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Per gli Speciali di Bellunopress, pubblichiamo un reportage esclusivo dal Libano realizzato da Giovanna Scotton, che nell’agosto del 2009 era al seguito del Contingente italiano, presso la cellula di Pubblica Informazione del Comando Generale Sector West, area Unifil.

Set 29th, 2009 | By | Category: Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

Sette giorni in . Embedded con il berretto blu. Ricostruzione e dialogo per la pace, la “via italiana” al peacekeeping

Settembre 2009 – A pochi giorni dall’attentato a Kabul che ha provocato la morte di 6 soldati italiani, 15 civili afgani, il ferimento di 4 parà e di oltre 40 persone tra la popolazione, il dibattito sulle missioni di pace infiamma i media, i tavoli politici e l’opinione pubblica. L’ondata di cordoglio e commozione per queste vittime riapre il confronto circa l’opportunità e l’efficacia della presenza delle forze internazionali in questi territori dilaniati da guerre. Risoluzioni Onu, regole d’ingaggio, politica estera, nuovi scenari ed equilibri internazionali, terrorismo. C’è un po’ di tutto questo e molto di più, nel dibattito in corso. Legalità, sovranità, legittimità, sfruttamento delle risorse. Alcune situazioni sono davvero complicate ma ce ne sono alcune in cui il dispiegamento di una missione ONU sta producendo risultati importanti e visibili, in termini di stabilità e sviluppo. E’ il caso del Libano. 

Estate 2009, a 3 anni dal conflitto con Israele, che aveva portato il Libano ad affacciarsi nuovamente sul baratro di una guerra lunga e drammatica, questa terra appare non solo pacificata e tranquilla ma in evidente stato di sviluppo e di crescita. E’ ciò che ho potuto osservare durante l’estate nella zona Sud-Ovest del Libano, l’area “Sector West” in cui si dispiega l’azione del contingente italiano Unifil, coordinata in questo momento dalla 132° Brigata Corazzata Ariete di Pordenone, sotto la guida del Comandante Generale di Brigata Carmelo De Cicco. L’area di competenza dei baschi blu italiani, va dal fiume Litani, confine naturale tra nord e sud del paese, fino alla “linea di demarcazione” con Israele, 30 km di costa mediterranea, compresa la città di Tiro, che si allarga ad Est, per altri 25 km. Di questi, 12 km sono sul confine putativo tra Libano e Israele, la cosiddetta Blue Line. La regione, divisa nelle due province di Bint Jubail e di Tiro, sta vivendo un momento di ottimismo e rinata fiducia, sentimenti inconcepibili fino a qualche tempo fa’. 

Colpisce il numero di case appena costruite e il fiorire di  cantieri in tutte le municipalità dell’area. E colpiscono ancor di più lo sfarzo, la cura e la scelta dei materiali utilizzati per queste nuove costruzioni che ricordano, in molti casi, case fiabesche di disneyana memoria. Ville e palazzetti che somigliano più a piccoli castelli che a semplici abitazioni. Come quelle a ridosso del Comando Generale del contingente italiano a Tibnin, affacciate sulla rigogliosa pineta, bonificata di recente dai nostri soldati che l’hanno dotata, tra le altre cose, di aree picnic molto frequentate dalla popolazione. Una delle numerose testimonianze di un sentimento nuovo per i libanesi del Sud: il senso di sicurezza.

In un Paese dilaniato, negli ultimi trent’anni, da guerre civili e conflitti armati, la parola sicurezza è la chiave di volta di una volontà di vita e di rinascita. Al Sud, in particolare, terra martoriata dai continui conflitti, guerriglie e passaggi di mano, infestata per decenni da mine, resti di munizioni e bombe, la popolazione ha finalmente trovato fiducia per investire nel proprio sviluppo territoriale e sociale. La presenza ed il lavoro di Unifil per stabilizzare il controllo sovrano delle Forze Armate Libanesi – le LAF – su un territorio, per decenni lasciato a sé stesso, il pattugliamento della linea armistiziale, il continuo e paziente lavoro di mediazione e sensibilizzazione al dialogo delle due parti belligeranti sta producendo effetti sorprendenti.

