Wednesday, 24 July 2019 - 00:56

Alberto Grollo: le Dolomiti tra le corde di una chitarra * di Vittorino Mason

Mag 28th, 2011 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Prima Pagina

La prima volta che sentii qualcosa di suo stavo viaggiando in macchina con un amico. Nell’autoradio andava una cassetta di musica strumentale, chitarra, bellissima. Mi prese subito al primo ascolto, già al primo brano. Tra me e me pensai che quello doveva essere un grande chitarrista famoso, un americano, un Ry Cooder, un William Ackerman o un Mark Knopfler. «Chi è?» chiesi curioso all’amico. «Alberto Grollo, uno di Conegliano».
«Come? Uno dalle nostre parti che fa musica così e che non conosco?» replicai attonito e stupito continuando poi ad ascoltarmi e gustarmi “Acoustic world” quello che io considero il suo più bel lavoro tra la nutrita produzione discografica. Dopo qualche giorno riuscii a trovare un suo indirizzo, gli scrissi per complimentarmi con lui e per incontrarlo. Persona pacata, aperta e squisita accettò subito. Diventammo grandi amici. Non è mai facile parlare di un amico senza rischiare di essere troppo accondiscendenti, buoni, ma nel caso di Alberto, è la musica che parla per lui, e così mi è più facile. La sua musica da quella volta è diventata parte della colonna musicale della mia vita.
È una musica che porta un benessere interiore; mette in pace l’animo e canta la gioia della vita viaggiando come in un paesaggio virtuale immersi nella natura, nelle culture dei popoli e pare che poi tutto converga su quelle corde appena accarezzate.
Il percorso e l’esperienza musicale di Grollo sono tali che lo si può di certo definire uno dei chitarristi più prolifici dell’odierno panorama italiano, sfornando diversi album di musica strumentale, due dei quali sono stati votati nei rispettivi anni di uscita (1998 e 2000) “migliore album di musica strumentale italiana dell’anno”, dalla rivista “SUONO”.
Il suo stile viene definito “fingerstyle” e consiste nell’arpeggiare con le unghie della mano destra le corde della chitarra per ottenere un suono spesso dolce e distensivo. Non a caso i suoi brani vengono trasmessi su Alitalia ed altre linee aeree europee come musica di rilassamento durante i voli ed utilizzati per sonorizzare film, documentari, pubblicità.
Anche l’attività dal vivo è intensa e tra i molti concerti ha avuto l’onore di essere chiamato sul palco a suonare come ospite di grossi nomi della musica mondiale quali James Taylor dei Byrds e di Carlos Nunez. Ha partecipato a manifestazioni fondamentali quali Folkest, Venetojazz, Soave guitar meeting, Festival del Mediterraneo, Sarzana Acoustic Guitar festival, Euromeet, Musicmesse di Francoforte (Germania), Dolomitinmusica, Acoustic Franciacorta, Madame la Guitare, International Ferentino-Roma, Festival della canzone d’autore di San Remo, Biennale Arte e Festival internazionale del cinema di Venezia. Ha suonato in varie tournee in USA, Francia, Germania, Slovenia e Croazia.
Ha inoltre registrato un video didattico di chitarra riguardante le “accordature aperte” prodotto dalla Playgame e distribuito dalla Carish.
Nel 2000, per il suo disco “Dolomia”, è stato insignito del premio “Protagonisti della montagna”, riservato ai più significativi personaggi di sport, arte e cultura.
Collabora con diversi musicisti ed importanti associazioni, come l’ADGPA, per cui suona e tiene seminari per diversi anni. Apparizioni di rilievo al più importante festival chitarristico europeo a Issoudun in Francia, come unico italiano presente per l’anno 2003 e al festival chitarristico internazionale di Nashville nel luglio 2007.
E’ stato inserito in varie enciclopedie, fra cui “La grande guida alla musica New Age” ed” I grandi artisti di New Age” ed in molte compilations italiane e straniere.
I suoi concerti, sia da solo che accompagnato da un gruppo molto interessante per la presenza di strumenti etnici, spaziano fra la musica celtica, il country rock, con venature di ritmi latini e blues.
Dal 2004, insieme al tastierista Capitanata, produce dischi per la casa discografica olandese OREADE: tali dischi sono venduti in tutto il mondo; i dischi Reiki heart, Aura Magic e Healing Incantations sono arrivati nella top ten delle charts americane di musica ambient.
Ideatore e curatore della Rassegna “Nessundorma” legata ad AntennaCinema, di cui è stato per anni Vicepresidente, ha collaborato alla realizzazione di decine di festival e concerti, fra cui il “Guitar international Rendez-vous”, insieme all’ADGPA .

