Wednesday, 18 October 2017 - 15:10

Anche Dolomiti contemporanee alla mostra Future Landscape a Forte Marghera

Mag 25th, 2012 | By | Category: Appuntamenti, Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina

Dolomiti Contemporanee partecipa a Future, Landscape. A changing exhibition. Dal 26 maggioal- 31 agosto 2012 (26 maggio – 8 luglio, prima parte). E’ stata inaugurata oggi, venerdì 25 maggio, a Forte Marghera, Mestre-Venezia – Padiglione 36 la mostra Future Landscape A changing exhibition, curata da Riccardo Caldura, con la collaborazione di Gianluca D’inca Levis, Guido Molinari e Paolo Toffoluti Che rimarrà aperta da giovedì a domenica dalle 17 alle 22 (o su appuntamento).

La prima parte di quest’evento espositivo, si concluderà l’8 luglio, quando questa changing exhibition proporrà il secondo lotto di artisti ed opere.

Il progetto di collaborazione tra Dolomiti Contemporanee e Forte Marghera/Parco del Contemporaneo, prevede, nel corso dell’estate 2012, una serie di eventi connessi, l’istituzione di una Linea Mobile tra Venezia e le Dolomiti, che darà luogo ad una sorta di moving exhibition.

Questo progetto di rete è sostenuto dalla Regione del Veneto, che lo patrocina e finanzia.

Dolomiti Contemporanee e Parco del Contemporaneo sono due realtà artistiche significative del panorama veneto, che quest’estate intrecceranno la propria programmazione, generando un evento ad assetto variabile, che prevederà diversi passaggi espositivi tra la laguna e le Dolomiti, all’interno dei nuovi siti che saranno attivati da Dolomiti Contemporane.

Una mostra mobile appunto, e mutevole, nella quale gli artisti si sposteranno, da Venezia all’area bellunese, e dove lo scambio artistico sarà l’occasione per un attraversamento culturale di questi territori.

Gli artisti proposti da Dolomiti Contemporanee che parteciperanno a questa prima parte di Future, Landscape, sono Cristian Chironi, Tiziano Martini, Jonathan Vivacqua.

Lista completa degli artisti:

Bruno Estevan, Cristian Chironi, Marco Citron, Cuoghi Corsello, Roberta Franchetto, Antonio Guiotto, Dritan Hyska, Hannes Lang, Dacia Manto, Tiziano Martini, Giovanni Morbin, Pavel Mrkus, Paolo Parisi, Serse, Studiomobile, Eltjon Valle, Jonathan Vivacqua, Andreea Werner.

Future, Landscape

Testi critici introduttivi

Due termini semplicemente accostati, messi vicini l’un altro: futuro, paesaggio con quel tanto di estraneità che comporta l’uso di una lingua diversa rispetto a quella propria, soprattutto se si riferisce a due termini così densi di significati. Del futuro sembra ormai si possa parlare solo in termini globalizzati, e con una lingua adeguata al processo di globalizzazione, mentre con il termine paesaggio sembra si possa al massimo richiamare, rispetto al più neutro e ubiquitario landscape, una condizione ormai passata, legata al termine ‘paese’, termine che rischia di suonare oggi desueto sia per descrivere la scala relazionale microlocale quanto quella nazionale. Si può ancora, ai giorni nostri parlare di paese, e magari di genius loci, sentendo risuonarvi dentro l’origine etimologica derivante dal termine latino pagus – che stava ad indicare contrada e borgo, pieve e campagna -, considerando quali siano state le concrete conseguenze dell’aver concepito per decenni, come ci ricordava amaramente Rosario Assunto in un suo celebre studio, il paesaggio in termini di pura estensione spaziale?

Eppure, dagli anni ’70 del secolo scorso, quando Assunto pubblicava il suo “Il paesaggio e l’estetica”, qualcosa sembra essere cambiato se ai nostri giorni, come vuole Gilles Clement, del paesaggio si viene ricomponendo una nuova, terza, condizione, che viene descritta nel suo “Manifesto del terzo paesaggio”. Condizione consapevolmente ibrida, e nondimeno vitale, dovuta alle pratiche di abbandono di modelli industriali, agricoli, turistici, ormai obsoleti, una condizione aperta piuttosto ad una nuova visione delle cose, grazie anche ad una diversa sensibilità generale.

