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Ricordo di Beniamino Dal Fabbro per il centenario della nascita

Sabato 14 agosto alle ore 11.00 in Piazza dei Martiri, nell’angolo dei Giardini pubblici presso il Teatro Comunale, Sandro Buzzatti leggerà alcune pagine del romanzo “La cravatta bianca” di (Belluno 14.8.1910 – Milano 25.8.1989). Ad introdurre l’Assessore alla Cultura Maria Grazia Passuello. L’occasione è data dall’anniversario del centenario della nascita dello scrittore bellunese, ha lo scopo di ricordare l’eminente figura di intellettuale del Novecento e promuovere la conoscenza delle sue opere e delle sue attività artistiche. Poeta e scrittore, Dal Fabbro fu infatti anche giornalista, critico musicale, letterario e artistico, traduttore di opere dal francese, inglese e russo e fu altresì musicista e pittore. La lettura che sarà proposta è volutamente tratta dall’opera “La cravatta bianca”, che raccoglie una serie di racconti autobiografici, in alcuni dei quali lo scrittore ripercorre la sua giovinezza a Belluno. Con un breve saggio della sagace e poetica letteratura di Dal Fabbro, l’iniziativa si svolgerà in Città proprio di fronte alla casa natale di Dal Fabbro. E’ una proposta dalla Biblioteca civica di Belluno, info al tel. 0437948093 o http://biblioteca.comune.belluno.it/.

Note biografiche:
Beniamino Dal Fabbro nasce a Belluno il 14 agosto 1910. E’ figlio di Francesco, segretario della Provincia e di Ada Guarnieri. Durante la prima guerra mondiale la famiglia, costretta a lasciare la città, si rifugia a Firenze. Qui Beniamino frequenta le elementari, le impressioni di quel periodo sono rievocate sia nei suoi versi sia nelle sue prose. A Belluno compie gli studi classici e nel 1933 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Padova. Nel 1937 si trasferisce a Milano dove prende i primi contatti con gli ambienti letterari e artistici. Fa le sue prime prove di collaborazione letteraria su “Campo di Marte”, “Corrente”, “Letteratura” e l”Ambrosiano”. Frequenti i ritorni a Belluno. Gli anni che precedono la seconda guerra mondiale e soprattutto gli anni di guerra sono particolarmente difficili per un giovane letterato che, privo di risorse economiche sufficienti, vive tra la camera ammobiliata dove di suo non ha che libri e i caffè. E’ la solitudine del poeta che subordina qualsiasi esigenza alla vocazione per la poesia e alla indipendenza personale. Delicato nella persona, di salute cagionevole, è sostenuto dalla forza che gli viene da un temperamento ardente e da un’intelligenza tanto lucida quanto insofferente di qualsiasi condizionamento. Tra il 1943 e il 1944 Beniamino Dal Fabbro è a Belluno, definita in una famosa raccolta poetica Villapluvia, che amava e di cui parlava spesso con tenerezza ma anche con improvvisi moti di ribellione, per fare poi ritorno definitivamente a Milano. Nella città che vive i momenti più tragici del conflitto, frequenta l’ambiente intellettuale di Brera, e il lavoro più intenso di Beniamino Dal Fabbro è dedicato alle traduzioni, sia in prosa sia in versi, soprattutto di Flaubert, Valery, Breton, Baudelaire e Camus. Dal 1947 al 1954 è titolare della critica musicale sul quotidiano “Milano-Sera”: l’esercizio della critica musicale non è per lui il secondo mestiere, ma uno degli aspetti della sua attività di scrittore di cui egli ha una nozione unitaria. Conoscitore profondo della musica, pianista, vive l’esperienza musicale con la passione e il rigore che gli sono propri. Nel 1953 compie un viaggio nell’URSS: sarà un momento importante della sua vita, poiché affronta il viaggio con l’entusiasmo dello scrittore che, prima ancora che dalla curiosità per un mondo rispetto a quello in cui vive, è così ricco di suggestioni storiche e politiche, è spinto dall’interesse per un paese dove sono nate le opere di Puskin e Tolstoj. Ne trarrà impressioni indelebili come testimoniano le sue opere, un diario personale e una serie di immagini fotografiche e alcuni dipinti a olio richiamanti le impressioni del viaggio. Dal 1956 al 1964 è critico musicale de “Il Giorno”, con il quale collabora anche per la letteratura, così come con “Il Gazzettino” e con il “Resto del Carlino”. Le sue opere in prosa e in poesia non hanno i riconoscimenti che meriterebbero: egli parla di un “veto” che l’ufficialità ha posto contro la sua persona e la sua opera. Nel 1968 assume l’incarico di critico musicale presso il quotidiano “Avvenire”, con il quale svolge questo compito fino al 1982: la conclusione del suo rapporto di lavoro con il giornale è resa amara dal mancato riconoscimento dei suoi diritti: questa ingiustizia sarà da lui subita come un ennesimo oltraggio. Gli anni della vecchiaia sono sotto il segno dell’incertezza e del disagio, la sua salute ha dei cedimenti: comincia ad essere tormentato dall’asma che via via andrà peggiorando a causa di un enfisema.  La curiosità e l’interesse per la vita è sempre vivissimo, vorrebbe intraprendere nuove collaborazioni, sente che molto gli era dovuto e poco gli è stato dato.  Sonno anni bui, durante i quali le condizioni di salute peggiorano e come sua consuetudine per un innato spirito di indipendenza, vivrà solo fino al giorno della  morte avvenuta il 25 agosto 1989.

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