Alberto Grollo visto da vicino

Come sei arrivato alla musica e quando hai preso in mano la chitarra per la prima volta?

Il mio primo approccio alla musica è stato come pianista. Come molti bambini fra i sette e gli otto anni, sono stato portato dai miei genitori da una cara vecchia maestra di piano e tra uno spartito di barbosissimi esercizi ed una tastiera affumicata dal tempo ho imparato dove mettere le dita. Uno dei miei incontri più significativi fu però con un maestro che forse intuì qualche mia potenzialità, o per lo meno la sviluppò, e nel giro di qualche lezione mi insegnò a suonare prescindendo dallo spartito, stimolandomi a sviluppare un metodo di conoscenza che poi una volta ben capito mi ha permesso di suonare qualsiasi musica senza doverla leggere dal pentagramma. Non ricordo quando presi in mano per la prima volta una chitarra, ma so che era uno scassatissimo insieme di legni con cinque o sei corde che però mi pareva suonasse benissimo e con il quale ho iniziato ad imparare qualche accordo, mettendo insieme una per una le note che lo componevano. Sono certo che le mie prime esperienze con il piano mi hanno aperto molto la mente, anche se ad un certo punto ho capito che la chitarra aveva un potere seduttivo molto maggiore, se non altro per la facilità di portartela in giro. Mi posso definire quindi un autodidatta nel senso più vero del termine, in quanto non ho seguito lezioni di chitarra e non sono legato alla lettura degli spartiti, anzi, non li so proprio leggere!

La tua musica spazia in vari generi, il folk celtico, d’atmosfera, ascolto, meditazione. È perché non hai ancora trovato la tua strada o perché ti piace spostarti in varie dimensioni sonore?

Beh, sarebbe veramente dura se dopo i cinquant’anni non avessi trovato ancora la mia strada … Il discorso è che è normale che un musicista, inteso come compositore più che esecutore, ami vagare fra varie dimensioni sonore: so perfettamente quale musica mi piace fare e quale mi piace ascoltare, quale sia quella che mi dà la vera gioia dell’essere musicista. Purtroppo non sempre questi generi corrispondono a quello che i discografici od il pubblico desidera che io produca o suoni, quindi talvolta mi ritrovo a fare un tipo di musica che ugualmente amo ma che casomai non mi dà quella “scossa” emotiva che invece in altri momenti provo. Ognuno di noi ha il classico sogno nel cassetto, un segreto che prima o poi spera di poter svelare per esempio alla persona amata o a tutto il mondo, così anch’io ho un progetto sonoro, fra l’altro proprio dedicato alla montagna, che prima o poi mi piacerebbe arrivasse a tutti, ma voglio e debbo aspettare l’occasione giusta, in modo che veramente possa arrivare a chiunque ami la montagna.

Tra i tanti chitarristi ci sono o ci sono stati dei maestri, dei punti di riferimento a cui ti sei ispirato o sentito vicino per lo stile, lo spirito interpretativo?

