Monday, 19 February 2018 - 22:02

“C’era una volta in Italia”, il viaggio nel tempo senza retorica di Antonio Caprarica

Ago 28th, 2011 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

Auditorium di Belluno al completo venerdì pomeriggio per la presentazione del libro “C’era una volta in Italia” di Antonio Caprarica, noto corrispondente Rai da Londra. Un viaggio nel tempo del cronista realizzato con la freschezza del moderno reportage e gli approfondimenti storici, dove l’autore racconta senza alcuna retorica com’era l’Italia nel 1861 anno dell’unificazione. Un’epopea dal basso, come nel film di Sergio Leone “C’era una volta in America” al quale Caprarica si è ispirato nel confezionare il 150mo compleanno dell’Italia. «Ci hanno sempre detto che il Risorgimento fu un movimento elitario che non coinvolse le masse» ha detto Caprarica «ma non è vero. Nel 1860 al Sud  Italia l’analfabetismo era del 91% e nel Piemonte, Lombardia e Liguria toccava il 60%. E tuttavia il popolo partecipava numeroso alle insurrezioni: dei 33 morti delle 5 Giornate di Milano la maggioranza era gente del popolo, con un 30% di donne. L’atteggiamento delle madri per i loro figli era l’opposto di quello di oggi. Infatti erano le prime ad incoraggiarli ad andare in guerra, per inseguire quel sogno di rinascita e di unità della comunità italiana». Caprarica fa piazza pulita di una serie di luoghi comuni: nel 1860 il Veneto era più povero della Puglia e così rimarrà fino a dopo la II Guerra mondiale. Il reddito della Campania era uguale a quello della Toscana e quello della Valle d’Aosta uguale alla Calabria. Mediamente il reddito degli italiani era 1/4 di quello degli inglesi e 1/3 dei francesi. «L’Italia della metà dell’800 era considerata dai nord europei il paese degli antichi imperatori romani e del turismo sessuale. Com’era per noi il Brasile fino agli anni ’80». Divertente l’accostamento di Caprarica sulle costanti che caratterizzano i potenti, ora come allora. Dall’ansia tricologica, alla convivenza con le organizzazioni criminali. «Nel 1860 re Vittorio Emanuele II, che aveva una cinquantina d’anni, si tingeva barba e capelli. Oggi si ricorre ai trapianti. L’ingresso a Napoli del re avviene con la scorta dei capi della camorra reclutati dal capo della polizia Laborio Romano, un prototipo dei voltagabbana che in 12 anni indossò tutte le casacche. Insomma» osserva Caprarica «un’eredità di quiescenza con il crimine che ci portiamo da allora». Sulla Chiesa cattolica, l’autorevole corrispondente Rai da Mosca, Londra e Parigi, fa un’analisi precisa ed equilibrata. «Senza la Chiesa l’identità italiana si sarebbe perduta, al di là del rapporto con la fede. Ma la Chiesa rappresentò anche un elemento di divisione in più che attraversò le coscienze. Oggi ci meravigliamo della teocrazia iraniana, e ci dimentichiamo che fino alla fine dell’800 noi avevamo la teocrazia vaticana. Con tanto di “polizia morale” che poteva far irruzione in camera da letto al fine di salvaguardare i costumi del popolo di Roma. Le coppie non sposate venivano arrestate e incarcerate a Regina Coeli. Ma sposarsi costava molto nella Roma di allora e così i giovani innamorati, prima d’infilarsi sotto le lenzuola spargevano la voce della loro convivenza, certi dell’intervento delle guardie. Dopodiché, siccome il peccato era reato, la confessione estingueva la pena. E quindi, con il perdono e il matrimonio, potevano sposarsi gratuitamente». Sul fine vita e la Chiesa, Caprarica è stato altrettanto imparziale, portando esempi degli altri stati europei dove credente e ateo hanno pari diritti. E dunque se è vero che per il credente la vita è inviolabile perché dono di Dio, è altrettanto vero che uno stato laico deve garantire a chi credente non è, di poter decidere d’interrompere la propria vita quando essa non è più degna di esser chiamata tale (caso Englaro).

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