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“Le polveri di Minerva” sabato in via Mezzaterra

Mag 27th, 2010 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

Tre perturbazioni vibratorie galalitiche su cordofono in dissolvimento. Performance di Mario Tomè (artista concettuale), Carlo De Battista (pianista), Marco Bonutto (percussionista).
A cura di Gianluca D’Incà Levis. Riprese video Giulia Citterio. Foto Giacomo De Donà.
Sabato 29 maggio 2010, dalle ore 10.00 alle 12.00, presso Palazzo Minerva, in Via Mezzaterra, a , Gabls presenta la performance artistico-musicale Le polveri di Minerva – Tre perturbazioni vibratorie galalitiche su cordofono in dissolvimento. La realizzazione di quest’evento è stata possibile grazie al Patrocinio della Provincia di , che ha concesso l’uso di Palazzo Minerva. Per motivi di sicurezza, legati alle attuali condizioni degli ambienti, l’accesso al Palazzo sarà bandito al pubblico. La performance rimane comunque aperta alla città: i suoni prodotti saranno sospinti all’esterno, e riversati su Via Mezzaterra, attraverso un impianto d’amplificazione. Anche i passanti, come gli artisti, potranno interrogarsi, se lo vorranno.
L’evento è sostenuto anche dall’Associazione culturale Arte Nuova.

