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domenica, Maggio 31, 2020
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Cultura: Belluno una città morta * di Eugenio Padovan

Da settimane tiene banco, nella nostra provincia, un dibattito, ma forse è meglio dire uno scontro tra varie realtà associative o imprenditoriali rivolte alla produzione culturale con particolare, anche se non totale riferimento, al teatro. In ogni modo non volendo entrare nel merito delle ragioni o torti degli uni o degli altri soggetti, ma ritenendo utile un confronto, si vede necessario allargare lo scenario al livello nazionale laddove la questione culturale diviene vitale per il nostro presente e futuro.  Nella prima pagina dell’inserto del quotidiano la Stampa, Tuttolibri di sabato 23 aprile, Marco Belpoliti nel presentare e commentare il volume di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco “Italia reloaded. Ripartire dalla cultura” e ragionare come non sia sufficiente il turista per farci risorgere dall’inedia in cui siamo sprofondati da troppo tempo, afferma come “il progetto di puntare solo sul turismo-come auspica il ministro Brambilla –per rivitalizzare le città italiane non è più compatibile con la loro rinascita culturale. Mentre un tempo, prima dell’ondata semibarbara del turismo di massa, le città italiane accoglievano stabilmente artisti e intellettuali, che vi amavano vivere e lavorare, oggi sono quasi tutte disertate da questi residenti a vantaggio di città estere come Berlino, Barcellona, Cracovia, dove le idee circolano con più rapidità e in modo efficace, contribuendo a rendere questi luoghi un crogiuolo interessante e vitale “. Orbene, con le dovute proporzioni, per quanto riguarda Belluno, non ci pare proprio che il confronto-scontro, sia mai uscito-a parte qualche apprezzabile tentativo- dalla strenua difesa dei propri orticelli senza tentare, in alcun modo di porsi l’interrogativo se il capoluogo sia un luogo recettivo, accogliente, ideale per elaborare e produrre cultura. O non sia, invece, chiuso, inospitale, bloccato da status-quo cristallizzati, impermeabili a ogni e qualsiasi novità. Come dire che ogni disturbo, stimolo, provocazione sono respinti, provocando reazioni debordanti ed esagerate invece di mettere in azione meccanismi virtuosi e produttivi per una crescita complessiva. Per rendersene conto, non è necessario osservare solo fase attuale ma si può volgere lo sguardo anche al passato recente per valutare appieno come erano considerati i beni culturali e la possibilità che questi fossero tutelati e valorizzati con più attenzione e puntualità mediante l’apertura, a Belluno, di quelle che erano considerate sedi operative delle varie Soprintendenze. Anche queste essendo permanenti – al pari dell’Archivio di Stato unico istituto del Ministero per i Beni e le attività Culturali, presente in città-aperto e rivolto alla città e provincia con mostre, manifestazioni e sede di ricerca documentale, potevano fungere da centri d’incontro, elaborazione e confronto tra i settori produttivi, sociali, volontaristici e, quindi, di grande aiuto a una consapevolezza dell’importanza dei vari beni culturali per conseguire sempre nuovi traguardi economico-culturali. Come per tante altre necessità e opportunità perse, non se ne fece nulla nonostante che, sul finire degli anni 90, l’allora Soprintendente archeologo, Luigi Malnati oggi Direttore Generale delle Antichità, si fosse adoperato con decisione con il sindaco Maurizio Fistarol, chiedendo di avere in concessione dei locali comunali dove collocarvi la sezione operativa per l’archeologia. Ma tutto rimase lettera morta e occasione perduta per la cultura a favore, probabilmente, di carriere politiche. Ritornando all’articolo di Tuttolibri si aggiunge “ che far ripartire il nostro paese attraverso la cultura, in un momento come l’attuale, è un’assoluta priorità” . E rimanendo qui da noi abbiamo già analizzato quanto è riportato nell’ultima parte del pezzo di Belpoliti ossia di come i bellunesi e italiani non siano in grado di riconciliarsi con la nostra storia, per usare la cultura come fattore di sviluppo perché è necessario fare, prima di tutto, i conti con se stessi, col proprio passato, e avere un’idea collettiva del futuro” . E qui sono dolori perché, non solo non esiste un’elaborazione culturale, ma di amare il nostro immenso patrimonio artistico, archeologico, architettonico, paesaggistico, lo riteniamo un inutile fardello, lasciandolo cadere in rovina o distruggendolo in favore di un’assurda logica che non ci sta portando da nessuna parte se non a un inarrestabile declino.    

Eugenio Padovan

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