Quanti ce ne sono, ai quali fin dall’inizio ho cercato di carpire i segreti; da Lucio Battisti, che era un ottimo chitarrista, a Francone Mussida, della PFM. Poi ho cominciato a conoscere gli Americani e qui posso citare, anche se forse certi nomi non diranno granchè: Stephen Stills per i suoi solismi percussivi, David Crosby per le sue accordature “aperte” ( cioè scordate ), James Taylor e Joni Mitchell per il loro stile complicato e sofisticato. Dopo, negli anni ’80, è arrivato Mark Knopfler che da solista dei Dire Straits è riuscito a portare uno splendido rock elettro-acustico in un periodo in cui imperava la musica punk. Dagli anni ’90 in poi finalmente ha cominciato ad emergere una dimensione di chitarrismo acustico solista, non legato a canzoni con testi né a gruppi con diversi componenti. Questa musica, erroneamente definita New Age, non pretendeva di lanciare messaggi al mondo, ma desiderava comunicare attraverso le sole corde della chitarra. Non posso non ricordare Michael Hedges, il quale per primo ha esplorato dimensioni chitarristiche sconosciute ed il mio amico australiano Tommy Emmanuel, il più grande ambasciatore mondiale della chitarra, un artista a 360 gradi che riesce a stupirti, divertirti, commuoverti facendo cose straordinarie ed impensabili. Ricordo di aver prodotto verso la fine degli anni ’80 due dischi di normali canzoni, con dei testi, ma che sentivo che quella non era la mia dimensione giusta, come un paio di scarpe troppo stretto, quindi ho capito che la mia vera libertà era di suonare il mio strumento, da solo o accompagnato da amici musicisti che spesso mi seguono nei concerti.

Come nasce una tua composizione e da dove trai ispirazione?

Definire l’ispirazione in poche e semplici parole è come definire il vento, impossibile. Ciò che ti arriva nella mente in un qualsiasi momento della giornata durante una qualsiasi occupazione (e se non sei pronto ad imprimerla nella mente ti scappa via molto velocemente) può avere delle ragioni, non sempre riconoscibili. Spesso hai in mente un’altra canzone che un po’ alla volta istintivamente cambi fino a ricreare qualcosa che non ha più niente a che fare con l’originale. A volte mi sveglio nella notte con una melodia ben precisa appena sognata e mi devo fiondare al computer per darle un supporto fisico. Ma tutto segue la regola della non regola: puoi essere immerso nel panorama più bello del mondo, con la persona che più ami, con il tuo strumento preferito e magari non ti viene assolutamente niente, oppure in metropolitana o in coda all’anagrafe e le melodie arrivano con la velocità di un jet! Non c’è niente da fare, è il bello dell’ispirazione.

Dove ti trovi meglio a suonare: in studio, sui palchi in teatro o all’aperto, in mezzo alla natura?

Penso di avere suonato in una grossa moltitudine di luoghi, dai saloon di Nashville alle arene sul mare, dagli antichi teatri ai borghetti medievali, dai rifugi dolomitici agli stadi. Ho suonato alla Mostra del cinema di Venezia del 2007 e alla Biennale Arte di questo 2009, in decine di festival internazionali. Ogni volta è un’emozione immensa, unica ed irripetibile che mi fa sentire una persona fortunata. Ed ogni volta provo dentro me quella sana tensione che fa sì che la mia concentrazione sia al massimo, per potere trasmettere al pubblico tutte le mie emozioni. Amo molto lavorare nella stanza di casa mia che ho trasformato in “home recording studio”, ed è qui che sono stati registrati gli album di questi ultimi anni. Penso quindi che si intuisca che a prescindere dal luogo per me l’importante è comunicare, direttamente con un pubblico o attraverso un supporto tipo cd o mp3.

C’è un luogo dove ti piacerebbe suonare?

Come ti dicevo prima già mi ritengo fortunato per avere suonato in mille luoghi splendidi, comunque ci sono altre situazioni che mi piacerebbe molto vivere. Un cielo stellato, ma di quelli veri, dove poter dedicare alla Via Lattea una suite lunghissima ed improvvisata, poi un’ arena antica, tipo quella di Verona. Mi piacerebbe suonare la mia musica celtica a Stonehenge ed in un pub irlandese, e poi in una cattedrale, dove le mie note si possano espandere fra le navate.  Ma anche in un reparto di pediatria.

Come ti spieghi che i tuoi dischi e quelli in duo con Capitanata siano molto apprezzati, venduti all’estero e meno in Italia?

