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Occupazione: un’altra flessione nelle piccole imprese. La perdita di occupati concentrata nella seconda metà del 2011. Dall’inizio della crisi flessione complessiva del 12,1%: azzerato il turn-over

Feb 24th, 2012 | By | Category: Lavoro, Economia, Turismo, Prima Pagina

Walter Capraro

L’occupazione nell’artigianato bellunese continua a mostrare uno stato di malessere, e a fine 2011 smentisce quel debole segnale di tenuta che nel primo semestre dell’anno aveva fatto sperare in un’evoluzione positiva.

L’Osservatorio sull’artigianato dell’UAPI di Belluno ha diffuso in questi giorni i dati relativi al secondo semestre 2011, che delineano una realtà complessa e diversificata sia tra i settori, sia tra le aree geografiche, ma con una tendenza del barometro occupazionale in netto peggioramento.

Gran parte degli indicatori, infatti, sono negativi. L’occupazione è calata complessivamente dell’1,4%, seguendo un andamento che dall’inizio del 2008 non si è mai interrotto, fatta eccezione per il primo semestre 2011 quando la caduta si era azzerata. Negativo l’andamento dei principali macrosettori (manifatturiero – 1,0%; costruzioni -3,3 %; servizi -0,6%) e anche quello di quasi tutte le aree: chiudono in positivo soltanto la Val Belluna (+2,4%) e l’area vasta Alpago-Ponte nelle Alpi-Longarone-Zoldo (+ 1,6%). In tutto il resto del territorio la sofferenza occupazionale è pesante e si muove dentro una forbice che va dal -4,5% dell’Agordino al -2,0% del Feltrino.

All’interno dei macrosettori, segnali incoraggianti giungono dalla metalmeccanica di produzione, che chiude il 2011 con un incremento occupazionale del +4,4%, dai trasporti (+0,9%), dall’impiantistica (+0,8%), dai servizi alle imprese (+0,8%) e dall’autoriparazione (+0,4%). Cali davvero preoccupanti di occupati, invece, nell’occhialeria (– 8,9%) nei servizi alla persona (– 5,5%) nell’edilizia (-5,4%) e nel comparto del legno (-1,8%).

Uno stato di difficoltà confermato anche dalla netta flessione assunzioni (-11,5%) e dall’aumento dei licenziamenti (+3,3%). Una caduta del turn-over che ha interessato soprattuttola manodopera straniera (-3,7%) e che porta la dimensione media delle aziende al minimo storico di soli 3,9 dipendenti per azienda.

“In dieci anni – commenta Walter Capraro, direttore dell’Unione Artigiani e Piccola Industria- le piccole imprese hanno perso il 13,7% di occupati, ma il fenomeno è quasi interamente concentrato negli ultimi quattro anni (-12,1%). La flessione occupazionale dell’1,4% registrata nell’ultimo anno è meno della metà di quella complessivamente patita dal secondario, che si aggira intorno al 3,7% e che, dunque, è imputabile soprattutto alle imprese medio-gradi. Ciò significa che il modello di piccola impresa ha retto e sta reggendo meglio e più a lungo nella conservazione dei posti di lavoro. E questo, in una fase recessiva così pesante, è già un merito non da poco, come dimostra il risultato della metalmeccanica. Per dare un po’ di ossigeno al sistema, aiuterebbe parecchio un maggior senso di responsabilità da parte di molti. Tralasciando i temi nazionali della riforma del lavoro e della fiscalità, tre esempi di portata locale chiariscono meglio il concetto: primo, riportare in provincia una parte, anche minima, della produzione che è stata trasferita all’estero negli scorsi anni; secondo, avviare un progetto collettivo che ottimizzi le filiere come, ad esempio, quella del legno, su cui pesano tante inerzie e resistenze sia pubbliche che private; terzo, attenuare al massimo l’impatto della fiscalità locale sulle imprese, soprattutto con riferimento alla prossima applicazione dell’IMU.”

 

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