Sono de Cesero Giuseppe di Longarone. All’epoca del disastro del Vajont avevo 13 anni e abitavo a Igne. Quella sera mi trovavo in piazza con degli amici in attesa che mia sorella rientrasse da Longarone dove lavorava.Ad un tratto udimmo un boato seguito da una forte raffica di vento. In quel momento si trovava in piazza anche il signor Pietro de Bona, allora tecnico comunale, il quale propose a mia madre, già molto agitata, di accompagnarla a Longarone.Saliti in macchina, dopo pochi metri incontriamo la signora Mina, la cui figlia lavorava insieme a mia sorella. Salì con noi. All’uscita del paese trovammo poi don Costante, che avendo udito e visto dalle finestre della canonica qualcosa di strano nella valle del Piave, si incamminò a sua volta verso Longarone. Salì pure lui con noi. All’altezza della croda alta di Pirago il signor Piero dovette fermare bruscamente la macchina, poiché la strada era invasa dalle macerie, ed esclamò: ” le sciopà la diga! ( è scoppiata la diga ). Ci fermammo ma io decisi di proseguire ugualmente da solo.In una delle poche case rimaste in piedi a Pirago incontrai due coniugi e chiesi loro cosa fosse successo, e mi risposero: “non sappiamo, forse la diga, Pirago non c’è più!”.Arrivai sino all’attuale casa di riposo e mi resi conto che Longarone non esisteva più. Feci l’andata in un silenzio irreale, mentre al ritorno udivo chiaramente le urla dei feriti, in seguito tutti deceduti. Camminai con i piedi nell’acqua calpestando involontariamente anche alcune persone. Passai la notte in casa di amici di famiglia in attesa di notizie anche dei miei nonni materni e della famiglia di mio zio. All’alba nostro zio ci raggiunse rassicurandoci perché loro erano stati tutti salvati. Mia sorella invece non l’ho mai più rivista, nemmeno da morta. Aveva 15 anni.

Se Lei, signor sindaco, fosse stato con me quella notte, forse non avrebbe tanta voglia di “festeggiare” il cinquantennale e nemmeno di fare arrivare quella gioiosa sarabanda del giro d’italia. Peggio ancora è voler invitare il presidente di quello stato assassino che ce li ha ammazzati senza mai aver chiesto perdono. Le ripeto forse, perchè Lei come quella masnada di scribacchini, attoruncoli e politicanti con tirapiedi vari, non vi fate nessuno scrupolo ad utilizzare la memoria dei nostri morti per un pò di efimera gloria e peggio ancora per vil denaro.

Giuseppe de Cesero

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5 comments
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  1. Ha ragione!!! Lo stato non ha mai chiesto perdono

  2. ha ragione. E basta.

  3. La testimonianza di Giuseppe de Cesero, mio coetaneo, riaccende anche in me il ricordo di quei tristi momenti. Avvisato del fatto da un mio cugino più anziano, quella sera scesi di corsa da Piazza Duomo a Belluno, dove abitavo, verso il Ponte della Vittoria, che non raggiunsi, fermato dal cordone della forza pubblica, ma potei vedere il fiume lambirne minacciosamente il colmo della volta. Il rumore inverosimile ed indicibile provocato dall’enorme marea che scorreva mi torna talvolta ancora alla mente come un incubo. Il giorno dopo, dal Sagrato della Cattedrale si poteva vedere la piana di Lambioi letteralmente sradicata ed erosa dall’onda sovrumana, con le cime degli alberi che trattenevano oggetti dogni genere e purtroppo anche corpi umani. Nei giorni seguenti, col ritirarsi delle acque residue, altri corpi vennero alla luce. Frequentavo la terza media alle scuole Ricci e mia compagna di clase era Antonella Serafini, anch’essa del 1950. Mi sembra, ma non ne sono certo, che fosse figlia del guardiano della diga. fu tra i primi ad essere spazzata via, con tutta la famiglia.
    Conservo di lei un ricordo malinconico ma splendido. Era una ragazza gentile, simpatica e bella, bellissima agli occhi di noi giovani non ancora adulti, ma che già cercavamo nelle nostre coetanee il fiorire delle fattezze adulte femminili. Slanciata, i capelli dritti e lunghi, bruno rossicci, il sorriso aperto e cordiale, il naso appuntito.
    Quando ci dissero che era morta piansi a lungo. Non avevo ancora avuto esperienze di morte, neppure tra i parenti, ma la scomparsa di Antonella fu un pugno allo stomaco che ancora mi pesa. Mi domandai come fosse possibile che fosse successa una cosa così tremenda. Vennero date risposte tecniche. Dopo qualche anno capii perfettamente a cosa e a chi fosse dovuta la tragedia. Sono passati quasi cinquant’anni
    ma il suo volto mi appare ancora nella sua dolcezza e semplicità e mi getta nello sconforto. Capisco chi come Giuseppe de Cesero ha perso una tra le persone più care. Capisco anche che per lui il tempo si sia fermato a quei tragici minuti e che la sua rabbia continui ad esplodere senza possibilità di trattenerla.

  4. Si è voluto festeggiare l’Unità d’Italia (sarei tentato dallo scrivere in minuscolo)quando lentamente “affiora” la Verità di una conquista violentissima e sanguinaria.Ora cosa ci si può aspettare ? La trasformazione subdola da parte dell’apparato di ogni delitto di stato ,del dolore “di pochi” in esaltazione della classe politica quale portatrice di democrazia,”cura”del Paese e dei propri concittadini…….mah…è impossibile mettere in parole la vergogna che provo per questa dimostrazione della piccolezza umana.

  5. Da non dimenticare