Tuesday, 23 July 2019 - 05:44

“Oil on film”, ricombinazioni pittoriche cinematografiche di Alessandro Pagani

Mar 15th, 2010 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

Da martedì 16 marzo a martedì 6 aprile 2010, negli spazi del Cinema Italia, a Belluno, sarà aperta al pubblico, negli orari di sala, la personale pittorica , di . La mostra è il risultato della collaborazione tra il Cinema Italia a Arte Contemporanea. Nel corso degli ultimi anni, il Cinema Italia si è contraddistinto per la vivacità propositiva della programmazione, e per la scelta –difficile- di un’offerta culturale curata ed originale, che vada oltre alle logiche commerciali dei blockbuster. Anche è da sempre interessato alla collaborazione con soggetti ed organismi culturali aperti, al fine di generare eventi inediti, portando l’arte contemporanea dentro a luoghi stimolanti. L’arte modifica i luoghi, si misura con essi, li interpreta, ne riceve impulso, arricchendoli a sua volta, ed alterandone la percezione. Il vecchio Cinema-teatro Italia ci attrae da sempre. L’architettura dell’edificio, realizzato negli anni ’20, è degna di nota. Oggi i cinema sono scatole amorfe di cemento, asettiche, tristi. Ipertecnologiche nel sound e nella poltrona. E spesso chi siede su quelle persone non sa nulla di cinema. Non conosce Kubrick, Fassbinder, Tarkovskjj. E conosce i fratelli Vanzina. Diciamo che forse l’assenza di forma di molti cinema d’oggi è in sintonia con l’assenza di conoscenza del cinema da parte di molti degli spettatori che lo frequentano. La rispecchia. Evviva. L’Italia ha invece una sua storia, come la ha il cinema in generale. Inoltre, questo edificio ha una forma. Il disegno neoclassico della facciata, con le sue partiture eleganti e la qualità della decorazione, la sobrietà dell’interno, le proporzioni equilibrate della galleria, sono elementi che caratterizzano decisamente il manufatto, garantendo alla fabbrica una sicura dignità estetica. Una vera sala
dunque, che ci ricorda quei cinema d’essai dove un tempo, seduti su rigide poltrone di legno, al freddo, in mezzo al fumo delle sigarette, si poteva accedere alla dimensione magica del cinema, vedendo film buoni, o fantastici, agitandosene, eccitandosene, diventando attori emotivi, e non spettatori passivi. Il cinema Italia conserva, e ritrasmette, questo tipo di sensazioni. E’ uno scrigno. In un simile spazio è possibile esporre dei quadri. In un multisala no. Ed infatti li abbiamo messi qui. Oil on film è una mostra sul cinema. Pagani ha realizzato una serie di quadri ad olio (ecco l’Oil del titolo), giocando sul tema della locandina cinematografica (ecco il film). Dello stesso autore, i visitatori della prima collettiva di Gabls, svoltasi nel gennaio 2009 a Palazzo Crepadona, ricorderanno i coloratissimi pugili.
Estratto dal testo critico:    
Pagani è pittore colto, sistematico, attento fino all’ossessione. I riferimenti iconografici, spesso
classici, come la pulizia e la razionalità chirurgica d’impianto dei suoi lavori, risultano evidenti. E’
un artista-divoratore. Una sorta di filologo cannibale e feticista. Incorpora sistematicamente, dopo
averli colti traverso uno sguardo scientificamente rapace, tutti i materiali visivi che definiscono (e
conservano) l’estetica di un periodo a lui affine. E li archivia ordinatamente, silenziosamente, come
pellicole, sui propri scaffali mentali. Scaffali lucidi in acciaio, dentro a camera oscura, traversata da
lampi e improvvisi baluginii, dove la polvere non può posarsi. Alcuni àmbiti, nicchie culturali,
esercitano su di lui una particolare impressione, in forza di una magia, di un potere di suadenza
estetica. Spesso si tratta di aree secondarie, interstizi, zone residuali, di cui l’artista sente il sapore,
ricavandone sensazioni intense, eccitandosene. Attraverso questi spazi marginali, autentiche porte
(sliding doors) per un’ultra-realtà stupefacente, Pagani si trasporta in luoghi distanti, come un
evaso, o un fumatore d’oppio (open the doors). Per generi o filoni sussidiari, come la
Blaxploitation, la Box ed i pugili di colore, il cinema degli anni ’70, i B-movies americani ed italiani,
l’artista penetra, speleologo psichico, dentro agli anfratti di una cultura laterale, inalandone i
fermenti trepidanti ed immergendosi in un bagno spesso crudelmente allucinatorio. Relativamente
all’analisi dei soggetti, la sua attitudine indagativa somiglia a quella del criminologo,
dell’entomologo, del neurochirurgo, dell’anatomo-patologo. La forma classica, pulita, del quadro, è
dunque un metodo contraccettivo d’igiene stilistica, che preserva la misura della confezione, senza
impedire al contenuto di aprire ad una dimensione perfino estatica. Le locandine cinematografiche sono i contenitori sintetici, gli oggetti cult-urali che racchiudono lo stile ed il sapore dei film (divorati). Nei quadri – olii su tela- Pagani realizza dei manifesti originali, utilizzando sempre una coppia di immagini tratte da due diverse pellicole, e ricombinandole secondo la propria sensibilità analogica, per inventare dei film impossibili, mai esistiti, che producono – secernono- una serie di relazioni critico-estetiche personali ed inedite. L’impianto statico, rigoroso, lapidario della locandina, non è dunque in realtà che la griglia superficiale entro cui alloggiare un coacervo (gli ircocervi) di nessi e relazioni arbitrarie e soggettive. Il cinema, oltre a magica macchina di memoria, prodigioso congegno di recupero di immaginari
