Monday, 18 December 2017 - 20:32

“Cento Madri” (Opera vincitrice del premio letterario “Città di Forlì”): la recensione di Silvano Fantini

Lug 12th, 2009 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

Romanzo “Cento Madri” di Alfonso Lentini Pagg. 134 – Euro 11,90. Ed. Foschi, Forlì 2009 . La recensione di Silvano Fantini: “Romanzo? Nonostante la dicitura fosse stampigliata sulla prima pagina di copertina ho dubitato che lo fosse davvero. Basta leggere le prime due pagine del libro, quelle col titolo “Mongolfiere” in neretto, per capire che siamo in presenza di un testo “altro”. Una parola tira l’altra e nessuna è fuori posto. Ti sembra di vederle quelle mongolfiere tanto sono ben descritte. Ma poi, già nelle prime righe del primo capitolo arriva la doccia fredda: il protagonista, chiunque egli sia, si confessa reo di un delitto: il più atroce. Dunque c’è un delitto. C’è un colpevole reo confesso, c’è una trama! Se c’è una trama, non può che trattarsi di un romanzo. E’ evidente. Non ancora convinto ed in cerca di una conferma corro a leggermi la postfazione. Sì, lo so che non bisognerebbe farlo, ma lo faccio lo stesso. Paolo Ruffilli, che Dio ce lo conservi, parla però di elusione della trama. Sostiene che la cifra principale del libro consiste nel descrivere una resistenza paradossale, potente e violenta, delle molte micro e macro culture al processo di globalizzazione in atto. Mmm, se è così, mi rifiuto di leggerlo. Ne ho già letti troppi di libri così. Ma poi parla anche di rapporto conflittuale con la terra madre, parla di impulsi: ansie, paure, desideri, ossessioni. Parla della vita e del percorso sghembo che è necessario adottare per attraversarla. Questo sì che m’interessa. Così riprendo la lettura. E non la smetto finché non l’ho terminata. All’ultima pagina, e solo all’ultima, ho capito cosa ho letto. Ho letto un romanzo, questo è sicuro, ma non solo. E’ uno dei romanzi più belli tra quelli che ho letto da qualche anno a questa parte. Certo, non è un testo standard; non si tratta di un thriller; non ha niente a che fare con i noir americani o i gialli nostrani, ma c’è un delitto, che verrà svelato solo nel finale, e che lascerà con la bocca asciutta i patiti del genere per il semplice motivo che un colpevole non c’è. Non ci sono colpevoli in questo romanzo. Vittime, semmai.
L’autore, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per imbrogliare le carte. Il suo, come dice Ruffilli, è un romanzo sperimentale dove a tratti la prosa, per quanto ruvida, rasenta la poesia. Anch’io sono stato conquistato da questa poetica ruvidezza, dall’invenzione stilistica, dalle visioni che si alternano senza soluzione di continuità. Ed ho creduto a lungo che, non di un romanzo si trattasse, ma di una favola senza alcuna, o scarse attinenze, con la realtà. Ma mi sbagliavo. L’effetto di frantumazione o di molteplicità, e dunque fantastico, che si percepisce nel corso della lettura non è casuale. L’autore ha utilizzato diversi espedienti per raggiungerlo. Primo fra tutti il lessico che si presenta vario e ricercato. Qua e là affiorano parole colte cariche di rimandi e significati ed altre prese apertamente dal dialetto siciliano e prontamente nobilitate in una lingua resa in questo modo più colorita ed espressiva. A questo concorre l’utilizzo di vocaboli consonantici sparsi qua e là nel testo, per suscitare sensazioni onomatopeiche e di straneamento. Effetto che si accentua quando l’autore, che normalmente narra le vicende del Bambino in terza persona, si mette a fare ragionamenti ed evocazioni direttamente in prima persona lasciando così trapelare un coinvolgimento diretto nelle vicende narrate. Che questo coinvolgimento ci sia mi sembra innegabile. E’ l’autore stesso ad ammetterlo, fornendoci fin dalla prima pagina, quella delle mongolfiere, le coordinate temporali delle vicende narrate. In quel brano si cita lo Sputnik che si perse “negli abissi slabbrati del cosmo”.  Questo accadeva nel 1957 quando l’autore, un ragazzetto di appena sei anni, poteva verosimilmente osservare le mongolfiere che si innalzavano oltre la Valle dei Templi. La globalizzazione era di là da venire. Sono le parole stesse dell’autore ad autorizzare una lettura meno sociologica e più intimistica: “Avevamo, in quei tempi rossastri, gli occhi rivolti al cielo”.