Il rapporto ufficiale ONU del 12 settembre 2006, all’indomani dell’armistizio tra Libano e Israele siglato con la Risoluzione 1701, elencava le stime ufficiali sui danni procurati al Paese, dopo 33 giorni di guerra: 1187 morti e 4092 feriti. Di questi, la maggior parte erano bambini. Circa un milione i profughi, di cui 735.000 all’interno dello stesso Libano e 230.000 all’estero. In aggiunta alla già nutrita schiera di libanesi rifugiatisi e stabilitisi fuori dal proprio Paese a partire dagli anni ’80. La maggior parte delle vittime e degli sfollati del 2006 provenivano dal Sud, territorio eletto di ritorsione della controparte perché roccaforte delle milizie di Hezbollah e ospite dei più grandi campi profughi palestinesi del paese, quelli da cui partivano la maggior parte dei razzi diretti su Israele. Una terra priva, sin dal passato, di reali prospettive di sviluppo. Abbandonata dalla popolazione ad ogni ostilità, invasa, svuotata e bombardata. Una terra in cui, ad ogni tornata bellica, si ricominciava a fare il conto delle ferite. Non si può dimenticare che, oltre alle vittime, il conto dei danni infrastrutturali, della sola ultima guerra, fu davvero ingente: furono rasi al suolo 80 ponti, 600km di strade, 900 tra aziende, esercizi commerciali e fattorie, 31 tra aeroporti e porti, più di 25 depositi di carburanti e danni serissimi ad interi tratti di rete elettrica ed idrica, oltre alla distruzione quasi totale dell’intero sistema di irrigazione e coltivazione delle zone agricole. Con più di 15.000 abitazioni distrutte. Ancora oggi, in alcune zone del Sud, si raggiunge il 75% di disoccupazione.

Ma la situazione è cambiata molto. “ Ovunque si stanno realizzando case, strade, ospedali ed altre importanti infrastrutture – spiega il comandante De Cicco – grazie ai contributi dei paesi esteri ma anche agli investimenti dei libanesi che lavorano all’estero e che hanno fiducia nella stabilità e nella sicurezza assicurate dai caschi blu sul terreno. Ora credono nel domani. E questa fiducia nel domani – sottolinea il generale- ha effetti concreti e tangibili, crea un circolo virtuoso che porta benessere sociale. Basti pensare che i dati diffusi dalla Banca nazionale libanese registrano, nel 2008, un incremento del prodotto interno lordo del 4% rispetto al precedente periodo di stagnazione. Una crescita davvero significativa – continua il generale De Cicco – ed uno dei pochi paesi nel mondo con questo slancio, nell’attuale contesto economico mondiale”

Dopo 3 anni di operato congiunto di Unifil e forze regolari libanesi, constatare la fiducia della popolazione nella stabilità futura del Paese è ben più di un segnale di speranza nel difficile cammino verso la pace. E’ una testimonianza che il Libano vuole vivere, lavorare e crescere e che non ha paura di investire. Soprattutto che non vuole un’altra guerra. Già, perché questa guerra  non è ancora diventata pace ed è orientato soprattutto a questo lo sforzo più significativo del nostro Contingente. Di grande importanza, e riconosciute a livello internazionale, sono state le attività operative dei soldati italiani nello sforzo di traghettare il paese dal momento del “cessate il fuoco” imposto dalla risoluzione 1701 verso una situazione di ripristino del controllo dello Stato sovrano libanese in tutte le aree del paese, in particolar modo nel Libano meridionale, l’area assegnata ai nostri militari.

“Il Libano è un Paese sovrano con organi efficaci e legittimi – spiega il Colonnello Giuseppe Perrone, responsabile della Pubblica Informazione presso la base di Tibnin – e Unifil è una forza complementare, di supporto al Paese, con funzione di neutralità, garanzia ed equilibrio tra le parti. Noi agiamo a tutela dell’operato delle LAF, le Forze Armate Libanesi, con cui lavoriamo in attività in coordinamento,  – sottolinea il Colonnello Perrone – secondo le indicazioni specifiche della Risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, che identificano, nel ripristino di una legittimità sovrana del Paese stesso e nella sospensione di ogni ostilità, i punti fondamentali dell’operato dei peacekeeper con l’obiettivo finale di una pace duratura. Sono dunque le L.A.F. – insiste ancora il Colonnello – le dirette responsabili del controllo del proprio territorio. Unifil ha un ruolo d’ausilio nelle attività di segnalazione e controllo e interviene laddove le forze libanesi non riescano ad espletare pienamente le operazioni di intervento.” Grandi ed efficaci sono infatti gli sforzi e le strategie per conseguire i compiti assegnati ai nostri militari che da tre anni assicurano che non avvengano attività ostili di alcun tipo e che non vi siano armi illegali in circolazione e garantiscono la sicurezza dei confini e degli “entry points”, al punto da poter oggi constatare un quadro d’insieme davvero positivo, sul fronte della sicurezza e dello sviluppo della regione.

