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La “Diplomazia economica” sostituisca il parassitismo politico e la diplomazia aristocratica ed ottocentesca

Lug 7th, 2012 | By | Category: Lettere Opinioni, Prima Pagina

Paolo Bampo

Sicuramente sull’uscire dagli schemi, non molti saranno d’accordo. Nella nostra società si è infatti molto affezionati alla regola del “non lasciare la strada vecchia per la nuova”. In questo momento di crisi profonda è, però, necessario trovare il coraggio per sperimentare qualche via ignota, fosse questa anche una nuova filosofia d’approccio al tema della ripresa economica. Un qualcosa che trasformi l’impresa, da soggetto passivo rispetto al mercato della politica, a soggetto attivo rispetto alla politica di mercato. Un qualcosa che unisca per creare una forza d’impatto in grado di “penetrare”. Convinti che il mondo della politica fosse infallibile o, più probabilmente, nella convinzione che fosse più comodo delegare ai politici ed ai partiti di turno certe funzioni, il mondo imprenditoriale ha spesso preferito adagiarsi sull’illusorio godimento di assistenza e tutela dello Stato, salvo ritrovarsi poi nell’attuale situazione. A questo punto i bellunesi devono individuare dentro di sè la forza di rispondere alle esigenze delle proprie aziende. Facciano attenzione, però, anche a non ricorrere a disperate, inutili fughe isolate, in avanti. I soggetti che, in proprio, privilegiano il “si salvi chi può”, rispetto ad una strategia generale di sopravvivenza di un distretto, di un comparto, di un territorio e di un’intera popolazione fanno del male a sé stessi ed agli altri. Se è facile,però, dire: tiriamoci su le maniche per ritrovare la nostra credibilità insieme alla nostra dignità, più difficile è individuare il come. Se non esiste un’idea strategica territoriale globale, le singole forze non possono fare nulla contro i colossi mondiali esistenti e/o emergenti. Le produzioni di nicchia, nelle quale ci siamo spesso riparati, non sono più sufficienti a salvare una provincia. Una mentalità strategica cooperativistica ed una tattica consorziale possono invece fare molto e, purtroppo, sulla politica nazionale non si può far affidamento. Questa non ha, né la velocità di elaborazione programmatica che i tempi richiedono, né la velocità di adeguamento alle continue evoluzioni dell’economia mondiale e dei mercati. La politica arriva sempre in ritardo, quando i treni sono già passati. Abbiamo, per di più, una diplomazia ammuffita ed ancorata a modelli ottocenteschi. È al traino degli eventi ed attenta al mantenimento delle proprie prerogative aristocratiche, quanto di sola facciata. Paesi, anche a noi vicini, hanno invece un corpo diplomatico sempre in prima linea nel versante economico e la cui missione principale è accompagnare e sostenere le proprie aziende. Gli ambasciatori italiani, invece, sono liberi di fare i nababbi all’estero con i soldi dei contribuenti, impegnandosi molto in ricevimenti e celebrazioni e molto meno in attività di sostegno alla nostra economia. Le risposte che, quindi, con scarso vigore l’italia ha cercato di dare (ICE, in prima linea) sono eccessivamente costose, poco aggressive, scarsamente propositive e le azioni condotte sono scontate e troppo tradizionali. L’economia, se non vuole essere trascinata definitivamente nel baratro,deve prendere il timone delle proprie azioni e sganciarsi dalla dannosa “tutela”della politica. Siccome la soluzione del problema è urgente e siccome non possiamo sperare di cambiare “ipso facto” mentalità, metodi e struttura della diplomazia italiana, dobbiamo agire in autonomia. Le nostre imprese, sorrette dalle istituzioni locali, devono sapersi dotare di una mentalità aperta a nuove esperienze e nuove collaborazioni e devono affrontare i mercati cercando direttamente i propri interlocutori istituzionali esteri. Uno dei poteri irrinunciabili dello Stato è la gestione dei rapporti con l’estero, ma è giunta l’ora che, coraggiosamente, il mondo imprenditoriale si assuma la responsabilità di creare una sorta di “diplomazia economica”, la quale interloquisca con le istituzioni politiche ed imprenditoriali straniere su temi di propria competenza, ma, per non incorrere in atti incostituzionali, non interferisca con i rapporti politici di Stato e Governo. Se progetti devono essere studiati, o lanciati dagli “Stati generali della Provincia di Belluno”, all’insegna di un indirizzo di autonomismo reale, siano essi pertanto verso la creazione di una rete di relazioni interne ed esterne tutta bellunese o regionale. È indispensabile una proiezione su mercati che oggi ci sembrano inaffrontabili e che crediamo nemici, quando nemici non sono. Come in ogni campo, anche in economia esiste la concorrenza, credere che combatterla sia una priorità è però sbagliato. Credere che proteggersi a tutti i costi da questa, sia una brillante idea, è sbagliato. Credere che il mondo sia fatto di furbi e di fessi, dove a noi sia sempre riservato il ruolo dei fessi, è sbagliato. Se le tigri d’oriente fanno paura, l’unica medicina per non soccombere non è combatterle, ma è l’integrazione, la ricerca delle complementarità e delle altrui necessità, in pratica: l’osmosi,. Tutti abbiamo bisogno di qualcosa ed ognuno di noi (ma anche degli “altri”) ha le proprie prerogative e specificità, come pure le proprie esigenze: si tratta di creare gli strumenti idonei per individuarle e compenetrarle. È giunto il momento di reagire prima che le aziende finiscano oltre che il carburante, anche la voglia di fare… e gli Stati generali della Provincia possono fare molto.

PAOLO BAMPO BELLUNO, 06.07.12

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