fantastici in rapido allontanamento, luogo della conservazione e del culto dell’immagine, laboratorio
per la soggettivizzazione del modello, è anche il primo, più eclatante, caso di virtualità.
…ben prima dell’attuale epoca in cui si avanza qua e là il timore (fondato o meno) che il virtuale
sostituisca il reale, il mondo della celluloide ha incarnato l’immaginario delle persone, che quando
vanno in un posto o vivono un’esperienza non fanno che dire: “E’ stato come in un film”. Il cinema
è un’ulltra-realtà, l’unico e vero iperrealismo.. Una proto-virtualità manifesta, come abbiamo detto….
Gianluca D’Incà Levis, marzo 2010
Le locandine:
American Graffiti Film: American Graffiti (1973) di George Lucas e Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre) (1974) di Tobe Hooper. E’ un accostamento per contrasto di due film apparentemente agli antipodi. In realtà entrambi colpiscono al cuore il “sogno americano”, nel film di Lucas (che ha poi ispirato Happy Days) assistiamo ad una serata di fine anno scolastico in una cittadina di provincia americana. Quello che viene evocato pare un balletto di spettri, l’idea di un America esistita solo al cinema, film di una malinconia quasi insostenibile.
Nel film di Hooper tutta la violenza, il disagio della cosiddetta “America profonda”, trova
probabilmente il suo vertice nella storia del cinema e non solo. Lo stesso Hirst e buona parte
dell’arte contemporanea gli sono, secondo me, debitori. Indimenticabile la danza finale di
Leatherface con motosega. La fotografia di un’epoca. Dirty Henry Clint Eastwood in Dirty Harry (Ispettore Callaghan: Il caso Scorpio è tuo) (1971) di Don Siegel e un’immagine di Henry Silva.
E’ un accostamento che fa leva innanzitutto sul gioco di parole: lo sporco (dirty) Harry (Callaghan)
diventa Henry (Silva) ed unisce due attori la cui carriera è stata poi ben differente. In quell’epoca
Eastwood interpretava il reazionario ispettore di polizia, braccio violento della legge, un
personaggio al limite. Silva era un caratterista americano che ha finito per lavorare principalmente
nei famigerati poliziotteschi italiani, in cui interpretava quasi sempre la figura del gangster, il cui
fascino era innegabile. In “MIlano Odia” interpreta invece una sorta di Callaghan meneghino.
Appunto. La polizia non può sparare Charles Bronson nel Giustiziere della notte (Death Wish) (1974) di MIchael Winner e Ray Lovelock e Tomas MIlian in Milano odia: la polizia non può sparare (1974) di Umberto Lenzi. Due film dello stesso anno, puri esempi di cinema reazionario e diventati cult a tutti gli effetti.
Bronson si sostituisce alla polizia e dà vita ad uno dei personaggi più amati; tuttora probabilmente.
Milian incarna uno dei delinquenti più violenti mai apparsi sullo schermo (poi “giustiuziato” dall’ispettore di polizia), in una pellicola amatissima da tutti i “tarantiniani”. Ultimo Mondo immagine iniziale di Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato e Kinski in Fitzcarraldo (1981) di W. Herzog. Un accostamento sacrilego ma inevitabile. La giungla amazzonica che lo stesso Herzog definisce come crudele, oscena, una creazione interrotta, è la stessa che ospita le pellicole che hanno reso celebre Deodato. Il titolo è preso da Ultimo Mondo cannibale dello stesso Deodato, un film che ha dato vita ad un filone che ha fatto epoca.
Phantom der Nacht Donald Sutherland nel Casanova di F. Fellini (1976) e Kinski in Nosferatu (1978) di Herzog. Un’analogia di lettura tutto sommato semplice, infatti il Casanova di Fellini è quanto mai un “incubo
notturno”, mortifero per le sue conquiste quanto il malinconico vampiro di Kinski. Morte a Venezia Bjorn Andersen in Morte a Venezia (1971) di L. Visconti e D. Sutherland in “A Venezia un dicembre rosso shocking” (Don’t look now) (1973) di Nicolas Roeg. In questo caso l’accostamento è del tutto personale, in quanto le due pellicole sono analoghe unicamente per l’ambientazione, una Venezia che già di per sè ben si adatta ad essere teatro di morte. In entrambi i casi, però, la morte ha l’ambiguo volto dell’innocenza: Tadzio e la bambina figlia del protagonista nel film di Roeg (in realtà morta già all’inizio del film e poi portatrice di morte nell’illusione del genitore). Curiosità: Don’t look now è stato il titolo del contro-padiglione italiano
della scorsa biennale organizzato da Milovan Farronato del Docva. Un omaggio a un grande cult.
Marathon Men Stallone in Rocky (1976) di John G. Avildsen e D. Hoffmann nel Maratoneta (Marathon Man)
(1976) di John Schlesinger. Due film dello stesso anno piuttosto diversi eppure “intrisi” dalla medesima forza. Philadelfia e New York accolgono nelle loro grige mattine due personaggi che, per un motivo o per l’altro, sono costretti a correre.
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Alessandro Pagani – Oil on film
Ricombinazioni pittoriche cinematografiche per una (proto)virtualità manifesta.
Mostra personale di pittura
a cura di Gianluca D’Incà Levis
dal 16 marzo al 6 aprile 2010
Cinema Italia, Belluno
Via Garibaldi 8, Belluno
Info: tel +39.0437.943164
www.cinemaitaliabelluno.it
info@cinemaitaliabelluno.it
www.gabls.it
Orario: la mostra è visitabile negli orari d’apertura della sala
Biglietti: libero
Curatori: Gianluca D’Incà Levis
Autori: Alessandro Pagani
Genere: Pittura, Arte Contemporanea, personale

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