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“Cento madri”: Francesco Gambaro recensisce su Repubblica l’ultimo libro di Alfonso Lentini

Lug 7th, 2009 | By | Category: Arte, Cultura, Spettacoli, Pausa Caffè

“La valle misteriosa”. Articolo tratto da Repubblica — 28 giugno, pagina 18  sezione: Palermo. Son fatte di carta velina, gonfie d’ aria calda, e galleggiano nel cielo notturno come lucciole giganti. All’ inizio sono solo una massa floscia, un abito da sposa disabitato e stropicciato, informe. Poi a poco a poco si gonfiano, grazia all’ aria calda che le riempie, la loro pelle si fa tesa e diventano un ovoide perfetto. Sembrano impazienti di librarsi in volo. Nella piazza gremita si respira l’ aroma delle feste: zucchero filato, semi di zucca e noccioline tostate. Fumano le bancarelle delle castagne, adorne di lampioncini, nel buio teporoso. Filtra, a folate, un profumo di mare siciliano e di alghe marce. È la festa del Santo. Gonfie, pelle tesa, le mongolfiere sono ormai pronte al volo; le vedrai esitare, come esse stesse sorprese di quanto sta avvenendo di meraviglioso, e ondeggiare nell’ aria al minimo soffio. Timide. Ma subito dopo vedrai che acquistano coraggio e si staccano dal suolo, prima con lentezza, poi sempre più sicure di sé. Se c’ è un alito di vento, alcune si inclineranno leggermente, assecondando la corrente; la loro traiettoria segnerà nel cielo una grande curva luminescente, un fioco arcobaleno elegantissimo. Nella piazza gremita sono tutti col naso in aria per cercare con gli occhi, nello scuro del cielo, sette puntini luminosi in fila che ondeggiano in ascensione…

Cento madri disputano, si contendono l’ allevamento di un figlio in un immaginario paese siciliano nel cui sfondo si intravede la valle dei Templi. Solo cento? Ci si chiede dopo avere letto Cento madri (Foschi Editore) di Alfonso Lentini. Cento padri sarebbe stato meno incauto. Cento madri però è epico. A pensarci, il naturale binario di aggancio è Vittorini. La sua più famosa “conversazione” non fu solo con la madre ma con tutte le madri di Sicilia: le cento madri di Lentini, dunque, sono una parte di quella terra di Sicilia che gli emigranti chiamano terra madre. Lentini, tra l’ altro è un nome di terra, sa di tufo, di olio di pietra, è il nome di un paese siracusano che diede i natali a due protagonisti della magna storia. Tra Gorgia e Jacopo, Alfonso da Lentini contempla matrimoni volgari di greci e latini, filosofa di poesia e poeta di filosofia. Si contempla nello specchio di una memoria sussidiaria, vive del piacere delle immagini confuse del dormiveglia, le quali restano marmellata calda e luccicante, se il talento di chi le ricorda sa trascriverle o inghiottirle in tempo (in nota confessa: «Cento madri è stato il mio respiro notturno»). Ma questo nome di terra sa anche di sangue e il cruento finale, di cui è doveroso non darne anticipo, è una “masculiata” che ridicolizza la deriva edipica.
Negli anni Settanta in Sicilia emersero due costole del Gruppo 63, una a Palermo attorno la rivista “Fasis”, pubblicata da Flaccovio, l’ altra nell’ inspiegabile e imprevedibile provincia girgentina, a Favara, attorno la rivista esoeditoriale “Ades” (infatti era il nucleo degli stessi scrittori e artisti favaresi a pubblicarla e distribuirla “in proprio”). Alfonso Lentini viene da lì, da quell’esperienza sperimentale che diede corpo a un gemellaggio produttivo con gli scrittori che facevano capo a “Fasis” e che produsse, nello stretto giro di un lustro, una quantità rimarchevole di testi e, soprattutto di giovani autori diversi, nel senso delle scelte artistico letterarie orientate, anzi disorientate dalle mode del mercato globale. L’ occiduo senso di Cento madri è una specie di programmato respingimento di trame e fili rossi che normalmente legano, come lo spago il “brociolone”, i romanzi di cassetta. Per questo scrivere un libro, può anche significare disegnarlo. Ciò che di recente e simultaneamente va facendo lo scrittore-pittore Alfonso Lentini, artefice di finte parole, finti righi, finte farfalle su tela, su succedanei cartacei. Non scrittore-pittore in senso stretto, né politico vecchio stampo e a tutto campo, con doppiopetto marchiato a fuoco dalla propria segreteria di partito, ma eclettico teorico del diletto, della stravaganza dei passaggi da uno sport all’altro, promotore del decathlon artistico. Dilettante pensieroso ma non troppo, avrebbe scritto Jaroslav Hasek, angelo pagano di Bertolt Brecht (che ne drammatizzò il romanzo del Bravo soldato Svejk) e allucinato fondatore del «Partito del progresso temperato nei limiti della legge». La comicità, tra l’altro, è un’altra delle molteplici cifre (delle cento cifre mi stava scappando) di questo romanzo, in cui un figlio grande quanto un pidocchio, pur accudito da tante madri, cresce sino a raggiungere l’ altezza di uno scarafaggio che, però, sa stare in piedi come un principino. Gli scarti, anche linguistici, che lo caratterizzano sono il motore di una ricerca che è semplicemente trascrizione di vita. Non soltanto onirica, e questo non perché la vita non sia un sogno, ma perché la vita è anche attesa di fatti che si vivono parlando, scrivendo, dipingendo. Quando finalmente accadono sembrano tutto tranne che fatti, sono proliferazione di immagini, incalzare di onomatopee, intrusioni vermicolari. Russell diceva che basta chiudere gli occhi perché il mondo intorno cessi. Non c’ è anche se forse continua a esistere. Non c’ è come la goccia che gocciola estenuante dal rubinetto del bagno che Duchamp condanna all’ inesistenza, semplicemente non ascoltandola. Rivoltando il concetto Lentini esegue il delitto per diletto semplicemente pensandolo, come un automobilista che vedendosi attraversare la strada da un scooter in controsenso, semplicemente lo investe, solo però dentro la sua testa, con grande gioia e nessuna pena. Certe volte la chiusura di uno sportello può sembrare uno sparo, sostiene Lentini. Cento madri sono le madri che abbiamo sognato di avere, che ci hanno ucciso, che ci hanno fatto rinascere cicalando «in un dialetto irsuto, urlato, rigonfio di suoni aguzzi, nomi decapitati in scaglie tronche, la vocale u puntuta, affilatissima, dunque quasi invisibile». Cento madri per un solo scarafaggio. – FRANCESCO GAMBARO

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