Il mercato discografico sta vivendo un momento terribile, e già prima della crisi mondiale era in pesante regressione: i motivi non sono solo da ricercarsi nella pirateria, che comunque da sola ruba una gran quantità di risorse. I motivi sono da ricercare nel cambiamento di abitudini di chi normalmente dovrebbe fruirne. Ricordo che quando ero adolescente vivevo intimamente legato ai miei lp, quella specie di discone giurassico e tutto nero che adesso viene collezionato solo dai vecchietti come me. Aspettavo l’uscita di un particolare album come un evento, cercavo di prendere qualche bel voto a scuola in modo da meritarmi il sospirato premio dai genitori e poi me lo “frugavo”, lo consumavo sul giradischi. Ora è ovviamente tutto cambiato: i miei figli, per quanto molto appassionati di musica, sono spesso impegnati dalla scuola e dallo sport e per rilassarsi raramente ascoltano il loro lettore mp3, più spesso passano il loro tempo con videogame, internet o satellite. La mia musica segue ovviamente un filone di nicchia, dedicato agli appassionati, e proprio per questo risente ancora di più di questa crisi rispetto ai grandi nomi della musica pop. I dischi che faccio con Capitanata, specialmente orientati sul rilassamento e la meditazione, vanno bene dove le pratiche tipo Yoga, Chakra o Reiki sono più sviluppate, e cioè negli Stati Uniti, in Francia, Olanda, Giappone. Tempo fa abbiamo venduto qualche migliaio di dischi dedicati all’ Ayurveda in India, e questo ci ha dato una strana e piacevole sensazione, come vendere ghiaccio agli Esquimesi.

Quale consideri il tuo lavoro più riuscito?

Dopo più di venti dischi prodotti mi è molto difficile decidere, anche se ti posso rispondere scindendo il discorso prettamente musicale da quello legato ad un progetto. Musicalmente i miei due dischi preferiti, che ascolto tuttora con piacere, sono il secondo, intitolato “Fragments of light” e l’ultimo, che ho composto insieme al tastierista Piero Brovazzo per l’etichetta olandese Oreade, che si intitola “Celtic tales”. Entrambi mi comunicano molta serenità, molta gioia. Uno dei progetti più belli è sicuramente “Dolomia”, dove per la prima volta sono riuscito ad estrinsecare il mio amore per le nostre montagne, dove ogni pezzo ha una storia personale o abbraccia argomenti universali di amore e devozione, di eventi indimenticabili e luoghi irripetibili. L’altro progetto di cui vado fiero è “Chakra healing energies” dove ho creato per ognuno dei sette punti di collegamento fra il nostro corpo e le energie dell’Universo una musica con le caratteristiche adatte a ridare l’eventuale equilibrio perduto. Alla base di questa musica c’è stato uno studio molto approfondito, con il quale ho cercato di trovare musiche terapeutiche che contenessero la nota adatta con gli strumenti ed i ritmi giusti per ogni punto,  senza comunque creare qualcosa che potesse essere ritenuto “troppo terapeutico”, quindi pesante. Ho usato molti strumenti etnici da tutto il mondo e sono partito da ritmi più veloci per i primi punti fino ad ambienti più eterei e celestiali per gli ultimi.

Quando hai conosciuto Capitanata e come siete arrivati a pensare una collaborazione?

Sono ormai passati quindici anni da quando ci siamo incontrati per la prima volta negli studi della casa discografica per la quale lavoravamo. Un giorno poi mi arrivò una sua telefonata nella quale mi chiedeva di suonare la chitarra in un suo disco. Ovviamente la risposta fu sì e da lì a poco mi ritrovai catapultato in una zona stupenda, la strada del vino che corre parallela all’autostrada che da Trento porta a Bolzano. Rimasi una settimana in quelle zone e fra un amplificatore ed una camminata fra le vigne ed i meleti, i microfoni dello studio di registrazione e la calda e fraterna ospitalità di Rino, abbiamo deciso di unire le nostre forze per fare della musica che potesse piacere. Da quel tempo ne è passata di acqua lungo l’Adige e noi nel frattempo abbiamo prodotto una decina di albums, sempre in estrema serenità dividendoci negli incontri fra le sue zone, vocate al Traminer e le mie, caratterizzate dalle dolci colline del Prosecco.