Cluster bombs ritrovate dagli sminatori italiani

Cluster bombs ritrovate dagli sminatori italiani

Gli italiani di Unifil sono impegnati nella ricostruzione infrastrutturale, nello sminamento e nella bonifica dalle cluster bomb, attività, questa, in cui sono considerati tra i migliori e grazie alla quale si sta procedendo alla riconsegna di grandi appezzamenti di terreno agricolo – tra cui anche rigogliosi agrumeti per i quali il Libano è rinomato – con importanti ricadute sul benessere sociale ed economico di intere comunità. Gli italiani del Decimo Reggimento genio guastatori stanno portando avanti una significativa opera di sminamento sia a “fini umanitari” che a fini “operativi”. La differenza tra le due tipologie sta nel fatto che quello operativo serve ad aprire un varco per permettere il passaggio delle truppe, dunque in funzione del fattore velocità, con fattori di rischio più elevati e legati ad una situazione d’emergenza. Lo sminamento umanitario serve invece a restituire territori alla popolazione con la garanzia del 100% di sicurezza. “Un lavoro delicatissimo e pregno di grande responsabilità, – spiega il Tenete Colonnello Marco Schinzari, Comandante del Battaglione Ticino del Decimo, al lavoro nei pressi della base di Shama ma con responsabilità in tutta l’area Sector West – le cluster bomb che infestano questi terreni sono molto pericolose, in particolar modo nei confronti dei bambini, che sono attratti da queste sub-munizioni perché attirano la curiosità, quasi fossero giocattoli”. Nel corso dell’operazione Leonte, i genieri del Decimo sono riusciti a riconsegnare alla popolazione, proprio in questi giorni 7.500 mq di terreno agricolo bonificato negli ultimi 4 mesi. facenti parte di un totale di ben 27.000 mq bonificati fino ad oggi. Per questo lavoro, si sono guadagnati un elogio ufficiale, il riconoscimento del Portavoce del Segretario Generale delle nazioni Unite corredato dalla consegna, con una speciale cerimonia, della Medaglia Onu per il Peacekeeping. “Un riconoscimento che ci riempie di orgoglio – commenta il Tenente Colonnello Schinzari – perché premia il lavoro duro e impegnativo di tutta la squadra che, con grande abnegazione, affronta quotidianamente un lavoro delicatissimo che richiede professionalità, esperienza, pazienza e resistenza.”. Le turnazioni hanno un limite temporale di 40 minuti al massimo, oltre il quale si rischia di non tenere più la stessa concentrazione. Gli operatori infatti, lavorano in maniera minuziosa, accosciati e soli, anche se sempre circondati dal dispositivo di sicurezza e di intervento. Considerate le alte temperature , le specifiche caratteristiche morfologiche di alcuni tratti di terreno e la necessita’ di indossare tute di protezione ed un casco pesantissimo, lavorare nelle  B. A. C. – Battle Area Clearance – è senza dubbio un impegno molto intenso.
Ma la strategia dei nostri soldati non passa solo attraverso le attività operative di tipo “militare”. Dietro questa rinascita c’è un lavoro intenso e complesso di attività, pianificazione, studio, professionalità, dedizione, abnegazione, tenacità e voglia di dialogare. Le unità Cimic – Cooperazione civile-militare del contingente italiano di Unifil – svolgono una rosa di azioni a sostegno della popolazione attraverso iniziative che abbracciano le diverse esigenze di un popolo che, uscito da una guerra, ha bisogno di ricostruirsi da capo. Partendo dalla sensazione di fiducia nelle proprie capacità. E l’approccio umano degli italiani fa’ davvero la differenza. Per questo motivo i libanesi ci amano tanto, è forte l’emozione e la sincerità con cui ci chiamano “nostri fratelli”, con cui ci chiedono di rimanere sempre in Libano. L’approccio italiano è riconosciuto anche dai colleghi internazionali di Unifil. “The italian way, a very special way “ mi dice un ufficiale belga,  incontrato durante il Festival di Tibnin, organizzato nel bellissimo castello dei Crociati sovrastante il centro della città, danneggiato dai bombardamenti del 2006 e ristrutturato dai Baschi Blu italiani. Che l’intesa sia speciale, lo si può constatare dalla festosità, dal calore e dalla gentilezza delle persone incontrate durante le attività svolte insieme ai miei connazionali in divisa. La voglia di comunicare con noi e la gratitudine sono così forti da farmi sentire, a tratti, anche un po’ in imbarazzo. “Gli italiani sono nostri fratelli – dice una mamma con i suoi tre bambini, intenti a fare la spesa al mercato – non vogliamo che vadano via, vogliamo che restino per sempre. Sono come noi”.

Mercato di Tibnin

Mercato di Tibnin

Siamo andati al mercato di Tibnin, come fanno i soldati italiani ogni venerdì. Ci vanno disarmati, appositamente. La popolazione si ferma, ci chiama, ci viene a parlare e a stringere la mano. Una vecchina vende spezie e aromi, ci fermiamo al suo banco fatto di cestoni aromatici e grandi sacchi pieni di mercanzia. Mi sorride dolcissima, io le chiedo il permesso di fare una foto e lei accetta, con piacere e con orgoglio. Mi commuovo un po’, penso a quante cose hanno visto questi occhi velati di grigio, lei percepisce la mia emozione e mi dà un bacio sulla fronte. In Libano, il gesto di benevolenza più grande. E aggiunge “Che Dio ti benedica, figlia mia”.