Riferirsi alle arti per affrontare e riflettere la complessità di tali tematiche indica che non possiamo affidarci solo agli strumenti disciplinari di tipo più propriamente analitico per osservare ciò che abbiamo intorno. Insomma se si vuole provare a comprendere la relazione fra ciò che del paesaggio ci viene riconsegnato dal passato (scarto da riciclare, frammento tutelabile, residuo di una modalità di rappresentazione estetica che può suonare anacronistica) e una sua condizione a venire, le arti possono coadiuvarci non poco. Offrendo, forse oggi più che in passato, spunti e suggestioni assai significativi per rappresentare e immaginare la nostra relazione con l’ambiente, con le sedimentazioni e le stratificazioni che appaiono indistricabili fra ciò che è artificiale e ciò che è naturale, fra ciò che è la realtà, il mondo esteriore, e ciò che invece costituisce il nostro mondo interiore.

Un tema ‘classico’ come quello del paesaggio, da rivisitare dunque in tutte le sue possibili valenze: dalla descrizione alla visione di una condizione delle cose diversa dall’attuale, ma che in questa è intravedibile. Un paesaggio, così come un senso della natura e dell’ambiente, rivisitato da artisti contemporanei che si trovano a lavorare in contesti fortemente antropizzati, contesti che sembrano aver perduto ogni aura, o dimensione simbolica, ma nonostante tutto vi si può ancora avvertire una tensione verso quella condizione dell’attesa, del non ancora, che fa di ogni paesaggio un possibile presagio, una forma di prefigurazione dell’avvenire.

La stessa forma espositiva è concepita non staticamente, ma come dispositivo/organismo in grado di modificarsi, di trasformarsi, cangiante come il tema di cui si occupa: per questo a changing exhibition. Ad un nucleo iniziale di artisti, si aggiungeranno o prenderanno posto altri artisti, con altre opere e installazioni, e altri luoghi espositivi.

Future, Landscape. A changing exhibition è il primo appuntamento della serie di attività previste dal progetto “Linea mobile. Progetti d’arte contemporanea fra le Dolomiti e la laguna di Venezia” che vede la collaborazione di Forte Marghera – Parco del Contemporaneo con Dolomiti Contemporanee, collaborazione aperta ad altre realtà associative come lo SPAC di Buttrio (UD). Il progetto nel suo complesso mira a costruire e mettere in rete una serie di soggetti associativi che operano specificatamente in relazione con il territorio e le arti contemporanee.

Riccardo Caldura

Gianluca d'Incà Levis

Future, Landscape, DC

Verticalità dello slancio; il confine apicale;

una delle relazioni liminali radicali, con la natura, anche in un senso più generale -natura della ricerca- è verticale;

andare avanti, e soprattutto andar su, salire, moto apicale di ricerca ed esplorazione degli spazi, progressione ed arrampicata (solo gli uomini che stanno fermi sono fermi, acinetici/litificati; arrampicare non è moto del corpo, né, tantomeno, pratica sportiva, e il corpo in sé non esiste, è un parto della mente, un’estroflessione della mente; un corpo senza mente è immoto, seppure si sposta; il suo moto acefalo è meccanico, irriflessivo, sconnesso, fatuo, e, in ultima analisi, un’illusione -irrealtà del dato acritico); le relazioni con la natura, ogni natura, hanno da essere sperimentali, ricodificanti; salire è cercare, progettare, generare un momento critico, saperlo, risolverlo;

ogni cosa è sedimentazione; perfino gli slanci più sanguigni ed istantanei sedimentano, quasi subito, gli uni sugli altri (le scogliere coralline che fan certe catene montuose altro non sono che strati-pressione di vita cristallizzata) ed è solo lo sguardo ostinato di boccadoro (ostinato è il puro istinto non mediato dal concetto), a volersi concentrare, per un attimo, sull’ineffabile che passa, sul suo terrore sublime; che poi il momento geologico è anch’esso un attimo, a ben vedere, se non ci si ostina a guardarlo da una prospettiva d’insetto, di temporalità umana; e allora? è lungo? è breve.

