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lunedì, Maggio 25, 2020
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Bim Gsp. Walter Capraro: no al fallimento, no alla leva della fiscalità generale per sanare una società di servizi. Sì ad un’azione nel contesto delle tariffe. Cessione delle quote di Ascotrade e Dolomiti ambiente. Sul riassetto societario, togliere alla politica la gestione e puntare su formule nuove come l’azionariato diffuso

Si susseguono, in questi giorni, le proposte per ripianare la grave situazione debitoria di GSP. Tra le tante, due hanno attirato l’attenzione dell’Unione Artigiani e Piccola Industria: l’invito al deposito delle scritture contabili in tribunale e il suggerimento di ricorrere ad un aumento dell’aliquota Irpef per sanare il deficit. L’UAPI le boccia entrambe.

Walter Capraro direttore Uapi

“L’idea di risolvere i problemi ricorrendo alla procedura fallimentare è irresponsabile – dice Walter Capraro, direttore di UAPI – perché equivale a scaricare, puramente e semplicemente, sulla testa dei fornitori e delle imprese oneri pesantissimi. E’ una strada che spero sia stata esclusa dal mandato che i Sindaci hanno dato al nuovo Consiglio di Amministrazione.”
C’è, poi, chi suggerisce di sanare il deficit attraverso un prelievo sul gettito Irpef che potrebbe essere realizzato dai Comuni con l’aumento dell’aliquota.
“Corretto il principio secondo cui i Comuni, in quanto soci di GSP dovrebbero accollarsi il ripiano delle perdite – afferma il Direttore di UAPI – , molto meno corretto ricorrere alla fiscalità generale per sanare deficit prodotti nell’erogazione di un servizio pubblico. E’ bene sapere, poi, che aumentare l’aliquota Irpef fino allo 0,8% significherebbe portarla ad un livello doppio di quello, oggi,  mediamente applicato dai Comuni bellunesi, facendo lievitare il peso della fiscalità locale che, ad esempio, sulla micro impresa è già adesso al 6,82%, ossia quasi il doppio della media regionale.”
Secondo l’UAPI bisognerà operare su più fronti, come, del resto, sembra essere l’intenzione del nuovo Consiglio di Amministrazione.
“Anche se la soluzione dell’amministratore unico ci pareva la soluzione più efficace e corretta – dice Capraro – dal nuovo Consiglio di Amministrazione ci si aspetta che, nell’azione di risanamento, parta anzitutto dall’azzeramento dei probabili sprechi. Altrettanto ineludibile ci pare la dismissione della partecipazione in Ascotrade e magari anche in Dolomiti Ambiente, i cui proventi, però, dovrebbero essere destinati esclusivamente a pagare i fornitori e non le banche. Ma l’altro nodo fondamentale, secondo noi, non può che essere la voce primaria di entrate, ossia le tariffe e la loro modulazione.”
Dai dati disponibili risulta che una famiglia-tipo spenda a Belluno circa 290 euro l’anno, mentre a Treviso ne spende 323, a Venezia 330, a Vicenza 334, a Padova 338 e a Rovigo addirittura 572.
“Questo significa – chiarisce Capraro – che, come sarebbe giusto in un territorio che “produce” acqua anche per gli altri, oggi stiamo pagando un bene molto meno degli altri. Il primo convincimento che dovremmo maturare è, dunque, che ci troviamo in una situazione di privilegio che, per le ragioni che oggi sono venute al pettine, non potevamo e non possiamo permetterci. E’ chiaro che la colpa non è degli utenti, ma, nel caso di GSP,  applicare il principio secondo cui le conseguenze di aver gestito male devono essere sopportate dal gestore equivale a chiamare in causa i Comuni e, quindi, i cittadini. Dunque, alla fine non potranno che essere gli utenti a dover mettere mano al portafoglio: se così è, la strada meno scorretta è che si trovi un sistema per superare il limite di aumento tariffario imposto dal metodo normalizzato e che il contributo di ognuno di noi sia rapportato ai consumi d’acqua e non ad altro.”
Quella dell’UAPI non è però una cambiale in bianco. E le condizioni sono ben chiare.
“Il fallimento della gestione attraverso la rappresentanza politica è, ormai, un dato acquisito e sarà eventualmente monetizzato in sede giudiziaria ed elettorale – conclude il direttore di UAPI. Adesso, quello su cui ci si deve concentrare è il futuro di GSP e a delinearlo dovrebbero essere i cittadini e le imprese. Al nostro Consiglio Direttivo piacerebbe, ad esempio, che si puntasse  su formule come l’azionariato diffuso: operazione certo non facile, ma che avrebbe il grande pregio di restituire al gestore dell’acqua pubblica un po’ di credibilità.”

 

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