I modi per aiutare la popolazione sono svariati: dalla visita settimanale ai mercati, per comprare i prodotti freschi locali e raccogliere le esigenze dei commercianti e della gente comune, all’assistenza medica di base e di pronto intervento – che in Libano è a pagamento – in particolar modo nelle aree rurali, ove si forniscono anche servizi di veterinaria. I nostri  entrano anche nelle scuole, assicurando la fornitura di materiali scolastici ma anche insegnando l`italiano nelle classi, su richiesta dei libanesi stessi; vi è un’iniziativa molto particolare, apprezzatissima per la carica d’innovazione portata alla concezione dell’assistenza sociale: una volta la settimana i nostri soldati insegnano ai bambini diversamente abili a fare pane e pizza. Questi prodotti vengono venduti generando un virtuoso microsistema economico di autofinanziamento, oltre che insegnare un mestiere a questi ragazzi. E pare che i risultati siano ottimi. Un ruolo delicato ed importante viene svolto dalle donne presenti nelle nostre Forze Armate che condividono settimanalmente il rito del the` con le donne libanesi con cui parlano, scambiano opinioni e raccolgono le diverse sensibilità ed esigenze sui diversi ambiti del mondo femminile, da quello dei figli a quello del lavoro. Un accento particolare viene inoltre riservato alla partecipazione ed al sostegno ad iniziative culturali; queste, nell’ultimo anno hanno avuto un boom notevole e continuano ad aumentare di pari passo con l’aumentata percezione della sicurezza da parte dei libanesi.

Gli sforzi messi in campo per una pace duratura  trovano un target privilegiato di interlocuzione nei giovani.  Intense e molteplici le attività portate avanti dai nostri Baschi Blu negli istituti scolastici: dal corso di lingua italiana chiesto dai libanesi, alle attività di pronto soccorso o ai corsi di cucito insegnato nelle classi femminili. “E’ forte la volontà – dichiara il Comandante De Cicco –  che le nuove generazioni ricevano un messaggio diverso da quello cui sono state abituate finora da genitori e nonni che hanno vissuto in guerra. Un messaggio di pace, di speranza”. Significativa, in questo senso, l’iniziativa che i militari italiani organizzano ogni tanto con le scolaresche, invitate a trascorrere la giornata nelle basi, insieme ai soldati, mangiando con loro in mensa, salendo a bordo di quegli stessi mezzi che sono abituati a veder circolare nelle strade con i militari armati. “In quella che noi chiamiamo ‘la giornata con’ – racconta De Cicco – i nostri soldati non hanno più il giubbotto antiproiettile o l’elmetto e questo consente ai ragazzi di entrare in contatto con l’uomo, lo stesso uomo che dà loro sicurezza quando, in divisa, pattuglia le strade. Sempre in quest’ottica – continua il generale De Cicco – abbiamo realizzato un collegamento in videoconferenza tra una scuola di Tiro e una di Torino. Oltre ai temi legati al percorso scolastico, i ragazzi si sono confrontati anche sullo stile di vita condotta nel rispettivo ambito sociale. C’era molta curiosità, ad esempio, tra i ragazzi libanesi di sapere come vivono i giovani italiani al di fuori della scuola”.

I contatti con la popolazione sono favoriti anche dai rapporti con sindaci e rappresentanti locali delle diverse municipalità che, oltre a segnalare i casi di necessità sia tra la popolazione che nelle strutture pubbliche, incontrano regolarmente i militari per il mantenimento degli indirizzi stabiliti nella Risoluzione 1701, come ad esempio quello di mantenere la zona sgombra da armi illegali. Questa attività è molto delicata, nel Sud del Libano, roccaforte di Hezbollah, il “partito di Resistenza” come lo definiscono esponenti e sostenitori. Qui si trovavano la maggior parte dei depositi di armi usate dagli Hezbollah durante l’ultimo conflitto ed è qui che la popolazione libanese ha sentito maggiormente l’esigenza di difendersi dall’offensiva israeliana. Arrivando a considerare legittima la detenzione di armi da guerra in casa, per ricacciare l’invasione da parte del nemico. Lo spirito di collaborazione però e’ molto forte.

