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Il Parco delle Dolomiti puntualizza al quotidiano il Gazzettino “Anche nei parchi nazionali è consentito il bivacco d’emergenza”

Don Francesco Cassol, parroco di Longarone, è morto nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Ucciso dalla fucilata di un bracconiere che non doveva essere lì, che non doveva avere un fucile da caccia di precisione di notte in un parco a caccia chiusa. Un cacciatore che sbagliando ha ucciso un uomo che faceva un ritiro spirituale.Don Francesco cercava Dio camminando e dormendo all’aria aperta e per questo bivaccava dove poteva, come da sempre si fa sulle nostre montagne.Anche nei parchi nazionali, infatti, è consentito il bivacco d’emergenza, mentre è da autorizzare il campeggio (con strutture e lunghe permanenze).
A tutti i suoi cari, alla sua famiglia, a suo fratello Michele estensore del primo piano del parco e autore di tanti lavori importanti per la conservazione e fruizione di queste nostre Dolomiti, il più sentito cordoglio di tutto il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi
Piazzale Zancanaro, 1 – 32032 Feltre (BL)
tel. 0439 3328 – fax 0439 332 999 – info@dolomitipark.it

 

Don Francesco ha scritto:
Nomadi con occhi verso il cielo.
Dovevo avere attorno ai quindici anni. Improvvisamente, mentre salivo con gli altri scout per il monte Talvena il capo reparto ci dice: “Bene, prepariamo il fuoco e le capanne per la notte!”. Una semplice frase, col tono di chi sta dicendo la cosa più semplice del mondo, che al momento mi ha fatto correre un brivido giù per la schiena: “Ma come, dico a me stesso mentre con la piccola roncola taglio i rami per la capanna, dormiremo all’aperto? col freddo? sui sassi? con le bestie feroci? (allora avevo parecchia fantasia e già mi vedevo attaccato dai lupi)”.
Poi la sera che scende veloce, le ombre che si allungano e le paure che avanzano minacciose. Infine, dopo la cena e i canti attorno al fuoco, ci si ritira nel sacco a pelo.
La mia prima notte all’aperto, la prima di tante. Ricordo ancora la trepidazione, a farmi piccolo nel sacco a pelo, il recitare le preghiere della nonna e poi, dopo un po’ l’alzare lo sguardo. Le fronde che fanno da tetto all’improvvisata capanna lasciano intravedere larghi prati di cielo. Stupendo. Immenso. Da togliere il fiato. E resto lì a guardare, e a pensare, e a pregare. E corro da una stella all’altra e cerco di andare più oltre e intuisco che c’è nel cielo qualcosa di grande e di vero.
Ho dormito ancora tante volte all’aperto, e tante ancora ne dormirò se Dio me lo concederà. E ogni volta, anche se stanco, alzo per poco gli occhi alle stelle.
Ne hanno bisogno gli occhi. Questi occhi che di giorno indugiano sui libri, sulla strada che corre veloce e di sera si fissano sul vorticoso ed ebete caleidoscopio della TV; questi poveri piccoli occhi hanno bisogno di un cielo stellato, di un “oltre”, di un “al di là” che faccia alzare sereni lo sguardo. “Se guarderemo sempre per terra finiremo per credere essa”.
Ne ha bisogno la mente. Questa mente capace di grandi pensieri che vola più in alto del nostro ragionare e ci precede e ci dice “vieni senza paura”; questa povera piccola mente che scruta il mistero dell’uomo e di Dio ha bisogno di un cielo stellato per essere certa che non è un inseguire i fantasmi il pensare all’amore, alla pace, al destino dell’uomo.
Ne ha bisogno il cuore. Questo cuore che batte per nulla e per nulla si ferma; questo povero piccolo cuore che desidera dare vita al mondo intero e vorrebbe scaldare il ghiaccio del Polo e nutrire il bambino del Ghana ha bisogno di un cielo stellato che dica che è vero, siamo tutti fratelli.
Ho dormito ancora tante volte all’aperto, e tante ancora ne dormirò se Dio me lo concederà. E ogni volta, anche se stanco, alzo per poco gli occhi alle stelle.
E ringrazio Dio per avermi concesso di far parte di questa straordinaria tribù dei Goum: nomadi con occhi, mente e cuore che anelano a un cielo stellato perché nel cielo stellato, hanno la loro vera casa.

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