Ti piace più suonare in “solo” oppure in duo o gruppo?

Suonare da solo è più faticoso, sul palco ogni occhio è puntato su di te e la tensione è sicuramente maggiore. Con un gruppo è più divertente, se c’è affiatamento anche a livello personale è tutto più facile, sopporti meglio la fatica e tutti i disagi di un lungo viaggio. Per molto tempo ho suonato con un gruppo strano, con molti strumenti etnici e con musicisti straordinari. I concerti erano molto coinvolgenti e strumenti come la cornamusa, il tin whistle (una specie di flauto irlandese), le tablas (percussioni indiane) hanno sempre affascinato anche un  pubblico particolarmente esigente. La tipologia di concerto dove in genere vengo invitato ultimamente tuttavia consiste nell’ avere uno spazio all’interno di festival chitarristici dove, anche per problemi di budget, viene privilegiato l’aspetto solistico. In ogni caso ho l’occasione di frequentare molti colleghi chitarristi e spesso improvvisiamo qualcosa insieme sul palco.

Il tuo rapporto con la montagna?

Non sono poi un fanatico delle passeggiate, tanto che oltre le quattro ore di cammino il mio apparato muscolo-scheletrico si rifiuta di continuare e mi lancia chiari messaggi di boicottaggio. Ma quando arrivo nelle nostre magnifiche montagne, appena sento il profumo di resina, appena posso godermi le costellazioni, visibili solo qui, entro nella dimensione della forza vitale. Il senso della nostra esistenza troppo legata ai ritmi sfrenati qui viene radicalmente ridimensionato, tutto scorre lento ma sicuro come il fiume Boite che scivola sotto casa mia. Non sono un fanatico che ogni giorno deve lanciarsi una nuova sfida, anzi qualche volta  mi attardo a lavorare sotto casa con la mia musica, andare in paese a prendere il giornale e comprare lo speck in cooperativa, andare a salutare i vecchi saggi della valle cercando di assorbire qualcosa della loro antica saggezza. Mi faccio spesso volentieri trascinare nei boschi dall’amico professore Dino Dibona ed ascolto la sua immensa conoscenza delle cose della Natura, ed ogni volta che cammino con lui è un’emozione nuova

Come sono nati lavori come Dolomiti legend e Dolomia?

Di Dolomia ho già in parte detto, era da anni che desideravo raccontare tutte le emozioni che mi hanno pervaso, dal trenino che da Calalzo portava le speranze e le gioie fino a Cortina e poi a Dobbiaco, alle Olimpiadi del 1956, che per forza di cose non ho vissuto ma che hanno lasciato impronte indelebili, dal pensare che milioni di anni fa le nostre cime erano parte dell’immenso mare di Tetide, a sensazioni più personali, come il ricordo di Giannina e Natalina, che gestivano la pensione dove per anni ho passato le mie vacanze. Il disco termina con “Signore delle cime”, unico brano non mio, che mi vede accompagnare il coro Castel di Conegliano Veneto. Successivamente, grazie alla collaborazione con l’amico Dibona, ho deciso di musicare alcune leggende della tradizione dolomitica insieme a novelle da lui create. Ne è uscito “Dolomiti legend”, uno dei miei dischi più strani, cupi ed enigmatici, in cui la musica ha cerca di interpretare gli argomenti di queste narrazioni, che raramente sono allegre. Un disco forse difficile, ma che posso sinceramente dire che è piaciuto molto. Ho poi un terzo disco dedicato alla montagna, intitolato “Dolomiti emotions”, che mi era stato commissionato da una rivista che poi è sparita poco prima di stamparmelo. Prima o poi forse uscirà anche se è attualmente presente nel mio sito www.albertogrollo.com come disco “virtuale” e può essere richiesto direttamente a me. E’ un’esperienza un po’ all’avanguardia, infatti non so se mai uscirà nei negozi e per ora rimane una copia speciale, numerata e firmata da me, ordinabile solo tramite internet.

E un musicista con cui dividere la scena?