Ospitalità dal sindaco di Shuur

Ospitalità dal sindaco di Shuur

A colloquio con il sindaco di Shuur è emerso quanto spontaneo sia il senso di amicizia verso gli italiani. Il sindaco Ali El Zein, esponente di Hezbollah, ci ha parlato dell’amore con cui i nostri Baschi Blu stanno aiutando e sostenendo “lo sforzo dei libanesi per cercare di trovare un modo per capirsi con il popolo d’oltreconfine”, gli israeliani, per l’appunto. E per quanto ci sia la percezione di un lungo e difficile cammino verso il dialogo tra le parti, emerge con grande forza lo slancio con cui questa gente accoglie il tentativo dei nostri soldati di provare a trovare una strada.
“Gli italiani per noi sono come candele – ci dice il sindaco El Zein – che si consumano per dare luce intorno a sé, una luce che illumina il nostro cuore”. Un rispetto ed un affetto che si manifesta anche in un invito a pranzo che non ha nulla di realmente formale ma ha i toni di un piacevole pranzo conviviale. “Come fate voi italiani quando mangiate gli spaghetti tra amici – aggiunge il sindaco con un sorriso, mentre ci offre delle ottime focaccine farcite con carne speziata, spiegandoci di aggiungere limone e menta fresca. Una vera delizia. Mi ricorda la nostra cucina del Sud.
“C’è molta collaborazione e senso d’amicizia da parte dei rappresentanti della amministrazioni locali – spiega il Tenente Gaetano Balzano dell’11° Reggimento Bersaglieri di Orcenico Superiore, Pordenone, a capo di uno dei due team Cimic di Italbatt1, area di Ma’rakah  – ci vuole molta costanza e dedizione ma i risultati ci sono. Abbiamo allacciato rapporti molto buoni con i sindaci di diverse municipalità, noi prestiamo loro competenze professionali di cui hanno bisogno per la ricostruzione e lo sviluppo – continua il Tenente Balzano – e loro ricambiano con grande spirito di ascolto e collaborazione nell’ambito del dialogo sui temi che possono portare ad una pace futura e definitiva. Ripongono grande fiducia in noi e questo non fa’ che aumentare la nostra serietà e dedizione verso questo lavoro e verso di loro”. Impegno e stima sono decisamente ricambiati, basti osservare la scritta tricolore di benvenuto che campeggia all’ingresso del paese di Shuur e le numerose targhe di riconoscenza apposte in numerosi luoghi, dall’ufficio del sindaco alla biblioteca del paese, ristrutturata dai nostri militari.

Ma la situazione, seppur sotto controllo, mantiene dei nodi irrisolti che, se fossero dipanati, diventerebbero la chiave di volta di un futuro di pace vera. Le recenti elezioni politiche di giugno ed il successivo riconoscimento di Hezbollah, primo partito nel Sud del paese, della vittoria della lista filo-occidentale ha dato segnali incoraggianti sul profilo della costruzione di un governo stabile. Una cosa non da poco, in un paese, l’unico al mondo, in cui è previsto dalla Costituzione che vi siano, nella compagine dell’Esecutivo, esponenti dell’opposizione. Questo, se da un lato è un esempio di sistema politico integrato, dall’altro rappresenta un potenziale fattore di instabilità, testimoniato proprio recentemente, a 3 mesi dalle elezioni, dal fallimento del tentativo del Primo Ministro delegato, Saad El Hariri, di formare una lista di Governo condivisa. Un’ardua impresa, considerando che lo scarto tra i vincitori e i vinti è di 14 seggi, che Hariri ha dichiarato di voler formare un governo che includa Hezbollah con 15 seggi alla maggioranza, 10 all’opposizione, 5 di nomina presidenziali e che il leader druso Walid Jumblatt, alleato della coalizione filo-occidentale, ha dichiarato che il proprio sostegno alla maggioranza non è più scontata. E gli stati limitrofi, compreso Israele, stanno alla finestra.

Ora più che mai, il dialogo diventa la parola chiave, il fattore costante, il perno attorno cui far ruotare l’intera opera di mediazione tra le parti, con il vero obiettivo di una pace duratura e fissata da accordi e riconoscimenti reciproci, chiari e stabili. Un lavoro ingente, forse il più delicato, che deve risolvere antiche dispute legate alla territorialità da un lato e al riconoscimento legittimo dello Stato di Israele, dall’altro . Prendiamo la questione dei confini: la linea di confine tra Israele e Libano non è mai stata realmente stabilita in modo netto dall’atto costitutivo dello Stato israeliano – Risoluzione 181 delle Nazioni Unite, Piano di partizione della Palestina, 1947 – e neanche si riuscirono a stabilire nei successivi tentativi di partizione. Di fatto, la questione dei confini fu l’elemento che determinò la maggior parte delle guerre arabo-israeliane a partire dalla nascita dello stato ebraico.