Le polveri di Minerva
Le polveri di Minerva nascono da un’idea di Mario Tomè, artista concettuale – qualsiasi cosa ciò voglia dire, e allora diciamo artista dal buon concetto.
La performance prevede una serie di azioni su quanto resta di un vecchio pianoforte a coda, semidistrutto (sulla coda ormai disteso), ancora presente nel salone centrale posto al primo piano di Palazzo Minerva. Ricordiamo che, fino agli anni ’40, era questa una sala da ballo. In virtù della buona acustica, accadeva anche che pianisti illustri, come Carlo Vidusso, venissero chiamati ad esibirsi proprio qui, dove oggi tubano i colombi. Lo strumento, quasi inservibile, verrà dunque “suonato” da diversi interpreti. Oltre a Tomè, alla fatiscente tastiera si avvicenderanno il pianista classico Carlo De Battista ed il percussionista jazz Marco Bonutto. L’azione viene così a dilatarsi. La partecipazione di altri artisti/musicisti evidenzia la volontà di Gabls di porsi come un organismo correlativo, che integri esperienze diverse per fornire un’immagine aperta dell’arte contemporanea, che è sperimentazione di rapporti e ricerca di una tensione nuova nella formalizzazione dell’idea. Lo strumento, avendo perduto quasi del tutto le proprie funzionalità originarie, tende a divenire un oggetto inutile. Un oggetto che i più, gli spiriti cosiddetti pragmatici, non potrenno che giudicare oramai decisamente inservibile. Ma l’artista è un’interrogatore intrinseco, conduttore ad oltranza, risignificatore. Dalle facoltà percettive, o dalle attitudini riflessive, acuminate, oppure oblique. Vale a dire meno distratto, più attento. Come tale, egli non accetta frettolosamente alcun destino d’oblio. Forse non accetta la morte, preferendo indagare la trasformazione, i cambi di stato, le fasi, le zone di passaggio. Non esiste per lui una macchina del tutto inanimata, o inefficace (a cosa?). Non possiede egli un concetto di funzionalità unicamente strumentale ad una pratica standardizzata (il suonare un pianoforte intatto). In tale prospettiva, nemmeno il congegno più deteriorato diviene incapace di porre in essere riflessione, rapporti, azioni interpretative, precipitando ad uno stadio perfettamente inanimato. Al contrario, l’oggetto semipolverizzato, dimenticato (dai pragmatici), riguadagna invece un ruolo nuovo, di cosa non morta, ancora esistente, di lacerto e resto e corpo residuo di una realtà mutabile, comunque di testimone plastico di uno stato d’essere, e di un divenire. E’ come tale che esso, oracolo mozzo, viene interrogato dagli interpreti. Che parlano attraverso di lui. Che si infilano nell’imbuto, disponibili ad esprimersi attraverso la strozzatura determinata dall’incagliamento della macchina, accettando di rimettere in gioco le proprie conoscenze tecniche ed i propri abituali schemi espressivi, nello sforzo di creare una nuova sintassi dialogica, per stimolare una risposta di senso nuova. Costoro non semplificano. Non sono superficiali. Non danno nulla per morto. Non amano le celebrazioni funebri. Agiscono ancora. Nessun fuori-luogo. Solo luoghi fatti-chiusi, e messi-fuori (fatti fuori), che possono essere riaperti grazie alla mobilità dell’impulso neurale fluido, antischematico (che l’ingegno topografico spesso giunge a sepolture premature, oblianti).
Il pianoforte in dissoluzione, d’altro canto, ha anche (come ogni cosa al mondo) un alone speciale, o potere metaforico, di rinvio. Questo pianoforte si trova all’interno di un edificio storico importante, situato nel cuore del centro storico di  Belluno. Il settecentesco Palazzo Minerva. Anche questa fabbrica appare oggi decisamente degradata. Si ragiona ora su come recuperarla, su quale destinazione dargli, su come evitare che si riduca in polvere, la polvere di Minerva appunto. Ecco dunque che la performance è anche una segnalazione, un focus sull’edificio. Il segno di un nostro interesse nei confronti di questa situazione, di questo spazio. Lo vorremmo noi. Per suonarlo. Per riempirlo d’azioni. Per usarlo come laboratorio e rampa. Per progettare un universo di relazioni, senza paura delle dissonanze, e senza timore delle idee vecchie e tignose. Che nessuno l’ha detto, in fin dei conti (o forse siamo noi a non averlo inteso), che i paesi per vecchi esistano sul serio.
tre azioni – ecco gli interpreti – il pianista, il percussionista, il pensatore pragmatico, o realista concettuale – che si misurano con l’oggetto, e lo vogliono far cantare, parlare, e rispondere a tono (poco intervallo di seconda maggiore), non sono rassegnati, a considerarlo morto, non è ancora afono, per loro, quell’oggetto, che non è più strumento, defunzionalizzato, compromesso, ci ricorda il sistema mnesico devastato del lobo temporale di greg, cervello-tumore-d’arancio che tronca la comunicazione tra l’oggi e l’ieri, ma trova poi una via liquida alternativa, nel joking desease, o nel riverbero distorsivo, spremitura d’alienazione e semioforo, nello sguardo obliquo, eccolo qui il punto, che la leucotonia era in quello frontale, di sguardo, pragmatico fossile, e la via obliqua è malattia per le rettitudini prolassanti, ecco la linfa di quel sarcoma sciogliersi nella culla del suono, immergersi nel flusso ancora parzialmente armonico (armonia inestinguibile, né ruggini, né polveri, né collassi di gambe tarmate che inclinano giù la cassa come una lastra di ghiaccio spezzato, ma questo Eismeer pure si scioglie in polvere, lasciando libere le corde); e gli stupefacenti momenti d’intelligenza solistica divengono tamburo nella foresta, come in quel molle cranio atarassico; ed il suono ancora guida l’intuito, tra le falle paurose dell’encafalo cavosmangiato; come qui, ora; in questo salone decrepito, dal soffitto alto, le travi marcescenti, un pavimento d’assi sfasciate rilastricato a scheletri di piccione, nemmeno un solido elemento orizzontale al quale agganciarsi, per afferrare, e propagare, il senso di uno spazio, e la confluenza in esso; uno spazio in polverizzazione, nel nome di minerva, la musica tirata fuori a colpi d’ascia dalla testa larga di giove, la musica, che polverizzata anch’essa, anch’essa per attecchire allo stato presente dello spazio, si fa suono, e rumore, lo strumento mutilato consentendo poca eufonia, ma d’esser battuto, e lasciando le interazioni in penia, ed i battimenti appuinto, ed i toni binaurali, le  interferenze atonali, un’Op. n. 2, Galalite per tre, tre sonate digitali, tre, drei kleine Klavierstücke, i pezzi son già quelli del piano in pezzi, le perturbazioni del mezzo elastico, ed il tentativo d’innescare la reazione (l’attitudine del contemporaneo a districare, pur in un tempo proprio, niente scansione a metronomo, piuttosto scientificità antimeccanica, ed a trovare la misura, la relazione, similmente alle scienze empiriche) come fa il chimico, aggregando le sue brave polveri molecolari policrome, o il biologo, quando connette le parti vive dell’organismo, da cui stesso espiantate, o il neurochirurgo, che altera, e ricostruisce, i paesaggi, radici ed alberi compresi, della mente, della mente.
Gianluca D’Incà Levis, maggio 2010

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