L’autore imbroglia le carte, depista, ma lascia dietro di sé delle tracce. In realtà, come ogni assassino che si rispetti, vuole essere scoperto. Sotto le parvenze della favola, del romanzo sperimentale dove il rapporto con la realtà è occasionale e frantumato si nasconde in un vero e proprio romanzo di formazione. Ancora una volta il tema dominante è quello classico: la costruzione dell’identità che passa attraverso fasi diverse e successive, tappe necessarie e qualche volta dolorose. Così il personaggio portante del romanzo, il bambino, divenuto adolescente, poi giovane e poi forte ci viene al principio presentato come un principino, ma in seguito anche come uno scarafaggio o un pidocchio grasso e occhiuto. L’ironia con cui l’autore descrive il suo personaggio ha spesso risvolti amari. Le centro madri che lo circondano e si occupano di lui e della sua educazione sono l’equivalente di nessuna madre. La moltiplicazione delle figure materne non è un mero espediente letterario, ma la testimonianza di un percorso che trova, al di là delle apparenze, riscontro e verosimiglianza in una trama costituita da elementi essenziali che si affastellano uno sull’altro. Le madri ci sono davvero e come tali si presentano e vengono percepite dal protagonista. Il bambino è l’oggetto di cento attenzioni diverse, cento diversi modi di rapportarsi a lui e alle sue esigenze. Mentre la Casa si anima di suoni, di parlottii sul pianerottolo, di silenzi in cirrocumuli, wrrrrrrr. La Casa, dove si mescolano e si affollano animali ed umani e dove tutto ciò che è vita si volge in morte. E il rapporto con la morte è il primo elemento della trama. Una morte che non deve turbare il principino e va dunque nascosta, negata e che finisce per essere sovraesposta al punto che cento madri vestite di nero, ciascuna con il suo cadavere, appaiono avvolte in fragranza di lutto. Come evitare che questo provochi nel bambino ansie e terrori? Il sesso, poi, secondo fondamentale elemento di trama che insorge nell’adolescente quando la madre minore, madre cameriera con gli occhi a virgola, pupille come nere lune d’alchimia, lo serve a tavola mostrando a lui, e a lui soltanto, il seno. Sono i primi turbamenti di un ragazzo ingordo di sogni, il sentore di un’attenzione per la prima volta diretta al di fuori di sé, uno sguardo che finalmente si volge al mondo. Il bambino ora adolescente diventa un giovane, scarafaggio obeso, ribelle, scatta di rabbia ed avverte un cupo ronzare dentro di sé. E il mondo, la sua terra, non tarda a manifestarsi in tutta la sua brutalità. L’uomo dalla pelle d’oro, minatore alla zolfatara che non crede in Dio, cammina per i corridoi implorando e piagnucolando i versi di Ciullo D’Alcamo: “toglimi da questo fuoco, non ho pace né la notte né il giorno”. Il bambino-scarafaggio ascolta il tonfo sordo delle coltellate. I morti ammazzati irrompono nella casa e le madri starnazzano rumorosamente per poi spegnersi inutilmente nei loro seggioloni. Lui sfoglia atlanti e legge libri che lo invitano al volo.
Ma arrivano, non potrebbe essere altrimenti, i giorni del mutamento e della consapevolezza. Il giovane guarda al cosmo, incredulo dell’assoluta piccineria del punto di vista comune. Legge libri pieni di madri, scopre bandiere rosse come aquiloni, ascolta una musica nuova.
Il bambino, “divenuto adolescente, poi giovane e poi forte” a questo punto si confonde. I ricordi non sono più così nitidi. L’autorità invocata dal Direttore. La cena pronta per una sola persona. Le pietanze divenute di marmo. Il livore delle altre madri verso la madre dalle labbra rosse. Colpe oscure. Ci sono cose che non si possono raccontare anche è se proprio in quelle cose, dove il mistero s’infittisce e il dolore diventa insostenibile, che ristagna a volte qualche rimasuglio di verità.
Così decide di ammazzarli tutti. Un unico, ultimo gesto per rinascere a nuova vita e salvarsi l’anima. E il principino finalmente diventa un uomo. L’autore se ne tira fuori, ha terminato il suo racconto, ed invece c’è dentro fino al collo. La verità è che la costruzione di un’identità, vero tema del romanzo, non finisce mai. Lui lo sa bene, ne è perfettamente consapevole, tant’è che chiude il suo lavoro con questa frase sulla quale vale la pena di soffermarsi: andando imparo dove devo andare”.
Silvano Fantini

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