Thursday, 18 July 2019 - 19:46

Per gli Speciali di Bellunopress, pubblichiamo un articolo del giornalista e scrittore Sante Rossetto su un omicidio commesso trecento anni fa a Canale d’Agordo

Set 23rd, 2009 | By | Category: Gli speciali di Bellunopress, Prima Pagina

Ammazza il marito, lo fa a pezzi e lo seppellisce nel campo

Le carte degli archivi, se consultate, ci regalano storie di cronaca curiose, commoventi o tragiche. Come quella che è accaduta nel 1734 a Fregona di Canale d’Agordo. Qui vive la famiglia di  Battista Scola, sposato con Marieta e i loro due figli Apollonio e Antonio. Lavorano la terra. Ma non sono degli zotici villani come gran parte dei loro paesani. Sanno leggere e scrivere e i loro figli, che sono già grandi, hanno contatti con la capitale, Venezia. Quando l’esistenza di quasi tutti i villani non andava al di là del campanile della parrocchia. E, come in tutti i matrimoni, non mancano i dissidi. Che non sappiamo quali fossero.  E’ la vigilia di San Lorenzo, il 9 agosto. Antonio e Apollonio sono partiti per Venezia e staranno assenti da casa per qualche giorno. Il tempo di scendere il Piave in barca e poi da Treviso arrivare nella Dominante lungo il Terraglio. A Fregona restano Battista e la moglie Marieta. Quel giorno marito e moglie vanno a lavorare in una loro proprietà a Solpian. Sono soli e la giornata è lunga. Arriva la sera e Marieta ritorna a Fregona. Ma senza il marito. Qualcuno le chiede dove è finito Battista. «E’ andato a Roma» spiega lei. La notizia appare inverosimile in un piccolo paese come Fregona. E a far che cosa a Roma? Ma la donna conferma che Battista è già arrivato a Roma. «Guardate – dice – questa è una lettera che mi ha scritto lui da lì». E mostra un foglio con la scrittura del marito. Ma a chi non sa leggere puoi presentare qualsiasi foglio che è costretto a credere. In realtà la astuta donna aveva imitato la scrittura del marito per convincere la gente che Battista era effettivamente andato fino lì. Ma qualcuno si è chiesto come è andato a Roma e come da lì aveva potuto inviare in un paese sperduto del Bellunese una lettera.    E la stessa cosa Marieta  racconta ai figli Antonio e Apollonio quando tornano da Venezia. Sì, vostro padre è a Roma. Ma i due non sono convinti. Nessuno sapeva niente, in casa non avevamo mai parlato di questo viaggio e adesso ci vieni a dire che è a Roma. Indagano un po’, vengono a sapere che padre  e madre avevano lavorato insieme nel campo di Salpian. Intanto di tempo ne è passato. Siamo arrivati a dicembre. I due fratelli vanno a cercare le tracce del padre nel terreno dove aveva lavorato prima di sparire. Ed è qui che, il 13 di quel mese, scoprono una piccola fossa coperta da “rovinazzi”. Si insospettiscono, frugano e scavano. Ed ecco la drammatica sorpresa. Dalla fossa emerge un busto umano con una testa sfigurata. E dove può essere il resto del corpo? Affannati continuano a scavare. E poco lontano, in un altro piccolo nascondiglio, ritrovano le braccia e le gambe del povero genitore. Non c’è dubbio: lo ha ammazzato lei, la madre.  Come non lo sappiamo. Probabilmente colpendolo con un attrezzo agricolo (una zappa o un badile) mentre l’uomo stava lavorando. Doveva essere stato colto di sorpresa, Battista, senza possibilità di difesa. E dopo il delitto, per nascondere il misfatto, lo ha tagliato e sepolto. Le carte d’archivio non ci dicono molto di più. Marieta era una donna feroce, ma anche accorta. Supponeva che i figli prima o poi avrebbero scoperto l’assassinio. E non si fa più trovare in casa. Fugge. Dove non lo sappiamo. Ma per lei era facile mettersi al riparo dalla Giustizia veneziana perché una manciata di miglia più in là c’era il vescovado di Trento, territorio dell’arciduca d’Austria. Quindi stato estero e, di conseguenza, sicurezza per chi aveva commesso qualche reato. Nessuno sbirro della Serenissima sarebbe mai andato a catturarla. Certo, doveva rifarsi un’altra vita. Ma, forse, era proprio quello che lei voleva. E i conti con la Giustizia veneta? Seguono il cammino di rito. La donna viene sollecitata  a presentarsi alle carceri come indagata per essere interrogata. Ma la colpa appare evidente. Se venisse catturata o si presentasse potrebbe finire sul patibolo o, nella migliore delle ipotesi, restare in carcere a vita. E, allora, resta contumace. Come accadeva in quei secoli, nello stato veneto e negli altri, il giudice le commina il bando. Cioè obbliga il condannato assente a lasciare lo Stato. Se venisse catturata (e qualche rara volta accadeva che gli sbirri ne prendessero qualcuno) sarà rinchiusa in una prigione, serrata alla luce cioè buia, a vita. Ma la nostra curiosità si ferma qui. Con una sentenza di bando verso una donna che aveva già precauzionalmente preso il largo. Sappiamo che chi la avesse catturata avrebbe goduto di una taglia di ottocento lire, cioè oltre cento ducati. Più o meno un paio d’anni di lavoro di un manovale. Ma quasi certamente nessuno li avrà intascati. Come tante altre taglie di banditi che hanno continuato a vivere senza pagare i loro delitti.


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