Monday, 22 July 2019 - 03:27

Salone del libro di Torino: la conferenza sul giornalismo “embedded” di Federica Fant

Mag 18th, 2010 | By | Category: Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

Cosa significa essere giornalisti embedded? Il 15 maggio scorso, in occasione della terza giornata del Salone del libro so è svolta la conferenza sul giornalismo “embedded” presso lo stand Difesa. Al convegno “Giornalisti embedded” hanno partecipato il Generale di Brigata Massimo Fogari ed alcuni giornalisti esperti di teatri di crisi: , Fausto Biloslavo, Mimmo Candito, Gigi Roccati, Cristina Balotelli e il regista Antonello Tiracchia. Il moderatore Vittorio Argento ha voluto dare al folto pubblico una panoramica su cosa significhi essere oggi un giornalista “embedded”.
La testimonianza di Tony Capuozzo
Molto interesse ha suscitato Tony Capuozzo, direttore di Terra! e storico inviato dei canali Mediaset è entrato subito nel vivo della questione. «Quando ero ragazzo era difficilissimo poter dialogare coi militari, mentre oggi riusciamo a parlare anche attraverso il video con chi opera nei teatri di guerra – ha esordito Capuozzo -. Ho avuto la fortuna di vedere il cambiamento dell’atteggiamento delle forze armate da vicino e posso dire che molte cose sono cambiate. Noi abbiamo un esercito piccolo, ma che sa fare il suo mestiere. Il lavoro che fanno i nostri militari ci fa fare bella figura perchè hanno uno stile italiano che li contraddistingue. Bisogna combattere l’idea di terrorismo con quella della ricostruzione». Tony Capuozzo ha concluso il suo intervento con un’immagine. «L’altro giorno camminavo per strada e notavo che su molte bancarelle si vendevano le bandiere della Nazionale. Le bandiere blu con lo scudetto e le stelle, non il tricolore. Ecco, noi viviamo in tempi in cui è molto difficile parlare di Patria: io dico che gli uomini che vediamo in Libano, in Afghanistan, in Kosovo e dovunque operino i nostri militari sono una buona idea di Patria».
L’intervento di
Dopo i collegamenti con Herat (Afghanistan) col generale Berto che ha ricordato quanto la presenza di giornalisti rappresenti un’opportunità anche per i militari che operano lontano dall’Italia, ha preso la parola la giornalista Cristina Balotelli di Radio24, che attraverso un servizio radiofonico ha fatto sentire al folto pubblico presente cosa significa uscire col Lince e vivere spalla a spalla con i giovani militari che pattugliano le terre straniere. Sensazioni allo stato puro: parole, ansie, qualche volta la paura, la protezione della giornalista che chiede se è tutto a posto. «Perchè in quel contesto si condivide tutto: quando esci dalla base tu hai il tuo compito, non sei pià solo una giornalista, ma fai parte della squadra. Devi stare al tuo posto, non intralciare. E così capita che si esce e non si sa mai se tornerai indietro. E pensi alle autobombe, agli ordigni nascosti. Le strade che si percorrono sono piene di warning, di allarmi autobombe».
Il racconto di Fausto Biloslavo
Dopo il collegamento con Shama (Libano del sud) col generale Tata (bersagliere), ha preso la parola il ngiornalista de Il Giornale Fausto Biloslavo che ha portato alla platea soprattutto molte «storie di soldati» e che ha concluso il suo intervento citando un collega del Times che disse: «se abbiamo il coraggio di mandare giovani militari in guerra, che mettono in pericolo la propria vita, allora noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontarlo». Il rapporto tra giornalisti e militari? Sicuramente difficile, ma non impossibile e, anzi, «entusiasmante. E un po’ come quello che c’è tra moglie e marito. Purtroppo il giornalismo embedded – e non mi piace molto il termine inglese e quindi direi il giornalismo “rallenta con le truppe”- è diventato quasi una necessità dopo l’11 settembre. Il giornalista non è più visto come quello che sta dall’altra parte per raccontare: il giornalista è visto come il nemico occidentale, come il giornalismo kamikaze», ha commentato Biloslavo. Secondo il giornalista la cosa più importante per un embedded «è essere in prima linea, piuttosto che farsi raccontare le cose. Vedere in Irak, nel 2005, gli iracheni che scappavano dalle urne e i marines americani sul tetto che sparavano al nemico per difendere i diritti di chi doveva votare, beh, sono cosa che si possono sapere solo se sei là in prima persona. Ci sono momenti in cui il ragazzo che hai al fianco ti chiede se gli passi i proiettili. E quando la sera sarai davanti al computer, sarà difficile scrivere “cattivi americani, che avete sparato”». Ma cosa è possibile raccontare quando sei in teatro. Per Fausto Biloslavo non ci son dubbi: «si raccontano soprattutto le storie dei soldati». Come quella del tenente ferito in Afghanistan che, quando è stato meglio, ha voluto tornare in prima linea coi commilitoni, perchè «in quelle situazioni si diventa come fratelli, non di sangue, ma di guerra. E la fidanzata l’ha lasciato perchè ha scelto di tornare in teatro».
La parola alla Difesa
Vittorio Argento, nella sua introduzione, ha definito “embedded” come «incastonato, inserito all’interno di una struttura che ti contiene, ma che non ti costringe». Gli intervenuti hanno portato la testimonianza delle loro esperienze condotte in teatri di crisi per alcuni decenni. «Mai come oggi le forze armate hanno avuto una grande visibilità» esordisce il Generale Fogari, che ricorda anche come la Difesa organizzi – di concerto con la Federazione Nazionale della Stampa e con altre strutture – vari corsi ed iniziative per i giornalisti che, un domani, affronteranno le problematiche del mondo militare. Il Gen. Fogari ha ricordato anche che nel luglio 2009 il Ministro della Difesa ha dato mandato al Capo di Stato Maggiore della Difesa di studiare delle nuove regole per considerare la presenza dei media nei teatri di operazione. «Oggi esiste una regola secondo la quale al giornalista è data la possibilità di seguire le truppe anche al fronte, persino sulla linea di combattimento, a meno che il comandante in teatro non giudichi la presenza del giornalista dannosa per l’esito della missione o per la vita dei militari – ha aggiunto il Gen. Fogari, che poi ha concluso – l’unica cosa chiesta al giornalista è di firmare una dichiarazione in cui si solleva l’amministrazione militare dall’obbligo di protezione».
Fdrc Fant

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