Nei lunghi anni di musica ho avuto la fortuna di suonare con i migliori chitarristi italiani, da Riccardo Zappa a Beppe Gambetta, da Franco Morone a Pietro Nobile, ho diviso il palco con il mitico James Taylor e più volte ho “duellato” con Tommy Emmanuel. Forse mi piacerebbe suonare con alcuni miti della mia gioventù, come Stephen Stills o David Crosby, accompagnare Mina in uno swing o Fiorella Mannoia in una samba. Ma devo dire che sono già contento così

Nel tuo percorso di ricerca musicale c’è spazio per sperimentare una dimensione spirituale, e se sì, in quale forma?

Certo, il musicista come lo sportivo deve imporsi una certa ecologia fisica e mentale, per poter mettere a frutto nel migliore modo le ispirazioni che Madre Natura gli regala. In caso contrario disperdi troppe energie e va a finire che ti rovini con droghe. Certo che negli anni ’70 gruppi come i Pink Floyd non avrebbero mai composto capolavori senza l’LSD, ma ormai le cose sono per fortuna molto cambiate. La mia spiritualità è una continua evoluzione, un quotidiano mettermi alla prova per capire o almeno cercare di capire quello che succede, gioire e ringraziare Dio per tutto quanto di positivo accade ed imparare ad accettare con serenità le avversità. Non riesco a sopportare la malafede che impera sempre più, l’ingratitudine, l’essere sospettosi per carattere, l’aridità e l’avidità. Non sopporto più i politici, di qualsiasi schieramento, ogni strumentalizzazione che quotidianamente operano per i loro fini di potere, vorrei una stampa libera nella quale poter capire quello che veramente succede al di fuori delle bieche propagande. I miei percorsi di Reiki e Chakra comunque mi hanno aiutato molto a trovare un giusta dimensione sia a livello personale che a livello prettamente musicale, dove non posso ignorare i principi di queste discipline. Essendo medico per anni e anni ho sperimentato l’effetto della musica sulla nostra mente e sulla fisiologia del corpo umano e questo mi ha sempre dato un segno che il mio fare musica poteva servire a qualcosa di utile.

Cosa significa per te fare musica?

Se inizialmente fare musica poteva darmi la dimensione un po’ superficiale di un certo fascino e quindi poter avere un buon ascendente , nel corso degli anni, parallelamente alla consapevolezza di portare un certo messaggio di divulgazione, ho cercato di usare la mia arte anche per scopi che possano fare del bene, organizzando una grande moltitudine di concerti con scopi benefici. La più bella soddisfazione per me non è la gente che compra i miei dischi o viene ai miei concerti, ma quella che dopo averli ascoltati mi ringrazia per la serenità o la gioia che posso aver loro regalato.
Vittorino Mason *

* scrittore e alpinista

DISCOGRAFIA
1988 • Zio Pato
1990 • Alberto Grollo Group
1995 • Planetarium, High Tide
1996 • Fragments Of Light, High Tide
1997 • Legacies, High Tide
1998 • Acoustic World, High Tide
1999 • Dolomia, High Tide
2002 • Dolomiti Legend, Level Productions
2006 • Chakra Healing Energies, OREADE MUSIC

con Capitanata
1999 • After The Storm, High Tide
2000 • Ayurveda vol. I, High Tide
2001 • Ayurveda vol. II, High Tide
2004 • Reiki Heart, OREADE MUSIC
2005 • Healing Incantation, OREADE MUSIC
2006 • Aura Magic, OREADE MUSIC
2007 • Reiki Heart The next level OREADE MUSIC
2008• Reiki Heart to heart OREADE MUSIC
2009• Yoga Emotion EVOLUTION MUSIC

con Simone Chivilò
2006 • Organolettico

Con Piero Brovazzo ( St Davids Folkeltic band)
2007 • Power of love EDIT-FOLKEST
2009 • A celtic tale OREADE MUSIC

DVD
2005 • Introduzione alle accordature aperte, Playgame Music
per contatti e informazioni con l’autore alberto.grollo@virgilio.it www.albertogrollo.com

 

 

 

 

 

 

 

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