Ad oggi, l’unica “linea di demarcazione” riconosciuta dai due Stati è quella della Blue Line, non un vero confine, ma un “confine fittizio” tra i due Stati, una linea tracciata lungo i “punti di accordo territoriali” raggiunti finora dalle due parti attraverso la mediazione di Unifil. E non è cosa di poco conto, dal momento che lo Stato d’Israele non è riconosciuto dal Libano. Andando a visitare la Blue Line, c’è un cartello stradale ad indica chiaramente questo stato di cose. All’altezza di un bivio, un’indicazione stradale illustra chiaramente due direzioni: da un lato, la Siria e dall’altra, la Palestina. Questo è un nodo-cardine su cui s’impernia tutta la difficile opera di dialogo sostenuta da Unifil. La definizione di un confine, a partire dalla Blue Line, potrebbe porre le basi di una futura definizione dei territori. in sostanza, una sequenza di “bidoni blu” con la dicitura ONU, controllata da un lato dai soldati Unifil e dalla L.A.F. e dall’altra dalle truppe israeliane. Della Blu Line, gli italiani controllano 12 km che vanno dal mare verso l’interno, un tratto di estrema importanza perché ospita l’unico punto di passaggio tra le parti. Qui è avvenuto lo scambio tra prigionieri nell’ultimo conflitto ed è qui che si trova il “Tripartito”, la sede in cui Unifil, in veste di moderatore, mensilmente cerca di mettere una di fronte all’altra le parti belligeranti per parlare e cercare di avviare un dialogo. E’ da una zona nei pressi di Al Naqoura, vicino alla porzione della Blue Line con il Tripartito che sono partiti a metà settembre i razzi sparati da un bananeto nel territorio libanese. Razzi non rivendicati da Hezbollah a cui Israele ha risposto con colpi d’artiglieria in zona disabitata e aperta, senza fare vittime. Le indagini di Unifil per accertare le dinamiche dello scambio armato sono tuttora in corso. Da più parti si parla di un azione partita dai profughi palestinesi, quei profughi che il Libano ospita ma più che altro tollera. Quei campi che, con evidenza via via sempre più grande, in realtà non vuole nessuno. La situazione è sotto controllo ma ci sarà da lavorare ancora molto sul fronte della pace. E a questo punto appare sempre più evidente che solo una scelta politica porterà ad un giro di boa. La politica del dialogo, come ho sentito ripetere centinaia di volte in questo viaggio.

Libano, arte, cultura, turismo e ambiente per la pace. La cooperazione si fa’ in quattro.

Settembre 2009 – E’ sufficiente fare un giro su internet per rendersene conto. Il turismo in Libano, nel corso dell’estate appena trascorsa – ha subito un’impennata davvero impressionante. Puntando sulla valorizzazione del proprio patrimonio artistico, culturale e territoriale.

Antiche terme romane a Tiro

Antiche terme romane a Tiro

Questo è stato uno dei modelli di maggiore sviluppo voluto fortemente dalla popolazione e dalle unità di cooperazione di Unifil. Un vero modello di successo, che ha messo insieme “intelligenza culturale” di questo Paese ed sostegno e il “saper fare” dei nostri professionisti della cooperazione in divisa. Negli anni della ripresa dall’ultima brutta “guerra dei 33 giorni” si sono infatti moltiplicate, ad opera dei nostri militari, le attività di cooperazione culturale. E tra le iniziative più recenti, i soldati italiani hanno sostenuto l’organizzazione e contribuito fattivamente alla realizzazione del Festival Internazionale delle Arti di Tiro, organizzato nel recente mese di Luglio, evento che ha avuto un’eco davvero straordinaria ed ha richiamato un numero imponente di turisti ed appassionati nell’antica città romana.

I Baschi Blu italiani hanno realizzato la recinzione e la sistemazione dell’ippodromo romano che ha ospitato il palcoscenico del Festival. In una visita all’interno del sito archeologico della città,  scopriamo che il contribuito dei nostri militari non si è limitato a questo. La Cooperazione Civile Militare di Unifil, guidato nel settore sud-ovest del Libano dagli italiani della 132° Brigata Ariete dell’Esercito di Pordenone, ha messo in opera una serie di progetti ed attività sul territorio che vanno dalla consulenza per la sistemazione, razionalizzazione, catalogazione e metodologia di manutenzione e conservazione del sito archeologico di Tiro – luogo impressionante in quanto a bellezza e suggestione – a progetti eco-ambientali, tra cui pulizia e riqualificazione di spazi urbani e verdi, riciclaggio dei rifiuti e in alcuni casi anche delle acque reflue. “Lo scopo – spiega il Capitano Enzo Di Fazio, dell’unità operativa Cimic, di stanza a Tibnin – è quello di sensibilizzare la popolazione all’esigenza di uno sviluppo economico e sociale in linea con le sempre più attuali e urgenti misure di minor impatto ambientale possibile. Un nucleo davvero interessante di questo progetto è stato realizzato all’interno del quartier generale del contingente italiano a Tibnin, attraverso una rete di riciclo e smaltimento “verde” delle acque reflue. Un piccolo gioiellino di “eccellenza” made in Italy che gli italiani esportano con grande successo e riconoscimento. Tra le prime cose che abbiamo fatto – continua il Capitano Di Fazio –  ad esempio, in occasione del festival, c’è stato lo sforzo ingente di ripulire la città di Tiro dai detriti ingenti prodotti dai bombardamenti, ammucchiati in alcune zone della città. E’ stato davvero faticoso ma ha restituito aree libere e, da un punto di vista psicologico, ha dato impulso alla vita di una città che rinasce”.

