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La crisi di Veneto Strade: la gestione dei politici e un Parlamento arroccato nei privilegi, che scarica i costi della crisi economica su Regioni, Province e Comuni

Feb 19th, 2012 | By | Category: Cronaca/Politica, Riflettore

La crisi di Veneto Strade che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni ricorda per certi versi la storia dei sovrani assoluti che un tempo affamavano il popolo. Oggi al posto dei sovrani c’è un Parlamento, dove un migliaio tra onorevoli e senatori decisi dalle segreterie di partito in forza della legge “porcellum”, obbedisce a due oligarchie. Quella dei banchieri, della Bce, rappresentata da Monti e quella dei “vecchi” politici Bossi/Berlusconi/Bersani, che quando i banchieri accelerano troppo, sono pronti a tirare il freno a mano (vedasi liberalizzazioni, farmacisti, taxisti ecc).

Questo il quadro generale in cui si consuma lentamente la lenta agonia della periferia e in particolare della montagna.

Veneto Strade spa nasce il 21 dicembre 2001 (Legge regionale 29/2001) a seguito del trasferimento delle competenze dallo Stato alle Regioni ed agli Enti Locali in materia di viabilità. La società è costituita da Regione del Veneto, che partecipa con il 30% del pacchetto azionario, le sette Amministrazioni Provinciali di Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza con una quota pari al 50%, e il restante 20% è suddiviso tra le quattro Società Autostradali: Venezia e Padova spa, Autostrade per l’Italia spa. , Spa Autovie Venete e A4 Holding spa.

Poiché l’80% della società è pubblico, il controllo delle poltrone appartiene alla politica. Infatti nel consiglio di amministrazione entrano i politici “fuori corso”.

Nel cda troviamo, infatti, i bellunesi Gianpaolo Bottacin, fatto fuori dalla presidenza della Provincia dai suoi stessi alleati del Pdl, Oscar De Bona, già assessore regionale che alle ultime elezioni regionali non è riuscito ad entrare, e Quinto Piol, già consigliere provinciale, rimasto senza incarico dopo il commissariamento della Provincia.

Tutto sarebbe filato liscio se la crisi economica non si fosse abbattuta sulla vecchia Europa, dopo che la globalizzazione aveva già indebolito l’economia. E gli oligarchi della politica non avessero deciso di scaricare i sacrifici a chi sta più lontano dal Palazzo. La gestione da parte dei politici delle società, infatti, funziona finché sgorgano fiorenti i finanziamenti pubblici. Quando si chiudono i rubinetti e bisogna camminare da soli la faccenda si complica.

In ogni caso, la questione di Veneto strade è figlia di una strategia partita da lontano. Dove lo stato centrale prima concede le competenze a Regioni e Province, in attuazione alla Costituzione e strizzando l’occhio all’atteso federalismo. Eppoi fa morire di fame i suoi figli lontani, Regioni e Province, perché egli non vuole rinunciare a pasteggiare a caviale e champagne, anche quando il portafogli è vuoto.

C’è da dire che anche i politici delle Regioni e delle province che hanno assistito in questi anni allo spettacolo, consapevoli di ciò che stava accadendo, non si sono mossi più di tanto.

Oggi, che l’acqua è arrivata alla gola, si alzano le voci dei politici locali. Per far funzionare Veneto strade, secondo il consigliere regionale Dario Bond, servono subito una cinquantina di milioni. O saranno a rischio già gli stipendi di aprile di 150 dipendenti. Servono inoltre altri 10 milioni per la manutenzione delle strade e altri 30 per la prosecuzione dei cantieri aperti. Il consigliere regionale Sergio Reolon dal canto suo denuncia la mancata riscossione di crediti per 2 milioni da parte di Veneto strade. Tradotto significa un’esposizione bancaria di circa 90 milioni, come hanno denunciato i consiglieri regionali del Pd.

L’amministratore delegato della società Silvano Vernizzi si difende dicendo che lui esegue ciò che decide il consiglio regionale. Ma Vernizzi, oltre ad essere ad di Veneto strade, è anche segretario regionale alla mobilità e alle infrastrutture, colui cioè che coordina la pianificazione territoriale e strategica, reti e infrastrutture, trasporti e viabilità, valutazione progetti e urbanistica.

Insomma, una situazione che ricorda molto quella di Bim Gsp e Ato, società interamente pubblica dei Comuni bellunesi, con i sindaci controllati e controllori, e debiti per oltre 70 milioni, interrotti dall’allarme lanciato dalle banche, che per mestiere tutelano i propri crediti.

Roberto De Nart

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