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Per le imprese la qualità della vita continua ad essere pessima

Giu 14th, 2011 | By | Category: Lavoro, Economia, Turismo, Prima Pagina

Walter Capraro

Da un’indagine di Confartigianato indicatori sconfortanti per il bellunese. Fiscalità locale doppia che nel resto del Veneto. Indice delle infrastrutture a 1/3 del livello veneto.
Nonostante ciò, le imprese assicurano lavoro e sviluppo. Ma forse per poco.
E’ uscito in questi giorni il Rapporto di Confartigianato che misura l’Indice della Qualità della Vita dell’Impresa nelle province italiane. Si tratta di quasi 300 pagine piene di dati e di informazioni relativi a nove ambiti: Imprenditorialitá, Lavoro, Fiscalitá, Credito, Burocrazia, Giustizia e rapporti con la P.A., Servizi pubblici locali, Infrastrutture e Concorrenza sleale del sommerso.
“Un lavoro complesso e attendibile – dice Walter Capraro, direttore dell’Unione Artigiani e Piccola Industria – dal quale emergono punti di forza e debolezze del contesto in cui operano le piccole imprese. E i dati confermano, ancora una volta, l’esistenza di gravi disuguaglianze: è così per il Trentino Alto Adige, che presenta un quadro imprenditoriale molto simile al nostro ma dove il peso della fiscalità locale sulle micro-imprese è pari a un terzo di quella bellunese. Ma è così anche per la pianura veneta, che ha un Indice sintetico di dotazione infrastrutturale pari a 118,8 (fatto 100 quello nazionale), mentre la sua provincia montana è al 45,2: come dire che a Belluno si produce e si lavora con una dotazione di infrastrutture che è meno della metà di quella regionale.”
Nonostante ciò, le piccole imprese sono una risorsa senza la quale questa provincia sarebbe molto, ma molto più povera.
“Le piccole imprese rappresentano il 99,2% del complesso delle aziende – dice Capraro – e quelle artigiane sono il 33,1%: dieci punti percentuali in più della media italiana e cinque di quella veneta. Sono aziende con una dimensione media vicina ai 3 addetti, accolgono quasi il 40% di tutti gli apprendisti e riescono a produrre il 15% del valore aggiunto, superando di due punti percentuali la media nazionale. Le loro esportazioni di manufatti equivalgono al 36,2% del valore aggiunto, una percentuale molto superiore a quella veneta e quasi doppia rispetto a quella del Trentino Alto Adige. E il merito va tutto e solo a questi imprenditori sobri e tenaci, affidabili (l’incidenza dei protesti è allo 0,04% del valore aggiunto, cioè quattro volte in meno che nel Veneto e otto volte in meno della media italiana) e con poca propensione a violare le regole (la percentuale di lavoro irregolare è pari al 5,8% sul totale degli occupati, contro una percentuale nazionale che supera il 10% e un dato veneto che è addirittura al 15,8%), perché dal contesto territoriale ricevono davvero poco.”
Ed è davvero poco l’aiuto che alle piccole imprese arriva anche dalle amministrazioni che dovrebbero essere loro più vicine. L’ addizionale comunale media Irpef è allo 0,48%, superiore non solo a quella trentina (0,05%) ma anche a quella veneta (0,44%). Lo stesso vale per l’ aliquota media Ici, che nel bellunese è del 6,55%, mentre in Veneto è del 6,49% e in Trentino Alto Adige addirittura del 5,26%. L’addizionale provinciale sull’energia elettrica è la più alta del Veneto: 11,4%. Tutto questo fa sì che  il peso della fiscalità locale sulla micro impresa raggiunga il 6,82%, quando a livello regionale ci si ferma al 3,63%, valore che, per assurdo, è molto più vicino al dato del Trentino (2,76%) col quale è Belluno a confinare.
“E’ l’ennesima conferma che qualcosa di molto serio e definitivo va fatto davvero – conclude il direttore di UAPI. Finchè la “questione bellunese” non sarà affrontata e risolta dalla Regione vivremo anche il “fare impresa” con una precarietà che ci rende disuguali. Una riflessione andrebbe fatta anche a livello provinciale: ai deleteri campanilismi dovremmo sostituire una grande spinta solidale, che ci porti rapidamente a ridurre il numero dei Comuni. E’ certo che chi oggi vive e produce in questa Provincia continuerà a farlo finchè potrà: ma la sensazione è che, esaurita questa generazione di imprenditori, senza cambiamenti di contesto davvero significativi non ce ne sarà un’altra pronta a subentrare, perché montagne e tranquillità sociale non possono bastare a creare una prospettiva.”

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