L’estate appena passata ha visto una vera e propria impennata delle attività turistiche in Libano. Nella sola città di Tiro, infatti, le presenze, oltre a quelle dei tanti libanesi che tornano dall’estero per le vacanze, sono arrivate a circa 2 milioni. Una famiglia di italiani, incontrata per caso durante la visita al sito archeologico, ha confermato che la tendenza si è registrata in tutte le principali città del Libano e che in particolare, a Beirut e a Tiro, è difficilissimo trovare stanze libere in albergo, nonostante il numero di strutture turistiche, tra nuove e vecchie strutture, sia piuttosto elevato.  “E’ un’altra testimonianza che, grazie al senso di sicurezza garantito dalla presenza di Unifil sul terreno, gli europei (e non solo) stanno mostrando il desiderio di scoprire questo paese. Ed è di questi giorni la notizia che il sindaco di Naqoura ha annunciato di avere in cantiere un progetto di un villaggio turistico nei pressi del paese che ospita la base italiana del contingente Italbatt 2”.

La ricaduta sull’economia del Paese è di facile intuizione e fa’ parte di quel puzzle di attività legate alla ripresa del Paese che nel corso del 2008 hanno portato ad un balzo in avanti del 4% del PIL nazionale. Un risultato non solo incoraggiante ,a anche eccezionale, data l’attuale congiuntura dell’economia mondiale.

Ad agosto, è stato anche inaugurato il Festival di Tibnin, a cui ho avuto il privilegio di assistere , adattato all’interno del bellissimo castello. Un gioiello in pietra costruito dai Crociati su una collinetta sovrastante il centro della città e danneggiato dai bombardamenti del 2006. Il castello di Tibnin è stato ristrutturato dai militari italiani.

Il generale De Cicco con gli organizzatori del Festival a Tibnin

Il generale De Cicco con gli organizzatori del Festival a Tibnin

 La serata d’inaugurazione, a cui hanno partecipato importanti personalità nazionali, locali e del contingente Unifil, tra cui il Generale De Cicco, è stata un tripudio di colori, danze, musiche tradizionali e atmosfere emozionanti da “mille e una notte”. All’interno del castello, numerosi allestimenti di artigianato locale, dalla produzione del sapone naturale a base di olio d’oliva ai prodotti tessili, passando per oggetti in legno di cedro lavorati a mano, coloravano le alte volte in pietra della fortezza.  All’esterno, al centro del terrazzamento del terrapieno più alto del castello, in una specie di anfiteatro naturale, era stato allestito il palco, circondato  – come da una cintura – da stand in cui si cucinavano e si vendevano piatti di gastronomia locale, cotti sul posto secondo la tradizione, dal pane sottile e croccante, cotto su una pietra con l’ausilio di un cuscino a modi coperchio, agli spiedini tradizionali, accompagnati dalle alle gustose focaccette al timo, tipiche di questa zona del Libano, e da numerosi prodotti di agricoltura preparati sotto forma di conserve. A chiudere la cornice, cedri davvero maestosi puntellavano i muri ed i bastioni esterni, lasciando spazio ad un panorama suggestivo sulle vallate circostanti – siamo a circa 750 metri di altitudine – costellate di grappoli sparuti di luci in cui, ad ogni moschea illuminata, c’è una chiesa subito accanto che le fa’ da eco. Uno scenario davvero incantevole che, complice la luna piena e le melodie – a tratti ritmate e a tratti struggenti – mi ha fatto cogliere appieno l’emozione di una sensualissima notte libanese. La gente del paese e dei dintorni era tutta lì, festosa e partecipativa, vogliosa di pace e arte, musica e cultura. Le donne con bambini e giovani donne avvolte in abiti colorati, fatte di veli e cinture-gioiello, erano splendide e affascinanti, così fasciate e truccate con il kajal a sottolineare quei lineamenti così particolari delle donne libanesi. Ed i ragazzi, pieni di allegria, in giro ad invitare le ragazze a ballare, tutti insieme, le danze tradizionali. I militari di Unifil, ed io con loro, sorridenti e trattati come “fratelli”, a respirare quell’aria  di rinascita e di festa.

