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sabato, Luglio 4, 2020
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Autonomia per le province speciali montane. Intervento di Sergio Reolon, candidato alle regionali per il Pd

Sergio Reolon
Sergio Reolon

Bisognerebbe ricordarsi delle parole che Mario Rigoni Stern scrisse qualche anno fa, per riflettere sul problema del futuro della montagna. Perchè è questa la posta in gioco, in questo momento delicato: l’abbandono. E, dunque, il declino. Lo vediamo nei fatti di questi anni. Rigoni Stern, dal canto suo, scrive: “Quando l’ultimo montanaro sarà sceso a valle le ortiche invaderanno anche piazza San Marco”. I dati gli fanno eco: tra il 1991 e il 2001 il calo demografico registrato a Zoppè di Cadore è stato del 56%. E, ancora, in provincia di Belluno, tra il 2001 e il 2006, l’andamento demografico dei comuni della media montagna ha fatto registrare un saldo negativo del 26.4%. Questi sono i numeri con cui abbiamo a che fare: un processo di degrado, in atto da decenni, che porta a una sola conclusione. Se la montagna non è ancora del tutto franata a valle, se ancora resiste qualcuno a presidiare le terre alte, si deve esclusivamente all’attaccamento delle popolazioni al proprio territorio. Ma questo atto d’amore non è però sufficiente a fermare una dinamica in atto, che non può essere fermata, come si è fatto fino ad ora, con leggi limitate a misure compensative che prevedono il trasferimento di fondi, inadeguati e vincolati, finalizzati solo a colmare il divario con i territori non montani. Mantenere tutta la montagna abitata, non solo i fondivalle, è in realtà un investimento che risponde all’interesse dell’intera collettività nazionale e non un costo, come, purtroppo, viene ancora percepito dalla maggior parte dell’opinione pubblica e, di conseguenza, dai poteri decisionali. Se lo Stato non si occupa del governo dei territori, se le Regioni hanno riprodotto in piccolo le stesse modalità, l’unica ipotesi possibile e immediatamente perseguibile si configura nel riconoscimento e/o nella costituzione di Province Speciali Montane dotate di autonomia politica, amministrativa e finanziaria. L’idea del Veneto passata fino ad oggi è quella di una grande città metropolitana da Verona a Mestre: “Lungo questa dorsale dobbiamo concentrare le iniziative di sviluppo”  scriveva, qualche tempo fa, Giancarlo Galan, riservando alla montagna una generica “salvaguardia”. Non un diverso sviluppo, quindi, ma una blanda conservazione. Quello che la montagna sta rischiando è, invece, un concreto declino. Per questo occorre un approccio diverso: un approccio alpino. L’autonomia su piccola scala è essenziale, ma, se non è supportata da una visione di una grande autonomia della regione alpina, sarebbe destinata ad avvitarsi su se stessa. Per salvare le Alpi occorre la costruzione di una grande regione alpina:  un progetto complesso, che richiederà tempi lunghi di maturazione. Ma è anche vero che quanto oggi sembra impossibile domani risulta già vecchio e superato. E le Alpi, da sempre, sono state teatro delle più ardite e riuscite sperimentazioni in fatto di autogoverno.

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