e poi, comunque: l’attimo, come contenitore e struttura di compressione concentrante, è senza dubbio una durata raccolta, è massima contrazione e densità (nana bianca), e non istante leggero, o vastità in espansione (red shift), o-momento-passante;

paesaggio è dunque ogni moto dello spirito, moto deliberato ed artificiale, e niente affatto oggetto (esterno alla percezione/azione) o natura naturata; paesaggi brulli, paesaggi carichi; spesso un paesaggio brullo è carico, criticamente fiero e fertile (kafka, bernhard, beckett), e chi sta fermo si muove assai (beckett), e chi porta una pietra, succhia una pietra, scala una pietra, da fuori o da dentro (beckett), fissa una pietra – senza contemplarla – costui è un atleta, un essere non contemplativo, mobile nel senso;

quindi non esiste utopia, nella mente (attiva); l’utopia è nella mancanza, di concretezza, di slancio (i due termini coincidono, sempre, tranne che nelle pratiche inessenziali o insufficienti); dove c’è utopia, c’è carenza, e ciò quindi nel mondo cosiddetto real-concreto (cosiddetto esterno, o proiettivo), come nella mente vagolante (luogo di filosofie ondivaghe, di fluviali paesaggismi contemplativi, di coazione e spettatorialità, di paralisi e attesa – consunzione passiva);

il paesaggio con rovine, e la frammentarietà, ecco le schegge/spunti tutt’attorno all’artista; l’artista, o meglio, l’uomo-che-cerca, annusa, intende, intuisce, riesplode, rielabora, ripresenta, può stare dentro ad una scia fluida, che mentre passa attrae-incapsula-ingloba-prende in sé i materiali, i frammenti spuri, i lacerti, integrandoli nel suo sedimento presente; una scia fluida, che li assorbe, e li porta; oppure l’uomo-che-cerca non riassorbe affatto, non integra le parti ibride e i frammenti e le schegge e i lacerti, se non è naturalmente dotato di una scia unificante non lo può fare, e allora semplicemente giustappone pezzi a parti, e presenta le rovine/schegge così, installate le une accanto alle altre, e il dialogo procede per urti, e gli angoli non si smussano, si tangono, o stanno, il dialogo non procede ma sta, e stanno le parti, semplicemente, come pietre accostate (non sempre l’artista è paciere, o liofilizzatore estetico, e meno male, già, meno male), o come elementi angolari o scatolari isolati dal contesto e posti in mezzo allo spazio, a misurarlo;

verticalità dello slancio; il confine apicale, cioè a dire:

una delle relazioni liminali, con la natura, in senso generale -natura della ricerca- è verticale; il limite sopra, non avanti (avanti è sopra); linea mobile; la linea di ricerca è sempre verticale; ogni passo è un apice, senza crinale il processo è sequenziale; le fratture si originano da spinte ortogonali (i corrugamenti prevedono spinte verticali, clasmi e frantumazioni e risalita degli strati rimescolati avvitati fusi); l’esplorazione è verticale, il sollevamento/sospendimanto necessario; e la velocità di propagazione nello spazio è lenta (arrampicare è andare/stare; muovere/analizzare; ponderare/fare; non un moto opposto all’immoto; non sulla roccia, che sta – e porta); la superiorità dello slancio verticale (sul moto rettilineo) nella concezione -o nella ricerca- di uno spazio nuovo (o dello spazio in un modo nuovo – uno spazio che che non sia utopico ovvero insufficiente, ma forte e diritto, come un braccio metallico a sollevare un’immagine d’immane geologia, come lo spigolo metallico estratto grande da una pietra, come il riflesso di un paesaggio che si fa paesaggio nel riflesso stesso);

sporgersi quindi, in effetti; da sopra, e da sotto; verso l’alto, il basso, l’oltre di soglia, da lissù; paesaggio è sempre futuro, guardando oltre quella cima, che non c’è; non c’è alcuna cima, ma uno sguardo che vaga oltre e buca la cima, sull’apice di un pensiero.

Gianluca D’Incà Levis

 

 

 

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