Festival Tibnin, spettacolo

Festival Tibnin, spettacolo

La manifestazione, durata tre giorni, ha registrato per tutte le serate di allestimento, il pieno. La partecipazione è andata ben oltre la popolazione locale, moltissimi i partecipanti arrivati dal nord del paese e da Beirut. Tra cui anche alcuni stranieri, tra turisti ed operatori internazionali impegnati con le ONG. Tutti a sottolineare, con lo stesso entusiasmo della popolazione, il successo del Festival. I libanesi sanno essere “arte”. Bisogna riconoscerlo. E come non farlo? Non potrò mai dimenticare quando, sotto la luce della luna piena, tra due cedri maestosi, mentre fotografavo il panorama accompagnata da uno dei nostri Baschi Blu, due ragazze vestite con meravigliosi e svolazzanti vestiti di scena mi sono comparse davanti mentre una melodia struggente suonava dietro di me. “Guarda, sembrano delle fate!  – mi dice lui guardandomi con stupore – Ci credi alle favole?” mi chiede lui. “Da stasera si”, rispondo io.  

Giovanna Scotton
Giovanna Scotton – La scheda
Nasce in Italia, ma passa l’adolescenza al Cairo (Egitto) e termina gli studi superiori a Bruxelles (Belgio). Parla correntemente italiano, inglese, francese ed, in maniera ormai meno fluente, l’arabo.  Inizia a lavorare come analista della comunicazione politica, attraverso un progetto a cui partecipa anche l’Università di Pavia, dove segue gli studi nella facoltà di Scienze Politiche, e diventa analista/ricercatrice presso l’Osservatorio della Comunicazione di Pavia. Nel corso degli anni il suo interesse si sposta sempre più sulle relazioni internazionali, la comunicazione istituzionale ed il giornalismo. Collabora per il portale del gruppo Editoriale Bresciana, Bresciaonline e per agenzie di comunicazione, redigendo diversi house-organ, tra cui il mensile della CNA e della Coop. Partecipa a diverse missioni di osservazione elettorale con Osservatorio della Comunicazione di Pavia e Osce, tra cui Montenegro, Bosnia e Roma nel 2006. Dal 2006 al 2008 è addetto stampa al il ministero dello Sviluppo Economico. Nel contempo, partecipa ad attività di formazione, in Italia e all’estero, per giornalisti inviati in aree di crisi tra cui: “Sulla linea del fuoco: strumenti operativi per operatori dell’informazione in aree di crisi” Scuola di Studi Superiori Sant’anna di Pisa, in collaborazione con la Brigata Folgore, edizione 2006, e frequenta il “Corso Informativo per giornalisti ed operatori dell’informazione destinati in aree di crisi”, organizzato da Stato maggiore della Difesa e FNSI, edizione 2008. Nel 2007, prende parte ad attività di “training on job” al seguito delle Forze Armate italiane del Nato Joint Enterprise – Multinational Task Force West, in Kosovo. Nel Dicembre 2008 partecipa allo “Stage di sensibilizzazione per giornalisti UE ai rischi in zone di conflitto”, Centre National d’Entrainement Commando de l’Armè de Terre (Esercito Francese), Mont Louis -Pirenei Orientali, Francia, progetto varato dalla Commissione Europea in occasione del semestre di Presidenza francese. Contestualmente frequenta corsi di formazione sulle strategie di comunicazione in situazioni di emergenza (Corso di Alta Formazione “Strategie per comunicare la cooperazione e la solidarietà internazionale”, 2007, Scuola di Studi Superiori Universitari Sant’anna, Pisa) e di cooperazione in ambito peacekeeping   (Corso Alta Formazione “Economie illecite, paci instabili”, 2008, Scuola Superiore Studi Universitari Sant’Anna, Pisa e Corso di Cooperazione Civile Militare, 2009, Centro Alti Studi per la Difesa). A marzo 2008, a seguito di concorso, entra nell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, Direzione studi, ricerche e formazione.  Sta seguendo l’ultimo anno di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, presso l’Università Marconi di Roma e partecipa a diverse attività di “informazione sul campo” in diretta collaborazione con lo Stato Maggiore della Difesa e le Forze Armate italiane. Nell’agosto 2009 è stata in Libano al seguito del Contingente italiano, presso la cellula di Pubblica Informazione del Comando Generale Sector West, area Unifil a responsabilità italiana, guidata dal Comandante Generale Carmelo De Cicco. Sette giorni di attività “operativa” con i nostri soldati.

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2 comments
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  1. BRAVISSIMA e, come sempre, sei FENOMENALE.
    Enzo

  2. La scrittrice colpisce sempre!!
    Brava Gio’!!!